Un incidente, improvviso, inatteso, con esito mortale in diretta, che fa il giro della rete e dei social. E che lascia storditi, con tante domande sospese. Così è stata la fine di padre Patricio Alfredo Sanchez Molinari, morto mentre celebrava la Messa nella parrocchia di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, a Guayaquil, in Ecuador, sabato 17 ottobre. La croce alle spalle del sacerdote, che parlava dall’altare, si stacca, cade in avanti e lo colpisce alla testa, causandone la morte. La Messa è trasmessa in diretta streaming tramite Facebook. In tanti vedono la morte del sacerdote in diretta. In uno degli atti di vita che più caratterizza la vita di un prete, la celebrazione eucaristica.

Sui social si scatenano presto le reazioni: persino battute di pessimo gusto come: «Letteralmente l’ha ucciso Gesù». Qualcuno ha fatto ironia sul fatto che nell’omelia avesse detto che «tutti dobbiamo morire».

Ma spuntano anche altri interrogativi, come l’insinuazione di alcuni (sempre sui social) che il prete fosse un peccatore (sottinteso: colpito dunque da Dio). Domanda vecchia, che ritroviamo nei Vangeli: a un fattaccio di cronaca nera (un gruppo di galilei finiti sepolti sotto una torre crollata) che gli viene riferito, Gesù risponde chiaramente che non si tratta di una punizione divina (Luca 13,2), ma piuttosto di un appello per tutti alla conversione. Anche per il cieco nato si cerca il “capro espiatorio” per la sua condizione: ha peccato lui o genitori? Nessuno dei due, risponde Gesù (Giovanni 9,2-3). È una reazione molto umana cercare “colpe” nascoste, mi dico, di fronte a un male, un’ingiustizia della vita che non riusciamo a “inquadrare” e a controllare. Abbiamo bisogno di un colpevole, di una “causa” chiara e limpida.

Certo, la croce si è staccata ed è caduta addosso al religioso per cause “naturali”, fisiche (un gancio piazzato male? chissà). Ma in realtà ci chiediamo qualcosa di più, e di più profondo. Perché? Che senso ha questo? È una domanda più “evoluta”, ancorché difficile. È il grido del dolore senza misura e senza “perché” apparente che fa gridare i giusti sofferenti della Bibbia, come Giobbe, che lo grida in faccia a Dio, proclamando (giustamente) la sua innocenza, o del giusto perseguitato dei Salmi, che chiede “Perché, Signore?”, “Fino a quando…?”. E c’è anche il grido di chi è testimone impotente dello scandalo del male (vedi il profeta Abacuc, cap. 1). Sotto il velo dell’accusa a Dio, però, tale protesta dei giusti sofferenti diventa preghiera, dialogo con un Tu al quale alla fine ci si “arrende”, riconoscendo che Lui è Dio e la sua sapienza ci sfugge (la confessione di Giobbe al termine della “lite” con Dio, cap. 40-42).

Al dolore innocente facciamo fatica a trovare risposte, e le troviamo come per “barlumi”, piccole tracce di verità. Uno spunto per pensare lo trovo da un poema, complesso e difficile, del gesuita inglese Gerald Manley Hopkins, Il naufragio della Deutschland, ispirato a un fatto di cronaca dell’Ottocento, il naufragio appunto di una nave il 7 dicembre 1875 in cui perirono anche alcune suore francescane, una delle quali era morta con questa invocazione sulle labbra: «O Cristo, vieni presto!». Il poeta inglese riflette a lungo su questa invocazione religiosa e approda alla regalità del Cristo crocifisso. Ecco, credo, un’indicazione del mistero cristiano che solo può dare un senso profondo a ogni morte ingiusta. Dimentichiamo troppo spesso che la vita cristiana è assimilazione al Cristo crocifisso (tema che attraversa le lettere di san Paolo), che adoriamo come Signore un condannato a morte ingiustamente, e che la risposta divina a tale ingiustizia è la risurrezione, la riabilitazione del giusto innocente. Certo, da questa parte del “diaframma” che ci separa dal mistero vediamo solo la morte. Mi piace pensare – se si può dire così, in un evento che è profondamente doloroso – che padre Patricio abbia compiuto il suo percorso terreno “assimilato” misteriosamente a quel Crocifisso che ha predicato tante volte nella sua vita e dunque anche alla sua risurrezione. Una scheggia di speranza in mezzo a una tragedia umanamente inspiegabile.