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Donald Trump.
Fin dove vuole arrivare Donald Trump? La domanda non è retorica, è urgente. A quasi un anno e mezzo dal suo secondo mandato, la sua presidenza assomiglia sempre meno a una democrazia imperfetta e sempre più a una caricatura grottesca di autocrazia. Intanto il Pianeta scivola sull’orlo dell’abisso. Dall’inizio del suo mandato ha acceso almeno una guerra (l’Iran) e scatenato numerosi raid su Paesi sovrani (a partire dal Venezuela). Non media, non tratta: colpisce. C’è qualcuno che lo può fermare? I segnali di insofferenza ci sono, come il movimento No Kings che ha visto sfilare per le strade americane centinaia di migliaia di manifestanti. Ma questo tipo di manifestazioni sembranbo sortire l’effetto opposto.
I signori della guerra, Trump e Benjamin Netanyahu, non sembrano conoscere limiti. Uno guida la superpotenza, l’altro si muove come se ne fosse una filiale. I rapporti con gli alleati europei sono deteriorati, corrosi giorno dopo giorno. Israele, nei fatti, è diventato il cinquantunesimo Stato americano, il più potente e aggressivo. Non per diritto, ma per pratica.
Il secondo mandato di Trump ha una cifra precisa: la prepotenza, ha scritto il Wall Street Journal. Non è più l’improvvisazione del primo giro, è un metodo, il programma politico di Make America Great Again, i cui aderenti però comincianoa porsi qualche dubbio sugli effetti autolesionistici di questo tipo di politica. Un altro colpo lo ha battuto la Corte Suprema, bocciando la gran parte dei suoi dazi doganali che avevano infettato il mondo. Nel partito dell’elefantino invece siamo al vuoto quasi assoluto. Lo sostiene un gabinetto di fedelissimi e un Congresso repubblicano ridotto a claque.
«Trump è convinto – e qui sta il punto – di poter fare tutto. Davvero tutto. Con un Paese, con uno skyline, con la stessa Casa Bianca», riporta il New York Times. Ha preso d’assalto la Casa Bianca e ha raso al suolo l’Ala Est e il giardino di Jackie Kennedy prima ancora che qualcuno potesse vedere un progetto. Decide, abbatte, rifà. Come ai tempi dei suoi cantieri, solo che qui il cemento è il simbolo del potere americano, della democrazia celebrata da Tocqueville.
Fa saltare in aria imbarcazioni sospettate di traffico di droga. Ha prelevato Nicolás Maduro direttamente dalla sua camera da letto e poi ha lasciato che ha comandare fosse la sua vice, perchè un altro dei problemi è che non finisce mai "il lavoro” lasciando dietro di sè macerie, vittime e tragedie, come a Gaza. Parla di saccheggiare la Groenlandia, di attaccare Cuba con l’entusiasmo di un conquistatore fuori tempo massimo.
«Credo proprio che avrò l’onore di prendere Cuba», ha detto. «È un grande onore. Prendere Cuba in qualche modo. Che la liberi o la conquisti. Penso di poterci fare quello che voglio, vuoi sapere la verità?»
Puoi fare qualsiasi cosa. È questo il ritornello.
Durante una riunione di gabinetto, giovedì scorso, ha scherzato: «Potrei andare in Venezuela e candidarmi contro Delcy», riferendosi a Delcy Rodríguez.
Lunedì ha minacciato l’Iran: se non si piegherà, «continueremo a bombardarlo senza sosta». Ma in America si levano i dubbi di una guerra totalmente sbagliata. È furioso con la NATO, colpevole di non obbedire abbastanza. «Se non lo farete, ce ne ricorderemo. Ricordatelo tra qualche mese. Mai dimenticare». Il linguaggio è quello del ricatto, non della diplomazia.
Colpisce anche una stranezza che non è una stranezza: Trump ha fatto suo lo slogan dell’11 settembre, “mai dimenticare”. «Lo stesso uomo che, mentre crollavano le Torri Gemelle, osservava che uno dei suoi edifici, il 40 Wall Street, era diventato il più alto di Lower Manhattan. Anche allora, contava i piani», riporta sempre il New York Times.
Eppure c’è stato un tempo in cui Trump diceva il contrario. Che la guerra era uno spreco. Che non bisognava rovesciare regimi che non si conoscono. Dopo aver sconfitto Hillary Clinton nel 2016, promise di smettere con queste avventure. Ha dichiarato che avrebbe concluso il conflitto in Ucraina in un giorno parlando con il suo amico Putin. Ha fermato il massacro a Gaza, anche se non ha nessuna intenzione di continuare il processo di pace assicurando la ricostruzione a favore dei gazawi stremati sotto la pressione di Israele.
La nuova sete di violenza globale trova sponde fedeli. Il ministro della guerra Pete Hegseth, per esempio, ha già dato prova della sua idea di esercito: ha bloccato la promozione di due ufficiali neri e due donne al grado di generale, riporta la stampa americana. Il risultato è una lista di promossi composta soprattutto da uomini bianchi, il profilo preferito da un suprematista che vuole un potere uniforme e obbediente.
«Quando Trump era un immobiliarista, si rideva della sua mania di mettere il proprio nome ovunque. Era folklore americano. Oggi non fa più ridere», commenta il quotidiano di New York. «È qualcosa di più cupo. Ha imposto il suo nome al Kennedy Center. Ha cancellato “USA” dall’Istituto per la Pace, trasformandolo nel Donald J. Trump Institute of Peace. Sta marchiando navi da guerra, edifici pubblici, perfino la memoria».
Un enorme striscione con la sua faccia pende dal Dipartimento di Giustizia. Ha tentato di rinominare l’aeroporto di Washington Dulles e la Penn Station di New York con il suo nome. Progetta un arco monumentale davanti al Lincoln Memorial, tanto grande da interferire con le rotte aeree. Non è estetica: è occupazione simbolica.
Trump cerca di imporre il cattivo gusto della sua residenza di Mar a lago, in florida, ovunque. La sua commissione artistica ha approvato una moneta commemorativa in oro 24 carati con il suo volto, chino su una scrivania, pugni chiusi. Re Mida, ma senza ironia. Ora spinge il Dipartimento del Tesoro a coniare una moneta da un dollaro con la sua faccia, come un cesare postmoderno.
E non basta. Nella sua corsa all’onnipresenza, ha deciso di lasciare la propria firma sulle banconote. Il Tesoro ha annunciato che sarà il primo presidente in carica a farlo. Non è un dettaglio tecnico: è un gesto politico. Significa togliere la firma del tesoriere e sostituirla con la propria. Un gesto di appropriazione.
Il tesoriere Brandon Beach ha parlato di “impronta storica”, di “rinascita dell’età dell’oro”. Parole che suonano fuori tempo mentre le operazioni militari fanno salire i prezzi e crollare i mercati. Secondo il The Wall Street Journal, Donald Trump è «inadatto alla carica», mentre CNN lo definisce un «bugiardo seriale». Due giudizi diversi per provenienza, ma concordi nel delineare un leader inaffidabile e controverso. Persino l’emittente conservatrice Fox News, generalmenmte favorevole, lo ha giudicato «reckless and undisciplined, sconsiderato e privo di disciplina».
E allora, mentre tutti cercano di capire questo Trump più aggressivo, la verità è più semplice e più scomoda: è sempre lo stesso, quello di The Apprentice, del mondo di Hollywwod, chiosa il Times.
Solo che adesso ha un palcoscenico più grande.
E armi vere.



