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Il 3 gennaio 2026 segnerà probabilmente una data spartiacque nelle relazioni internazionali del XXI secolo. Mentre il presidente venezuelano Nicolás Maduro si trovava in colloquio con Qiu Xiaoqi, inviato speciale del governo cinese per gli affari latinoamericani, forze speciali statunitensi hanno fatto irruzione a Caracas, prelevando il leader bolivariano insieme alla moglie per condurlo negli Stati Uniti. Un'operazione militare che ha ignorato ogni convenzione del diritto internazionale e che rappresenta, secondo molti osservatori, un messaggio inequivocabile dell'amministrazione Trump alla Cina: i vecchi equilibri sono finiti.
L'operazione e le sue implicazioni immediate
L'attacco americano in Venezuela non è stato un fulmine a ciel sereno per chi seguiva gli sviluppi della politica estera della nuova amministrazione Trump. Secondo quanto riportato da diverse fonti, l'operazione era stata pianificata con cura e mirava non solo a rimuovere Maduro – accusato da Washington di narcotraffico e corruzione – ma anche a recidere uno dei legami più forti che la Cina aveva costruito in America Latina negli ultimi quindici anni.
L'operazione venezuelana si inserisce in un pattern più ampio. Poche settimane prima, raid americani in Nigeria – primo partner commerciale della Cina in Africa e nodo cruciale della Belt and Road Initiative – avevano già segnalato una nuova aggressività dell'amministrazione Trump nei confronti degli interessi cinesi nel Sud globale.


Il Venezuela: pilastro della strategia cinese in America Latina
Per comprendere la portata di questo attacco, occorre guardare ai numeri e alla natura del rapporto sino-venezuelano. Dal 2007, quando Hugo Chávez e la Cina iniziarono a tessere una partnership strategica, Pechino ha prestato al Venezuela oltre 60 miliardi di dollari, secondo stime di vari istituti di ricerca internazionali. Questi prestiti, spesso garantiti da forniture petrolifere future, hanno fatto del Venezuela il principale debitore della Cina in America Latina.
Il paese sudamericano possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo – circa 300 miliardi di barili – e per anni ha fornito greggio pesante alla Cina, contribuendo alla diversificazione energetica di Pechino e riducendone la dipendenza dal Medio Oriente. Nel periodo di maggiore cooperazione, il Venezuela esportava in Cina circa 500.000 barili al giorno.
Ma l'interesse cinese andava oltre il petrolio. Il Venezuela è diventato un banco di prova per le tecnologie di sorveglianza e controllo sociale cinesi. Aziende come ZTE e Huawei hanno contribuito a costruire il sistema di identificazione elettronica "Carnet de la Patria", utilizzato dal governo venezuelano per distribuire aiuti ma anche per monitorare la popolazione. La collaborazione si estendeva anche al settore minerario, con joint venture per l'estrazione di oro e altri minerali preziosi.
Sul piano geopolitico, il Venezuela rappresentava per la Cina una testa di ponte in quello che Washington considera il proprio "cortile di casa". La presenza cinese a Caracas dimostrava la capacità di Pechino di proiettare influenza anche nell'emisfero occidentale, sfidando il tradizionale predominio statunitense stabilito dalla dottrina Monroe.


I danni economici: una valutazione complessa
L'estradizione forzata di Maduro pone la Cina di fronte a perdite potenzialmente ingenti. I 60 miliardi di dollari prestati al Venezuela negli ultimi due decenni rappresentano una cifra significativa, anche per un'economia delle dimensioni di quella cinese. Gran parte di questo debito era già considerato di difficile recupero, data la crisi economica venezuelana, ma un cambio di regime ostile agli interessi cinesi potrebbe trasformare crediti inesigibili in perdite definitive.
Nel settore energetico, la Cina potrebbe perdere accesso preferenziale alle riserve petrolifere venezuelane. Un nuovo governo allineato con Washington potrebbe riorientare le esportazioni petrolifere verso gli Stati Uniti e i loro alleati, costringendo Pechino a cercare alternative sul mercato globale, potenzialmente a prezzi meno favorevoli.
Le conseguenze si estendono al settore tecnologico. Le aziende cinesi hanno investito in infrastrutture di telecomunicazione, sistemi di sorveglianza e progetti digitali in Venezuela. Un cambio di regime potrebbe portare alla nazionalizzazione o alla cancellazione di questi contratti, con perdite dirette per le aziende coinvolte e un danno reputazionale per il modello di esportazione tecnologica cinese.
Sul piano geopolitico, la perdita del Venezuela rappresenterebbe un arretramento significativo per la Belt and Road Initiative in America Latina. Caracas era uno dei nodi principali della presenza cinese nella regione, e la sua caduta potrebbe incoraggiare altri paesi a riconsiderare i loro rapporti con Pechino, specialmente se percepiscono una rinnovata assertività americana disposta a usare anche la forza militare.


