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Donne iraniane disperate dopo la morte dell'ayatollah e i bombardamenti
Questo amaro lamento di Abacuc (1,2-4), un profeta della Bibbia vissuto 2.600 anni fa, sembra scritto oggi ed esprime perfettamente il disorientamento che tutti stiamo provando di fronte all’attacco statunitense all’Iran e ciò che ne sta drammaticamente seguendo in tutto il Medio Oriente.
Il male che dilaga, la violenza e la forza bruta che sembrano prevalere su ogni altra logica, lo stravolgimento del diritto (vittime civili inermi), la marginalizzazione dell’Onu... Lo sgomento si acuisce se pensiamo al video del 6 marzo scorso, in cui alcuni leader evangelici pregano nello studio ovale della Casa Bianca con Trump, invocando «sapienza, grazia e protezione» per il presidente e le forze militari americane in guerra… e tutto questo «nel nome di Gesù».
È il “Vangelo della prosperità” tipico del fondamentalismo protestante americano, che vede nel successo e nella forza un segno della benedizione divina. Una visione religiosa sfruttata a fini politici, che lascia sinceramente sgomenti.
E tutto questo mentre celebriamo l’ottavo centenario di san Francesco, uomo che ha fatto del Vangelo della pace una leva per riconciliare i cuori e le nazioni.
Papa Leone, nell’Angelus del 1° marzo, parlando della Trasfigurazione, ha ricordato «i corpi flagellati dalla violenza, i corpi crocifissi dal dolore, i corpi abbandonati nella miseria». E ha spiegato che «il male riduce la nostra carne a merce di scambio o a massa anonima».
È lo scandalo supremo della guerra, di ogni guerra, che ora temiamo forse un po’ di più perché la sentiamo più vicina.
Cosa ci è chiesto come cristiani? Il cardinale Radcliffe, saggio frate domenicano, ha detto che abbiamo bisogno di silenzio «quando non sappiamo cosa dire». Un silenzio per riflettere, informarsi, valutare bene e male, e per pregare.
Perché c’è anche la forza invisibile del bene nella storia, a cui dobbiamo credere contro ogni speranza.
«Dio ha scelto di governare il mondo con l’amore, rispettando la nostra libertà. Ha preso sul serio il mistero del male e della violenza, ma ha deciso di affrontarlo solo con la forza del bene», ha affermato fra Roberto Pasolini, predicatore della Casa pontificia, in una recente intervista.
E poi ha ricordato che talvolta «facciamo fatica a credere che la forza umile dell’amore, alla fine, generi frutti duraturi di giustizia e di pace».
Quel “duraturo” richiede che ci siano persone che perseverino ostinatamente (questo è speranza cristiana) nel credere – e nell’adoperarsi, ciascuno a suo modo – perché la logica del bene prevalga, in noi e in chi governa le sorti del mondo, anche quando tutto in apparenza dice il contrario.
È questa la vera grazia da chiedere, come ci ha invitato a fare papa Leone nell’intenzione mensile di preghiera e come ha chiesto anche la Cei indicendo una giornata di preghiera per il 13 marzo.
«Disarma i nostri cuori dall’odio, dal rancore e dall’indifferenza, perché possiamo diventare strumenti di riconciliazione… Signore, illumina i leader delle nazioni, affinché abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte, fermare la corsa agli armamenti e mettere al centro la vita dei più vulnerabili».
I semi della pace sono qui e ora. Anche se sono nascosti, facciamoli germogliare.
In collaborazione con Credere
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