Di notte, lungo le strade del Foggiano, restano accesi soprattutto i fuochi. Intorno ci sono trattori, camion, furgoni parcheggiati e uomini che provano a riposare come possono: qualcuno dentro l’automobile, altri nella cabina di un tir, altri ancora sul sedile del proprio trattore. Si dorme poche ore, spesso a turno. Chi resta sveglio alimenta il fuoco, parla con gli altri, controlla il presidio e aspetta che faccia giorno.

Da Poggio Imperiale a Cerignola, da Lucera a San Giovanni Rotondo e fino al Nord Barese, sono migliaia gli agricoltori, gli autotrasportatori e, in alcune aree, anche i pescatori che da oltre una settimana protestano contro il caro gasolio e l’aumento dei costi di produzione.

Una mobilitazione che occupa caselli autostradali, statali e snodi strategici e che ormai ha assunto il ritmo di una lunga veglia collettiva.

Quando arriva la sera, il presidio cambia volto. I rumori del traffico diminuiscono, restano le luci dei mezzi e quelle dei falò improvvisati per difendersi dall’umidità e dal freddo. Si mangia insieme, spesso in piedi. Panini, pizze, piatti preparati a casa. In alcuni casi sono ristoratori e commercianti della zona a portare qualcosa di caldo a chi resta lungo le strade ventiquattr’ore su ventiquattro. A Poggio Imperiale, per esempio, sono arrivate cinquanta pizze donate da un ristoratore di San Nicandro Garganico ai manifestanti del presidio. «Pensavo a loro, che stanno resistendo giorno e notte e magari mangiano soltanto qualcosa di veloce», racconta il ristoratore Marcello Berardi. «Volevo far capire che non sono soli. Molti sostengono questa protesta anche se lo fanno in maniera invisibile».

Sono gesti che tengono insieme persone arrivate da paesi diversi, ma con problemi molto simili. Per gli agricoltori il carburante significa alimentare trattori e macchinari. Per gli autotrasportatori significa tenere sulla strada mezzi che percorrono centinaia di chilometri ogni giorno. Per i pescatori vuol dire poter uscire in mare. Il gasolio, denunciano, è diventato un costo che rischia di cancellare margini già ridotti da anni di rincari. È una protesta dura nei contenuti ma pacifica nei modi, molto diversa dalle tensioni e dagli scontri registrati a Milano e Torino. A raccontarne lo spirito basta un piccolo gesto: uno dei manifestanti ha voluto condividere con alcuni poliziotti i cornetti ricevuti in dono al presidio. Una protesta, come lamentano anche i manifestanti, che però ha occupato poco spazio a livello nazionale. Una mobilitazione sostenuta anche dalla chiesa locale: nei giorni scorsi il vescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, Franco Moscone, e quello di San Severo, Giuseppe Mengoli, sono stati insieme agli agricoltori e agli autotrasportatori nei presidi.

A Lucera, nella zona del distributore Tamoil, Michele Perrotti, 58 anni, racconta di essere cresciuto sui camion. «A 13 anni ero già sul camion con mio padre e ho iniziato a guidare a 21 anni», dice. Ora chiede che il Governo ascolti direttamente chi lavora sulla strada. «Non vogliamo trovarci davanti decisioni già prese. Salvini deve parlare con noi e siglare con noi un accordo. Altrimenti questa protesta andrà avanti ad oltranza».

A Cerignola, invece, il punto di riferimento della protesta è diventato Vincenzo Pinnelli, promotore della mobilitazione, che ha più volte invitato agricoltori e autotrasportatori a restare uniti e a evitare qualsiasi strumentalizzazione politica. «Noi vogliamo soltanto risposte concrete, vogliamo tornare a lavorare», ha ripetuto ai manifestanti.

Francesco di Summa fa parte di una famiglia di agricoltori ma ora sta pensando ad abbandonare le sue terre. «Il grano duro è fermo a 25-27 euro al quintale», dice davanti al suo trattore agricolo fermo al presidio di Poggio Imperiale, «mentre il costo dei fertilizzanti è salito a 120 euro al quintale, cosi come pure quello del gasolio. Quest’anno le spese saranno maggiori dei ricavi e dunque conviene non coltivare i terreni».