Le reazioni cinesi: tra rabbia e riflessione strategica
La prima reazione ufficiale di Pechino non si è fatta attendere. Il Ministero degli Esteri cinese ha emesso una dura condanna dell'operazione americana, definendola una violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale. Tuttavia, come spesso accade nella diplomazia cinese, il linguaggio è rimasto misurato, evitando minacce dirette o ultimatum.
Ben diverso il tono sui social media cinesi, dove la frustrazione e la rabbia hanno trovato espressione più libera. Pieranni riporta nella sua newsletter che sui social network cinesi circolano commenti sarcastici: «Ci hanno messo meno gli americani a prendersi il Venezuela che noi Taiwan». Un'osservazione amara che riflette la percezione di una Cina potente economicamente ma ancora incapace di proiettare forza militare lontano dai propri confini. Particolarmente significativa è l'analisi di Ding Yichao, ricercatore ed esperto di relazioni internazionali noto per il suo approccio neo-realista. In un pezzo pubblicato su WeChat e tradotto da Pieranni, Ding sostiene che «l'era della diplomazia e del diritto internazionale è finita, siamo entrati nel tempo in cui la sovranità coincide esclusivamente con la capacità di esercitare violenza letale».
Questa visione, per quanto estrema, riflette un dibattito sempre più acceso in Cina sul fallimento del multilateralismo e sull'impossibilità di contare su istituzioni internazionali che, secondo molti commentatori cinesi, servono principalmente a legittimare l'egemonia americana. L'operazione in Venezuela viene letta come la prova definitiva che le norme internazionali valgono solo quando convengono alla potenza dominante.


Scenari futuri: tra regime change e nuovi equilibri
Lo scenario più probabile nel breve termine vede l'instaurazione di un governo transitorio in Venezuela, sostenuto dagli Stati Uniti e possibilmente guidato da figure dell'opposizione venezuelana in esilio. Questo governo avrà tra le priorità la ricostruzione dei rapporti con Washington e con le istituzioni finanziarie internazionali come il Fondo Monetario Internazionale.
Per la Cina, questo significherebbe dover negoziare con un governo ostile o almeno molto meno favorevole. I contratti esistenti potrebbero essere rivisti o cancellati, e le aziende cinesi potrebbero trovarsi escluse da futuri progetti di ricostruzione del paese. Gli Stati Uniti e i loro alleati europei potrebbero coordinare un piano di aiuti e investimenti che escluda deliberatamente la partecipazione cinese, trasformando il Venezuela in un nuovo fronte della competizione tra superpotenze.
Tuttavia, la Cina non è priva di opzioni. Pechino potrebbe cercare di mantenere canali di comunicazione con il nuovo governo, offrendo cancellazione parziale del debito in cambio di garanzie su contratti e investimenti esistenti. La Cina ha dimostrato in passato una notevole flessibilità pragmatica, lavorando con governi di ogni orientamento politico quando gli interessi economici lo richiedevano.
Sul piano più ampio, l'episodio venezuelano potrebbe accelerare alcune tendenze già in atto nella strategia cinese. Primo, un ulteriore spostamento degli investimenti cinesi verso regioni percepite come meno esposte all'influenza americana diretta, come l'Asia centrale e alcune parti dell'Africa. Secondo, un rafforzamento delle capacità militari cinesi di proiezione della forza, nella consapevolezza che la sola potenza economica non basta a proteggere gli interessi nazionali. Terzo, una maggiore enfasi sulla creazione di istituzioni alternative a quelle occidentali, come la Asian Infrastructure Investment Bank o i meccanismi di pagamento che bypassano il sistema SWIFT dominato dal dollaro.


