C'è un dettaglio, in questa storia, che vale più di mille comunicati stampa: a Malta, per avere accesso gratuito a ChatGPT Plus per un anno, un cittadino deve prima seguire un corso online di due ore. Si chiama "AI for Everyone", lo ha messo a punto l'Università di Malta insieme all'autorità digitale del Paese, e si trova su una piattaforma con un indirizzo che sembra uscito da un manuale di educazione civica: ai4all.gov.mt. Superato l'esame, il cittadino maltese entra in possesso di uno strumento che vale, sul mercato, venti dollari al mese. Il governo li paga per lui. In cambio, quello stesso cittadino ha attraversato la porta di un sistema, l'identità digitale nazionale, il tracciamento dell'uso, i dati che ogni conversazione con un chatbot lascia dietro di sé, che appartiene, di fatto, a un'azienda della California.

Non è un dettaglio da poco. È la fotografia in miniatura di qualcosa di molto più grande: il modo in cui, nell'estate del 2026, alcuni Stati europei, piccoli, spesso dimenticati dalle cronache continentali, ma sovrani a tutti gli effetti, hanno scelto di legarsi mani e piedi alle aziende che oggi controllano l'intelligenza artificiale. Malta è stata la prima, a maggio, a firmare un accordo di questo tipo con OpenAI: ogni cittadino e residente sopra i quattordici anni, completato il corso, riceve un anno di abbonamento gratuito. "Malta è in prima linea, e mostra come i Paesi possano permettere ai propri cittadini di beneficiare del potenziale trasformativo dell'IA", ha dichiarato George Osborne, l'ex cancelliere dello scacchiere britannico oggi alla guida del programma "OpenAI for Countries". Il ministro dell'Economia maltese, Silvio Schembri, ha usato parole quasi identiche a quelle di ogni annuncio tecnologico degli ultimi vent'anni: trasformare "un concetto poco familiare" in "uno strumento pratico per famiglie, studenti e lavoratori".

La Grecia era arrivata prima, nel settembre del 2025, con un accordo per portare la tecnologia di OpenAI nelle scuole secondarie e nelle startup del Paese. Anche in quel caso, il linguaggio era quello della modernizzazione, dell'alfabetizzazione digitale, della competitività. Ed è lo stesso linguaggio che si ritrova, mutatis mutandis, nell'accordo che l'Islanda ha firmato con Anthropic per offrire Claude a tutti gli insegnanti del Paese, o nel memorandum che il Regno Unito ha siglato a febbraio 2025 con la stessa azienda per digitalizzare l'accesso ai servizi pubblici. Non è più una fase sperimentale: è diventata una strategia, un genere diplomatico a sé, con il suo proprio vocabolario rassicurante.

Il paradosso di Bruxelles

Qui si apre una contraddizione da cui questo pezzo prende le mosse per interrogarsi più a fondo sulla questione. Pochi mesi prima che Malta firmasse con OpenAI, l'Unione Europea aveva varato l'AI Act, il pacchetto di regole più restrittivo al mondo in materia di intelligenza artificiale: obblighi di trasparenza, valutazioni di rischio, limiti severi sull'uso dei dati biometrici e sulla sorveglianza algoritmica. Un impianto normativo pensato, nelle intenzioni di chi lo ha scritto, per mettere l'Europa al riparo dagli eccessi della Silicon Valley e della sorveglianza di Stato in stile cinese.

E tuttavia, quello stesso pacchetto di regole non ha impedito a Stati membri dell'Unione di firmare accordi bilaterali diretti con le aziende che quella stessa intelligenza artificiale la producono e la vendono. È il paradosso di un continente che scrive le leggi più severe del pianeta sulla carta, mentre i suoi governi nazionali, uno dopo l'altro, aprono le porte di casa proprio a chi quelle leggi dovrebbe rispettarle. Bruxelles alza muri regolatori; Malta, la Grecia e altri Paesi europei firmano intese dirette con Sam Altman. Le due cose accadono nello stesso continente, nello stesso anno, quasi negli stessi mesi.

Il punto non è la buona fede di chi firma questi accordi. Il ministro Schembri crede probabilmente, in buona fede, di stare facendo un favore ai suoi concittadini. Il punto è un altro, più scomodo: quando un Paese di poco più di mezzo milione di abitanti, le dimensioni di Malta lo rendono, nelle stesse parole di chi ne ha scritto, un "banco di prova" ideale, diventa il primo laboratorio al mondo per un programma nazionale di intelligenza artificiale, chi decide davvero le regole del gioco? Il governo che firma, o l'azienda che struttura il prodotto, ne definisce i termini d'uso, ne raccoglie, a scopi di addestramento, di sicurezza, di prevenzione degli abusi, le tracce digitali di milioni di conversazioni quotidiane?

