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Dopo essere stata per anni nel “braccio della morte” in attesa della sentenza definitiva, le vengono iniettate le due dosi letali per l’esecuzione della condanna a morte. Ma qualcosa va storto e la donna, l’americana Christa Pike, 50 anni, condannata a morte per un omicidio commesso a 18 anni, sopravvive. Con una procedura d’urgenza, viene ricoverata per ricevere le cure necessarie, da quello stesso Stato che l’ha condannata a morte.
«Difficoltà nel trovare una vena, vene collassate, pentobarbital deteriorato, nessuna assistenza medica d'emergenza disponibile quando inevitabilmente qualcosa va storto, il tutto nell'ambito di un protocollo che continua a essere avvolto nel segreto», dichiarano i legali della donna. C’è di che rabbrividire, oltre che per la disumanità della pena di morte, per come è “andata”.
Ma i brividi – purtroppo continuano – con l’aggiungersi di altri elementi della storia di Christa Pike. Un’ora prima dell’esecuzione della sentenza di morte il tribunale sospende l’esecuzione della sentenza, per dare modo ai giudici di valutare se le accuse di abusi sessuali subite da Pike fossero state prese pienamente in considerazione al momento della sentenza. Christa era stata più volte violentata da bambina, picchiata dal padre e tenuta a digiuno dalla madre e le sono stati diagnosticati un disturbo bipolare e un disturbo da stress post-traumatico. Il ministro della giustizia del Tennessee, lo Stato teatro della condanna, revoca la sospensione.


Rabbrividisco, come uomo prima che come cristiano e prete, di fronte a questa vicenda, in cui si sommano atrocità subite da una bambina (e che evidentemente hanno lasciato segni pesanti nella sua psiche), delitto, una giustizia punitiva oltre misura fino a privarti della vita, esecuzione fallita (fallimento a sua volta disumano) della condanna per una serie di circostanze “accidentali” (chiamiamole così).
Ci indigniamo – giustamente – per l’uso della condanna a morte in Iran (e in molti altri Paesi: ben 18) come deterrente nei confronti delle masse (2.159 esecuzioni capitali nel solo 2025), ma essa esiste non solo nei regimi dittatoriali e nelle autocrazie ma anche negli Stati Uniti, culla della democrazia.
La riflessione cristiana (che è anche pienamente umana in merito) ha fatto, sul tema della pena di morte, un passo decisivo sotto il pontificato di Francesco. Se il Catechismo della Chiesa cattolica ammetteva infatti eccezionalmente, «in casi di estrema gravità», la pena di morte, papa Bergoglio l’ha definitivamente esclusa dall’orizzonte cristiano il 1° agosto 2018, facendo modificare – sulla base del magistero dei suoi predecessori in merito- l’articolo del Catechismo. Vale la pena di leggerlo per intero (è il n. 2267): «Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.


Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi. Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo». Tra i documenti che riprendono il tema della pena di morte, ricordiamo l’enciclica Fratelli tutti, del 2020 (n. 269) e la dichiarazione Dignitas infinita del 2024 (n. 34). Le argomentazioni date, a partire da quella principale della dignità intoccabile di ogni essere umano, anche il più peccatore, sono chiare.
Un’ultima riflessione, a partire dal dato biblico. Per Caino, il “primo omicida” della storia biblica (Genesi 4), paradigma di ogni uccisione della fraternità, Dio, pur imponendogli una pena severa («Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo… io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra»), non vuole la morte: «Il Signore impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse». Rimanere in vita dà ancora una possibilità di redenzione anche all’assassino, come ricorda il passo modificato del Catechismo. Ci vuole coraggio e una fiducia infinita, come quello del Dio della vita, a scommettere sulle possibilità positive di “redenzione”. Dovrebbe ricordarlo la legge di una nazione che non disdegna di ricorrere al discorso religioso anche in politica.