La protesta, però, non resta confinata ai presidi. Mentre sui bordi delle strade si trascorrono le notti accanto ai fuochi, nei paesi e nelle città del Foggiano e del Nord Barese cominciano a vedersi gli effetti della riduzione dei trasporti. Nei supermercati alcuni scaffali sono ormai quasi vuoti. Le consegne arrivano in ritardo, altre saltano completamente. A mancare per primi sono soprattutto i prodotti che devono essere riforniti ogni giorno.

«Ci scusiamo con la gentile clientela, i disagi nell’approvvigionamento non dipendono da noi». Il cartello è comparso all’ingresso e tra gli scaffali di alcuni supermercati della provincia di Foggia. In poche parole racconta il passaggio più delicato della protesta: quello dalle strade alle case.

A Foggia c’è chi ha dovuto cambiare più punti vendita per completare la spesa. «Sono entrata in tre supermercati per cercare panna da cucina e pasta», racconta Cinzia Pugliese. «In alcuni scaffali c’erano veri e propri vuoti. Non pensavo che la protesta avrebbe avuto conseguenze così immediate anche sulla spesa di tutti i giorni».

Marta Dell’Erba, casalinga, racconta la stessa difficoltà: «Mi sono accorta subito», spiega, «che mancavano diversi prodotti. Ho dovuto girare altri supermercati. Comprendiamo le ragioni della protesta, perché anche le famiglie fanno i conti con l’aumento dei prezzi, ma speriamo che si trovi presto una soluzione».

La paura, adesso, è che vedere gli scaffali vuoti possa innescare un altro problema: l’acquisto di quantità maggiori del necessario. «Quando entri in un supermercato e trovi gli scaffali vuoti», aggiunge Cinzia, «la prima reazione è quella di preoccuparti e finisci quasi per comprare di più perché non sai se domani troverai quello che ti serve».

Le difficoltà raggiungono anche il piccolo commercio. «La merce noi l’abbiamo ordinata, ma il problema è farla arrivare», spiega Marco Brandi, il titolare di un negozio del foggiano. «Alcune consegne sono saltate, altre hanno accumulato ritardi. Se i prodotti non arrivano, noi non abbiamo alternative».

Anche la grande distribuzione ha cominciato ad avvertire i clienti. I supermercati Dok hanno annunciato una temporanea sospensione delle consegne verso alcuni punti vendita, collegando le difficoltà alle manifestazioni in corso e assicurando il massimo impegno per contenere i disagi.

Così il Nord della Puglia vive ormai due immagini parallele. La prima è quella delle strade: uomini stanchi che passano la notte accanto ai mezzi, i fuochi accesi, il caffè preparato all’alba e la promessa di non andare via senza risposte. La seconda è nei supermercati: carrelli che si fermano davanti a scaffali vuoti, famiglie che cercano altrove ciò che non trovano più nel negozio abituale, commercianti che aspettano camion che non arrivano.

A Poggio Imperiale il presidio principale davanti al casello dell’A14 dovrebbe continuare fino a quando non arriveranno risposte concrete. C’è anche chi pensa di portare la protesta fino a Roma. «Qui non ce la facciamo più», dice Rocco Romagnolo, rappresentante del comitato olivicoltori di Carpino, «le aziende agricole sono al collasso».

Ora gli occhi sono puntati sul confronto di oggi con il Ministro dei Trasporti, Matteo Salvini. Ma nei presidi il messaggio resta quello ripetuto notte dopo notte: nessuno vuole restare per sempre accanto a un falò o dormire dentro una cabina. «Vogliamo tornare a lavorare», dicono.

Intanto, però, mentre gli uomini resistono sulle strade, nelle città cominciano a mancare le merci. Ed è forse questo il segnale più forte di una protesta che non riguarda più soltanto chi guida un tir, un trattore o un peschereccio: riguarda ormai migliaia di famiglie, che ogni mattina possono misurarne gli effetti semplicemente entrando in un supermercato.