La fine dell'ordine liberale?
L'operazione in Venezuela solleva interrogativi che vanno ben oltre il caso specifico. Stiamo assistendo alla fine definitiva dell'ordine internazionale liberale costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale? Le istituzioni e le norme che per decenni hanno regolato i rapporti tra stati – dalla Carta delle Nazioni Unite alle convenzioni sulla sovranità territoriale – conservano ancora qualche efficacia?
La tesi di Ding Yichao, per quanto cinica, trova riscontro in una serie di precedenti recenti. L'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 aveva già messo in crisi il principio dell'inviolabilità delle frontiere. Le operazioni militari unilaterali americane, dalla Libia alla Siria, avevano già dimostrato che le grandi potenze si sentono sempre meno vincolate dal diritto internazionale quando percepiscono minacce ai loro interessi vitali.
Ciò che rende diversa l'operazione venezuelana è la sua natura apertamente rivolta contro gli interessi di un'altra grande potenza. Non si tratta di un intervento umanitario, di una missione anti-terrorismo o di una risposta a una minaccia imminente. È un atto di forza destinato a riaffermare il predominio americano in una regione strategica e a infliggere un colpo agli interessi del principale competitore globale degli Stati Uniti.
Per la Cina, questo rappresenta un dilemma strategico fondamentale. Rispondere con la forza rischierebbe un'escalation incontrollabile e potrebbe alienare molti paesi del Sud globale che guardano alla Cina come a un'alternativa pacifica all'egemonia americana. Non rispondere, d'altra parte, potrebbe essere interpretato come segno di debolezza, incoraggiando ulteriori azioni americane contro gli interessi cinesi in altre regioni.
Per l'Europa, e per l'Italia in particolare, questa crisi pone interrogativi difficili. Il ricorso unilaterale alla forza da parte degli Stati Uniti, ignorando le Nazioni Unite e il diritto internazionale, mette in discussione i principi su cui si fonda la politica estera europea. Come può l'Europa sostenere il rispetto delle norme internazionali in Ucraina se tace di fronte a violazioni simili commesse dal suo principale alleato?
La Chiesa cattolica, attraverso le parole di Papa Francesco prima e di Leone poi, ha ripetutamente sottolineato l'importanza del multilateralismo e del dialogo come strumenti per risolvere le controversie internazionali. L'azione militare in Venezuela rappresenta l'antitesi di questi principi, sostituendo la diplomazia con la forza bruta e il diritto con l'arbitrio del più forte.
C'è anche una dimensione etica da considerare. Il popolo venezuelano ha sofferto immensamente negli ultimi anni, sia per le politiche economiche disastrose del governo Maduro sia per le sanzioni internazionali. Un cambio di regime imposto dall'esterno, anche se rimuove un leader autoritario, rischia di prolungare l'instabilità e la sofferenza, specialmente se non accompagnato da un piano credibile di ricostruzione e riconciliazione nazionale.
L'attacco americano in Venezuela e la cattura di Maduro rappresentano più di una crisi bilaterale tra Stati Uniti e Cina. Sono il sintomo di una trasformazione profonda dell'ordine internazionale, in cui le norme e le istituzioni costruite negli ultimi settant'anni stanno cedendo il passo a una logica più cruda di competizione tra grandi potenze.
Per la Cina, le perdite economiche in Venezuela sono significative ma probabilmente gestibili. Le riserve valutarie cinesi superano i 3.000 miliardi di dollari, e l'economia cinese ha dimostrato una notevole capacità di assorbire shock esterni. Più preoccupante per Pechino è il precedente che si sta creando: se gli Stati Uniti possono colpire impunemente gli interessi cinesi in Venezuela, cosa impedirà loro di fare lo stesso altrove?
La domanda che molti osservatori si pongono è se questa escalation possa essere contenuta o se siamo destinati a entrare in una fase di confronto sempre più aperto tra le due superpotenze. La storia del XX secolo offre lezioni inquietanti su cosa accade quando grandi potenze in ascesa e potenze egemoniche in declino entrano in rotta di collisione.
Per il momento, entrambe le parti sembrano consapevoli dei rischi di un conflitto diretto. Ma la logica dell'azione unilaterale e della forza bruta, una volta innescata, ha una sua dinamica che può essere difficile da controllare. Come osserva Pieranni citando i commenti sui social cinesi, la vera domanda non è se la Cina risponderà, ma come e quando lo farà. In questo scenario, il ruolo dell'Europa e delle istituzioni internazionali diventa cruciale. Se anche le potenze medie e i paesi più piccoli rinunciano a difendere il diritto internazionale, il mondo rischia di precipitare in una nuova era di anarchia, in cui solo la forza conta e la sovranità è riservata a chi può permettersela militarmente.
Il Venezuela, paese che custodisce le più grandi riserve petrolifere del mondo ma che ha visto il suo popolo ridotto alla fame, diventa così il simbolo di un mondo in cui le ambizioni delle grandi potenze si scontrano lasciando macerie umane. E mentre Stati Uniti e Cina misurano le loro forze, sono i venezuelani comuni a pagare il prezzo più alto di questa nuova fase della storia globale. Per quanto riguarda gli sviluppi futuri, molto dipenderà dalle prossime mosse di Pechino e dalla reazione degli altri paesi latinoamericani. La Cina ha investito miliardi anche in Brasile, Argentina, Cile e Perù. Se questi paesi interpreteranno l'operazione venezuelana come un segnale che devono ridurre i loro legami con la Cina per evitare ritorsioni americane, Pechino potrebbe vedere decenni di lavoro diplomatico ed economico in America Latina andare in fumo. Se invece riusciranno a mantenere un equilibrio tra le due superpotenze, potrebbe aprirsi uno spazio per una maggiore autonomia del Sud globale.
Una cosa appare certa: il mondo che emergerà da questa crisi sarà molto diverso da quello che abbiamo conosciuto. E non necessariamente più sicuro.












