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Per qualche secondo, mercoledì mattina, l'Himalaya ha fatto un rumore che nessuno dei presenti saprà mai descrivere fino in fondo. Chi lo ha sentito parla di un boato sordo, di polvere che si alzava dal fiume come se la terra stessa avesse preso fiato prima di esalarlo tutto insieme. Un pilota di elicottero nepalese, Aman Budathoki, lo racconta ancora scosso: pochi minuti prima di atterrare ha visto quella polvere sollevarsi dall'acqua e ha pensato a una frana, forse all'esercito che faceva brillare degli esplosivi per una strada. Non era niente di tutto questo. Era la montagna che cedeva.
A circa 5.200 metri di altitudine, sessantacinque chilometri a nord di Kathmandu, un blocco di ghiaccio largo oltre seicento metri si è staccato da un ghiacciaio himalayano ed è precipitato per un migliaio di metri verso la valle sottostante.
Nella caduta si è trasformato in una massa liquida di acqua, roccia e detriti che ha invaso il letto del Lhende Khola, affluente del fiume Bhote Koshi, ostruendone il corso. Poi, di colpo, l'acqua accumulata ha rotto ogni argine.


È bastata mezz'ora perché il livello del fiume Trishuli si alzasse di nove metri. Onde alte fino a sei metri hanno percorso le valli di confine tra il distretto nepalese di Rasuwa e la regione autonoma cinese del Tibet, cancellando in pochi minuti i villaggi di Timure e Syapru Besi prima di dilagare a valle, verso Nuwakot e Dhading. Ponti, strade, centrali idroelettriche: tutto quello che l'uomo aveva costruito in quelle gole strette è stato spazzato via come se non fosse mai esistito.
Il primo istinto degli osservatori internazionali è stato quello di parlare di terremoto: il Servizio geologico statunitense aveva effettivamente registrato una scossa di magnitudo 4,4 nell'area. Le analisi successive hanno capovolto la sequenza causale: non è stato un sisma a innescare la frana, ma la frana e l'ondata a generare, con il proprio impatto, una vibrazione che gli strumenti hanno scambiato per un evento tettonico. Resta aperta, invece, la domanda più difficile: quanto ha pesato, in questo crollo, l'innalzamento delle temperature che sta erodendo da anni i ghiacciai dell'Hindu Kush-Himalaya.


Gli scienziati nepalesi e cinesi consultati nelle prime ore sono cauti, ma concordano su un punto: la stagione dei monsoni, con il terreno già saturo d'acqua, può aver amplificato una massa che di per sé sarebbe già stata enorme. Non è la prima volta che accade in questa valle: un anno fa, quasi con la stessa data, un'esondazione dello stesso Bhotekoshi aveva già causato nove morti e danneggiato un ponte di collegamento tra i due paesi.
Il bilancio, mentre scriviamo, è ancora un numero che rincorre se stesso. In Nepal si contano oltre centosessanta morti accertati, mentre gli irraggiungibili restano diverse centinaia, con stime che nelle ultime ore hanno sfiorato il migliaio di persone tra locali e stranieri. Sul versante cinese, dove una frana partita dal lato nepalese ha investito il valico di Gyirong, nella prefettura di Shigatse, le autorità di Pechino parlano finora di tre vittime e oltre duecentosessanta dispersi, con comunicazioni ed energia elettrica interrotte in una porzione dell'altopiano tibetano. Sono cifre provvisorie per definizione: la piena ha depositato oltre le zone colpite uno strato di fango e sedimenti spesso circa un metro e mezzo, che rende le strade d'accesso percorribili solo in molte ore di cammino, quando lo sono.
C'è, in questa tragedia, una dimensione che la rende ancora più dolorosa da raccontare per chi guarda a queste montagne anche con occhi di fede. Buona parte dei centinaia di stranieri dispersi - si parla di quasi cinquecento persone provenienti da oltre venti paesi diversi, dall'India agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna all'Australia - non era in Himalaya per un trekking qualunque, ma per raggiungere il Kailash Mansarovar, la montagna sacra che sorge sulle rive dell'omonimo lago, nel Tibet occidentale. Per gli induisti è la dimora di Shiva, per i buddhisti il centro simbolico dell'universo, per i giainisti e i seguaci della religione Bon un luogo di purificazione che si compie camminando, in un pellegrinaggio - la parikrama - che dura giorni e che negli ultimi anni era tornato ad attirare migliaia di fedeli dopo le sospensioni imposte dalla pandemia e dalle tensioni di confine. Erano lì per un viaggio dell'anima, in una delle regioni più fragili e più belle del pianeta, quando la montagna che veneravano ha inghiottito la strada del ritorno.


Sul fronte diplomatico e politico, la vicenda ha mostrato ancora una volta il doppio passo tipico di Pechino di fronte alle catastrofi naturali: un silenzio iniziale, lungo, mentre le prime notizie filtravano soprattutto dal versante nepalese e dalle agenzie internazionali, seguito da una presa di parola ufficiale una volta che i numeri sono diventati innegabili. È toccato all'agenzia di stato Xinhua rendere nota la reazione del presidente Xi Jinping, che ha ordinato di profondere "il massimo sforzo" per le operazioni di soccorso e di rafforzare il monitoraggio dei ghiacciai per prevenire nuovi disastri: una formula rituale, quasi obbligata, dietro cui si intuisce però la reale difficoltà di gestire un'emergenza in una regione remota, militarmente sensibile e diplomaticamente delicata come quella al confine con il Nepal. Anche i media ufficiali cinesi, solitamente misurati nel linguaggio, hanno parlato apertamente di "gravi perdite umane": un'ammissione che, negli standard della comunicazione di Pechino, pesa quanto un bollettino di guerra.
Sul terreno, intanto, si combatte una corsa contro il tempo che il fango e il meteo avverso rendono quasi impossibile. Il Nepal ha mobilitato migliaia tra soldati e agenti di polizia, la Cina oltre cinquecento soccorritori; gli elicotteri che tentano di raggiungere le zone più isolate di Rasuwa sono stati più volte respinti dal maltempo, e c'è chi, come tre velivoli diretti proprio in quell'area, ha dovuto fare marcia indietro. Il primo ministro nepalese Balendra Shah ha chiesto ai cittadini di restare uniti, assicurando che lo stato si farà carico di soccorsi, cure, cibo e alloggio per gli sfollati. L'Organizzazione mondiale della sanità sta inviando farmaci e materiale sanitario sufficiente per circa mille persone. E resta, sospesa sopra le teste di chi scava tra le macerie, un'ulteriore minaccia: un lago che si è formato a monte, parzialmente sbarrato dai detriti della frana, e che potrebbe rompersi a sua volta.


Tra le pieghe di questa cronaca c'è anche un filo italiano, sottile ma reale: sul sito "Dove siamo nel mondo" dell'Unità di crisi della Farnesina risultano registrati circa novanta connazionali tra Nepal e Tibet. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che due di loro, coinvolti nella zona della frana, stanno bene. Una buona notizia isolata, in un bilancio che per il Nepal - lo dicono senza mezzi termini gli osservatori locali - rappresenta la catastrofe più grave dal terremoto del 2015, quando morirono quasi novemila persone. Difficile, in queste ore, dire quale sarà il numero finale delle vittime. Più facile, purtroppo, prevedere che sarà più alto di quello di oggi.











