Dopo aver appreso la notizia del tragico incendio avvenuto la notte dell’1 gennaio a Crans-Montana, in Svizzera, che ha provocato oltre 40 morti e numerosi feriti, papa Leone XIV ha voluto unirsi «al dolore delle famiglie» coinvolte e «dell’intera Confederazione Elvetica». In un telegramma, a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e indirizzato al vescovo di Sion, monsignor Jean-Marie Lovey, il Pontefice esprime la sua «partecipazione e sollecitudine» ai parenti delle vittime, pregando Dio perché accolga quanti hanno perso la vita «nella Sua dimora di pace e di luce» e perché «sostenga il coraggio di quanti soffrono nel cuore o nel corpo». L’auspicio del Papa è che «la Madre di Dio, nella sua tenerezza», possa portare «il conforto della fede» a tutte le persone colpite da questa tragedia, custodendole «nella speranza».

E ai media vaticani ha parlato monsignor Jean-Marie Lovey, vescovo di Sion, che ha detto che alla Chiesa, di fronte a questa tragedia, spetta una presenza discreta, che non pretende di spiegare l’inspiegabile ma sceglie di restare accanto.

«Di fronte a un dramma che ha profondamente scosso la comunità locale, la Chiesa è chiamata anzitutto a una presenza silenziosa e condivisa», ha spiegato il presule. «Il clima è pesante e carico: ci sono molte emozioni, incomprensione, interrogativi. La gente si chiede come sia potuto accadere, che cosa sia successo. È talmente terribile».

People attend a vigil at a church after a fire and explosion at the “Le Constellation” bar during a New Year’s Eve party, where several people died and others were injured, according to Swiss police, in the upscale ski resort of Crans-Montana in southwestern Switzerland, January 1, 2026. REUTERS/Stephanie Lecocq
People attend a vigil at a church after a fire and explosion at the “Le Constellation” bar during a New Year’s Eve party, where several people died and others were injured, according to Swiss police, in the upscale ski resort of Crans-Montana in southwestern Switzerland, January 1, 2026. REUTERS/Stephanie Lecocq
La messa in suffragio delle vittime celebrata giovedì sera a Crans-Montana dal vescovo Lovey (REUTERS)

La sera di giovedì il vescovo ha presieduto una Messa in suffragio delle vittime nella chiesa del comune, gremita da oltre quattrocento persone. Un segno eloquente di un bisogno profondo: non restare soli. «La gente ha bisogno di riunirsi, di ritrovarsi, di vivere insieme», ha raccontato Lovey. «La solitudine, specie in momenti come questo, è troppo pesante da portare».

Accanto alla celebrazione eucaristica, la diocesi ha attivato spazi di ascolto e di raccoglimento: chiese aperte per la preghiera, un libro per lasciare un pensiero, un fiore o una candela, momenti di silenzio condiviso. «Condividere una parola, uno sguardo, un silenzio: c’è un’attesa reale da parte delle famiglie ferite di essere riconosciute nella loro sofferenza», ha sottolineato il vescovo.

Una risposta pastorale vissuta anche in chiave ecumenica. Alle iniziative hanno preso parte rappresentanti della Chiesa riformata, in una comunione che nasce dal dolore condiviso. «Il ministero specifico del cristianesimo è precisamente quello della comunione», ha detto Lovey, «Essere con chi è solo, consolare chi si trova solo, assicurare una presenza: questo è l’essere stesso di Dio. Dio si definisce come Colui che è con».

Crans-Montana, località turistica internazionale, ospita in questi giorni persone provenienti da molti Paesi, tra cui numerose famiglie italiane. «C’è qualcosa di molto universale in ciò che si vive qui», ha detto il vescovo, «è una bella immagine della Chiesa: una comunità fatta di popoli diversi che, nel tempo del dolore, si ritrovano uniti».

Accanto alla vicinanza spirituale, Lovey ha sottolineato con gratitudine l’enorme rete di solidarietà attivata: soccorritori, personale sanitario, autorità civili, ospedali di Svizzera, Francia e Italia. «C’è davvero qualcosa di meraviglioso che sta accadendo. Tutto questo è vissuto con spontaneità, professionalità e senso di responsabilità. È confortante».

Infine, un messaggio diretto alle famiglie colpite dal lutto, all’inizio di un anno che si è aperto nel segno della tragedia. «Vorrei poter trasmettere un messaggio di speranza che è al cuore della missione cristiana. Al di là di queste nubi scure e nere, vorrei dire che una luce è possibile».

Una luce che affonda le radici nel mistero del Natale e dell’Epifania: «Sulla terra delle tenebre e su coloro che vivevano nell’ombra della sofferenza e del dolore, una luce risplende», ha concluso Lovey, «Dio può entrare nel cuore di coloro che sono colpiti. Vorrei che le famiglie potessero credere che la luce è possibile».