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Quattro palestinesi e due israeliani – un colono e un soldato – uccisi in uno scontro a fuoco nei pressi del villaggio di Tell, vicino a Nablus. L’ennesima, sanguinosa giornata in Cisgiordania, porta il numero dei palestinesi uccisi dall'inizio dell'anno a quota 87. E scatena la caccia all’uomo da parte delle forze israeliane che fanno irruzione anche nell’ospedale di Nablus.
«Questi episodi di violenza a Nablus non sono isolati. Si inseriscono in un contesto più ampio caratterizzato da incursioni israeliane, violenze dei coloni sostenute dallo Stato, interruzione dei servizi essenziali e crescente pressione sulla popolazione civile e sul sistema sanitario, dichiara Filipe Ribeiro, capomissione di Medici Senza Frontiere (MSF) in Palestina. «Quando delle forze armate entrano in un ospedale», prosegue, «l’impatto è immediato: paura, interruzione delle cure, ritardi nell’assistenza e un aumento dei rischi per pazienti già vulnerabili. La tutela delle strutture sanitarie deve essere rispettata. Queste devono rimanere accessibili a chi ne ha bisogno. È inaccettabile che ospedali, ambulanze, personale e pazienti siano oggetto di atti di violenza in qualsiasi zona della Palestina».
Violenze che avvengono con il silenzio colpevole della comunità internazionale. I riflettori non si sono accesi neppure quando è stata arrestata, senza accuse, Natalie Abudayyeh. La giovane cristiana, stella del calcio palestinese e studentessa di giornalismo, era stata prelevata dalla sua residenza universitaria all'inizio di giugno. Senza accuse, continua a ripetere la comunità evangelica luterana di cui fa parte. Il tribunale militare israeliano ha deciso di fissare la prossima udienza al 23 settembre continuando a trattenerla in prigione impunemente. La Chiesa Evangelica Luterana in Giordania e Terra Santa, con il vescovo Imad Haddad ha denunciato che «Natalie Abudayyeh è tra le migliaia di palestinesi detenuti in Israele senza accusa né processo».
Insieme con lei, originaria di Beit Jala, in Cisgiordania, diplomata alla scuola luterana Talitha Kum e studentessa di giornalismo e media all'Università di Birzeit, è stata arrestata anche un altra calciatrice. Rand al-Halawani, attaccante della nazionale femminile della Palestina e del club Sareyyet Ramallah, è in carcere senza accuse. «Rand e Natalie sono giovani giocatori internazionali che hanno rappresentato con orgoglio la Palestina sia a livello giovanile che a livello senior», ha sottolineato la Federazione calcistica palestinese denunciando «un modello ben documentato di persecuzione sistematica degli atleti palestinesi, che continua impunemente». A loro «vengono regolarmente negati la libertà di movimento, la sicurezza e il diritto fondamentale di partecipare allo sport in condizioni di parità, diritti che la Fifa garantisce esplicitamente a tutti i giocatori del mondo senza discriminazioni», ha aggiunto chiedendo alla Federazione internazionale del calcio di intraprendere «azioni disciplinari concrete per affrontare queste continue violazioni».
In questo clima, in cui continuano persecuzioni, discriminazioni e violenze, il Governo israeliano, invece di fermare i coloni dà loro protezione e sostegno.
A Tell la sparatoria era cominciata con un gruppo di coloni israeliani che aveva attaccato il villaggio tentando di fare irruzione in due case. Gli abitanti sono usciti per difendersi e i coloni hanno aperto il fuoco. Poco dopo sono arrivati i soldati israeliani, che hanno sparato a loro volta, uccidendo quattro palestinesi. La versione israeliana, come sempre, è opposta: sarebbe stato un palestinese a sottrarre un'arma a un colono e a sparare per primo.
Poi la rappresaglia: decine di coloni sono entrati nel vicino
villaggio di Jit. L'esercito ha imposto il coprifuoco su Tell e bloccato gli accessi a Nablus. Il primo ministro Netanyahu ha promesso «fermezza» e ordinato all'esercito un «massiccio dispiegamento», naturalmente contro i palestinesi. Ha anche accelerato il riconoscimento di nuovi insediamenti illegali e ordinato l’irruzione nell’ospedale di Nablus. L’Onu definisce quella che sta accadendo la violenza più alta mai registrata. Secondo l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), nel 2026, si registrano una media di sei attacchi di coloni al giorno contro palestinesi. Oltre 2.200 palestinesi sono già stati sfollati quest'anno a causa della violenza dei coloni e delle demolizioni. Oltre mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania dall'ottobre 2023, un quarto dei quali bambini. E la violenza dei coloni rappresenta ormai il 55% dei ferimenti di palestinesi in Cisgiordania.
Il tutto con la protezione, diretta o indiretta, dell'esercito israeliano. Un altro rapporto dell'Onu ha stabilito che lo Stato di Israele è il principale responsabile degli attacchi dei coloni, poiché le forze di sicurezza offrono loro protezione. Gli arresti e le condanne per violenza dei coloni, denuncia B'Tselem, sono rarissimi. L'impunità è la regola.
Intanto l’Autorità nazionale palestinese e numerose ong che operano nel territorio denuncia che «il silenzio internazionale sui crimini dell'occupazione ha portato a un’escalation del ciclo di violenza». Il capo dell'Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati, Philippe Lazzarini, parla di una «guerra silenziosa» in Cisgiordania, priva di un’adeguata attenzione mediatica internazionale. Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Gaza, la Cisgiordania viene lentamente dissanguata. Le violenze dei coloni vengono normalizzate, la legalità internazionale calpestata.
L'Europa si spacca sulle sanzioni ai coloni. Gli Stati Uniti tacciono. E mentre il mondo tace i villaggi palestinesi vengono bruciati, gli uliveti distrutti, le famiglie cacciate dalle loro case, i cittadini e le cittadine arrestati.
Altri villaggi si preparano a seguire la stessa sorte di Tell. Nel silenzio più totale.





