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C'è un momento in cui il corpo diventa l'ultima frontiera della protesta. Quando non restano telefoni, avvocati, conferenze stampa o piazze. Quando le porte si chiudono e il mondo sembra allontanarsi. È a quel punto che dieci attivisti della Global Sumud Flotilla, detenuti in Libia dal 24 maggio, hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame e della sete.
Una scelta estrema che oggi entra nel suo quarto giorno e che riaccende i riflettori su una vicenda passata quasi sotto silenzio, schiacciata dall'immensità della tragedia di Gaza e dalle convulsioni geopolitiche del Mediterraneo.


Tra i detenuti ci sono anche due italiani, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Il gruppo era partito nell'ambito della cosiddetta "Flotilla terrestre", un convoglio internazionale composto da centinaia di attivisti provenienti da diversi Paesi e diretto verso il valico di Rafah per portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese e denunciare il blocco che da mesi strangola la Striscia di Gaza.
Il viaggio, tuttavia, si è fermato nel cuore della Libia orientale, territorio controllato dalle forze vicine al generale Khalifa Haftar. Nei pressi di Sirte, il 24 maggio, le autorità locali hanno bloccato il convoglio e arrestato alcuni partecipanti contestando violazioni delle norme sull'immigrazione e sull'ingresso nel Paese. Da allora, dieci attivisti sono rimasti in custodia.
Le informazioni filtrano con difficoltà. Secondo gli organizzatori della missione, i detenuti denunciano maltrattamenti, condizioni di detenzione degradanti e soprattutto l'impossibilità di accedere con regolarità a un'assistenza legale indipendente. Proprio per questo hanno deciso di ricorrere alla forma di protesta più antica e radicale: rifiutare il cibo. Negli ultimi giorni, riferiscono i promotori della Flotilla, alcuni di loro hanno rinunciato anche all'acqua, mentre le condizioni fisiche sarebbero in progressivo peggioramento.


L'allarme ha raggiunto anche le cancellerie europee. Il governo italiano ha chiesto formalmente il rilascio dei due connazionali e il Console generale d'Italia a Bengasi, Filippo Colombo, ha effettuato visite consolari e avanzato nuove richieste di accesso. La Farnesina segue il caso attraverso l'ambasciata a Tripoli e il consolato di Bengasi, mentre le famiglie attendono sviluppi che tardano ad arrivare.
La vicenda si inserisce in una stagione particolarmente tormentata per il movimento delle flottiglie umanitarie dirette verso Gaza. Nelle settimane precedenti, la Global Sumud Flotilla aveva tentato di raggiungere la Striscia anche via mare. Le imbarcazioni erano state intercettate dalla marina israeliana e decine di attivisti erano stati fermati e successivamente espulsi. Alcuni avevano denunciato trattamenti umilianti e violazioni dei propri diritti durante la detenzione, accuse respinte dalle autorità israeliane. La Commissione europea aveva comunque definito "inaccettabili" alcune immagini diffuse sui social che mostravano attivisti arrestati e derisi pubblicamente.
La "flottiglia terrestre" nasceva proprio da quell'esperienza. L'idea era semplice e simbolica insieme: attraversare il Nord Africa per raggiungere il confine egiziano e consegnare aiuti umanitari in una Gaza dove, secondo le Nazioni Unite e le principali organizzazioni internazionali, milioni di persone continuano a vivere in condizioni drammatiche, tra fame, sfollamento e scarsità di beni essenziali.


Il paradosso è che il convoglio non è stato fermato alle porte di Gaza, né al valico di Rafah. Si è arenato molto prima, nel deserto libico, dentro uno dei Paesi più fragili e frammentati del Mediterraneo. Una nazione che, dalla caduta di Gheddafi nel 2011, non ha mai ritrovato una piena stabilità politica e dove milizie, autorità rivali e poteri regionali si contendono territori e influenza.
In questo scenario i dieci detenuti rischiano di diventare una nota a margine della cronaca internazionale. Eppure la loro storia racconta qualcosa di più ampio. Racconta il tentativo, condivisibile o meno nelle modalità, di rompere l'assuefazione davanti a una guerra che da quasi due anni domina le notizie e continua a produrre vittime civili. Racconta anche la fragilità del diritto quando si attraversano zone grigie della geopolitica, dove le garanzie giuridiche diventano spesso negoziabili e la sorte delle persone dipende più dagli equilibri diplomatici che dalle norme scritte.


Per questo lo sciopero della fame assume un significato che va oltre la protesta. È un messaggio affidato al proprio corpo perché raggiunga un'opinione pubblica distratta. Un modo per dire che esistono ancora, che non sono scomparsi dietro le mura di una caserma o di un centro di detenzione.
Nel Mediterraneo, mare che unisce e divide, la loro vicenda sembra quasi una metafora dei nostri tempi. Da una parte Gaza, simbolo di una sofferenza che continua a interrogare le coscienze del mondo. Dall'altra la Libia, terra di transito e di prigionie, dove da anni si consumano drammi spesso invisibili. In mezzo, dieci persone che hanno scelto di mettere in gioco la propria libertà per una causa politica e umanitaria e che oggi affidano alla fame la speranza di essere ascoltate.
