Sovrani senza terra, ma con i dati

L'espressione "sovrani medievali della tecnologia" non è soltanto una suggestione retorica. Nel Medioevo, i signori feudali non possedevano eserciti propri capaci di imporsi ovunque: costruivano reti di vassallaggio, alleanze in cui un potere più debole cedeva una parte della propria autonomia in cambio di protezione, di strumenti, di accesso a qualcosa che da solo non avrebbe potuto produrre. Il feudo non spariva: cambiava padrone in modo sottile, attraverso giuramenti di fedeltà più che attraverso conquiste militari.

Le grandi aziende dell'intelligenza artificiale, OpenAI, ma anche Anthropic, che secondo un'indiscrezione rilanciata da Reuters starebbe preparando, in vista della sua quotazione in Borsa, una struttura azionaria a doppia classe capace di concentrare il controllo nelle mani dei fondatori anche dopo l'ingresso di nuovi investitori, assomigliano sempre più a potenze che non hanno bisogno di eserciti per estendere la propria influenza. Hanno bisogno di utenti, di dati, di governi disposti a firmare. E i governi, specie quelli più piccoli, spesso non hanno la forza contrattuale, né, va detto, l'infrastruttura tecnologica alternativa, per negoziare condizioni diverse da quelle che vengono loro offerte.

Non è un caso che il verbo scelto nel titolo di questa vicenda sia "vendere". È un verbo brutale, volutamente eccessivo, ma dice qualcosa di vero: quando l'accesso a un servizio pubblico, l'istruzione, l'alfabetizzazione digitale, la modernizzazione della pubblica amministrazione, passa attraverso l'infrastruttura proprietaria di una sola azienda straniera, il confine fra "adottare una tecnologia" e "cedere un pezzo di sovranità digitale" si fa sottilissimo. Non ci sono clausole segrete da rivelare, non ci vuole un'inchiesta giudiziaria per capirlo: basta leggere, il calendario degli annunci degli ultimi diciotto mesi e mettere in fila i nomi. Islanda, Regno Unito, Grecia, Malta. Un piccolo continente satellite che ruota, un accordo alla volta, intorno a poche centrali di comando a San Francisco.

Chi controlla chi

C'è poi un secondo livello di questa storia, meno visibile ma altrettanto rilevante: chi controlla, a sua volta, chi controlla l'intelligenza artificiale? La struttura azionaria a doppia classe che Anthropic starebbe progettando per la sua quotazione, una prassi già collaudata da altre big tech americane, da Google a Meta, è pensata per garantire ai fondatori un potere di voto sproporzionato rispetto alle proprie quote di capitale, anche quando l'azienda diventa pubblica e si apre a migliaia di nuovi azionisti. È il modo in cui una manciata di persone continua a decidere la rotta di un'azienda che, nel frattempo, negozia trattati educativi con governi sovrani.

Non è una critica morale ad Anthropic in quanto tale, né tantomeno a OpenAI: è la descrizione di un meccanismo strutturale. Le aziende che oggi trattano da pari a pari con gli Stati, offrendo formazione, infrastrutture, accesso, rispondono internamente a logiche di governance pensate per blindare il potere decisionale di pochissime persone. Il paradosso finale è che gli Stati europei, database dopo database, cittadino dopo cittadino, stanno cedendo pezzi della propria autonomia digitale a strutture di potere meno trasparenti, nella loro architettura interna, di quanto lo sia, con tutti i suoi limiti, un parlamento nazionale.

La domanda che resta aperta

Chi scrive non ha in tasca la soluzione, e sarebbe disonesto fingere il contrario. L'alfabetizzazione digitale è un bisogno reale, non un capriccio propagandistico: un cittadino che non sa cosa sia un modello linguistico, cosa possa fare e cosa no, è un cittadino più esposto, non meno, ai rischi della disinformazione e della manipolazione algoritmica. In questo senso, il corso obbligatorio prima dell'attivazione dell'abbonamento, a Malta, è persino un'idea sensata. Il problema non è insegnare l'intelligenza artificiale ai cittadini. Il problema è farlo attraverso un unico canale, di un'unica azienda, senza che nessuno, né i cittadini, né spesso gli stessi parlamenti nazionali, sappia con precisione quali dati vengano raccolti, per quanto tempo vengano conservati, e a quali condizioni possano essere riutilizzati per addestrare i modelli di domani.

Resta un'ultima immagine, quella con cui vale la pena chiudere. Alla fine degli anni Sessanta i grandi imperi coloniali si ritiravano fisicamente dai territori che avevano dominato per secoli, lasciando dietro di sé confini tracciati col righello e debiti da pagare per generazioni. Oggi nessuno pianta bandiere, nessuno firma trattati di annessione. Si firma, più semplicemente, un accordo di partnership per l'alfabetizzazione digitale. Ma la domanda che dovrebbe accompagnarci, ogni volta che un governo annuncia con orgoglio un'intesa del genere, è sempre la stessa, antica come i feudi e nuova come un server in California: di chi sarà, alla fine, il territorio che stiamo cedendo?