Da poche settimane presidente del Tribunale per minorenni di Milano, una lunghissima esperienza nella giustizia minorile come giudice, Paola Ortolan, ne ha viste tante, in fatto di ragazzini violenti. Si sorprende, ma non più di tanto che possano verificarsi anche casi gravissimi come quello di Trescore Balneario. Le abbiamo chiesto quali strumenti ci sono quando un ragazzino compie atti così gravi al di sotto dell'età imputabile.

Dalle parti di chi è chiamato a legiferare già si parla di nuove norme e pene da inasprire, ma lei comincia ad analizzare il problema da un altro punto.

Dottoressa Ortolan, quali sono gli strumenti in mano alle istituzionei quando accade una cosa così grave per mano di un tredicenne che non ha ancora l’età per essere processato?

«Tecnicamente si agisce un procedimento sul controllo della responsabilità a carico dei genitori o con un provvedimento un amministrativo a carico dei ragazzi, in modo che si possa strutturare un intervento, che non è penale ma educativo: i genitori del ragazzo che ha accoltellato l'insegnante hanno dato il consenso alla comunità educativa e vi è stato portato, ma poi perché ci resti e ci sia un progetto in cui interviene anche l'autorità giudiziaria, si deve aprire o un procedimento di limitazione della responsabilità genitoriale, quindi con la predisposizione di un collocamento comunitario fuori famiglia, oppure con un provvedimento amministrativo che lo controlla: si applicano quindi delle misure che non sono penali ma educative, cosa che secondo me a questa età ha molto più senso».

C'era già in Parlamento una proposta di legge che proponeva di abbassare l'età imputabile dai 14 ai 13 anni, avrebbe senso?

«Sono contraria all’abbassamento: i 12-13 anni sono un'età in cui c'è ancora molto da formare, c'è anche da chiedersi se davvero ci sia consapevolezza di quello che si fa. In Inghilterra hanno da anni un problema di coltelli molto più grande del nostro e non lo hanno certo risolto con l'età imputabile fissata da sempre a 10 anni. In Italia la responsabilità penale comincia a 14 anni, perché quella è ritenuta l'età in cui, a livello di maturazione psichico-evolutiva, comincia la capacità di comprendere il senso dei propri gesti, tanto che, anche dopo, una delle cause di non punibilità è l'immaturità. Ma perché si maturi, sarebbe necessario agire in termini educativi molto prima: non dobbiamo dimenticare che molto in fatto di prevenzione e di educazione si gioca nell'età della scuola di infanzia o addirittura prima».

Da dove ripartire allora?

«Dal fatto che dobbiamo capire da dove partono questa rabbia e questa inconsapevolezza del proprio di agire, quando si scatena violenza così grave nei giovanissimi. E partono, secondo la mia esperienza, dalla prima infanzia: i ragazzi che incontriamo nel Tribunale per minorenni sono stati pressoché tutti bambini, lo dico per un dato di esperienza, lasciati crescere fin da piccolissimi senza una guida, senza una briglia. Dopo non ci si può meravigliare che a 11 -13 anni siano completamente senza confini. Se non hai creato il terreno prima, quando ti scontri per la prima volta con una regola, con un limite sociale, che può venire dall'esterno, dalla scuola che ti mette dei paletti, da un ragazzo o da una ragazza che ti rifiuta, quel limite non sei attrezzato a gestirlo. È una cosa che si impara a cominciare dall'educazione spicciola di ogni giorno, da piccolini, con cui un genitore detta le regole del vivere civile: "Non si fanno le scale di corsa”, “Non si mangia con le mani". Ma noi li vediamo nei corridoi del Tribunale: è normale che un bambino faccia il bambino, magari corre, magari fa rumore. Quello vediamo quasi mai è un genitore che intervenga a spiegare che in un luogo di lavoro il rumore disturba».

È da lì che si comincia a prevenire?

«Dobbiamo iniziare a lavorare sull'educazione alle relazioni e soprattutto sulle parole da dare alle proprie emozioni non alla scuola media ma alla scuola d'infanzia. E poi bisogna sostenere le famiglie, spesso troppo sole, e dare ai ragazzi possibilità di aggregazione educativa, perché se da una certa età stannio troppo da soli, passano il loro tempo in strada a fare sciocchezze o vivono appesi ai social e in balia della Rete».

Nutre poca fiducia nella funzione salvifica della repressione penale cui la società sembra credere molto?

«Non c'è niente di salvifico, purtroppo, soprattutto nei casi in cui il problema ha radici nella formazione della persona, non ci si ferma certo per paura di una pena più grave: vale per questi atti di ragazzini come per i casi di femminicidio e di violenza domestica. Se non si lavora anche sulla consapevolezza delle relazioni e della loro qualità non si va da nessuna parte, tanto più con ragazzi in evoluzione. Sarà un caso che don Mazzi, che ha 96 anni, denuncia da 40 anni un nodo critico all'altezza della scuola media?».

L’Inghilterra ha appena stanziato 320 milioni di sterline per interventi mirati di prevenzione su ragazzini al primo segno di un coltello in tasca, è questa la via?

«A quel che leggo dai giornali il ragazzino che ha colpito a scuola non aveva dato gravi segnali di problematicità particolare prima, non era di quelli già segnalati ai servizi. A maggior ragione questo fa pensare alla necessità di prevenzione di tipo educativo primario a tappeto su tutti, non solo su quelli che già manifestano un problema, perché a quel punto è già tardi, bisogna arrivare molto prima».

Che cosa si sentirebbe di dire a un genitore che si preoccupa in vista della preadolescenza?

«Che c’è un tema di responsabilità genitoriale, il concetto dei no che aiutano a crescere è tuttora valido ma lo si pratica a livello sociale sempre meno: quando si parla di dare dei limiti ai bambini che crescono non si intende dare limiti gratuiti, ma dare all'educazione una prospettiva di valori da trasmettere, che poi vuol dire di avere con i figli una relazione educativa calda affettivamente, che mette sappia però allenare ai limiti, che prima o poi la vita da fuori metterà a tutti: i bambini che crescono onnipotenti prima o poi si scontreranno con dei no di altri che non sapranno gestire».

C'è chi chiede di rendere più incisiva la norma che vieta di portare armi bianche, servirebbe?

«Temo di no: portare il coltello è già reato, il problema è che i ragazzi che lo portano spesso neanche lo sanno perché non glielo ha mai detto nessuno».