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Venezuelani leggono le notizie sugli smartphone dopo la cattura di Maduro da parte delle forze statunitensi
La conferenza stampa di Donald Trump, avvenuta nelle ore successive all’operazione militare compiuta dagli Usa a Caracas con la collaterale cattura di Nicolás Maduro, il presidente del Venezuela, è un bollettino di guerra.
«Operazioni spettacolari di questo genere non si vedevano dalla seconda guerra mondiale», dice il presidente degli Stati Uniti d’America, e poi continua con parole come «capacità militari, macchina militare, guerrieri ben addestrati», fino alle dichiarazioni gravissime: «gestiremo noi il paese, rimarremo in Venezuela finché non avverrà una transizione giusta, in questo periodo lo amministreremo». Ma ciò che più spaventa del leader repubblicano tanto voluto dagli statunitensi, e ciò che allo stesso tempo conferma la sua politica imperialista, è la frase: «Nessun americano è stato ucciso», intende nei bombardamenti compiuti dalle sue forze militari su Caracas. E dei venezuelani non gli importa, quindi, come non gli importa di chiunque altro non sia statunitense. Verso la conclusione, e prima di elencare i successi degli ultimi tempi durante la sua presidenza, dice un’altra cosa grave: «Il futuro verrà determinato dall’abilità di proteggere il commercio». Del patrimonio umano dunque non interessa a nessuno. Tantomeno a Nicolás Maduro, amato e odiato dai suoi stessi connazionali per le gravi violazioni dei diritti umani commesse durante la sua presidenza - e non solo per questo -, se così possiamo definire uno stato autoritario. Probabilmente Trump e Maduro hanno una matrice comune, che è quella della protezione dei propri commerci.
Nelle elezioni presidenziali del luglio 2024, Maduro non ha accettato la sconfitta decretata dalle schede elettorali conteggiate attraverso il sistema informatico antifrode da lui stesso precedentemente varato, che dava come vittoria quella del presidente Edmundo Gonzáles Urrutia, ex ambasciatore venezuelano in Argentina, candidato dell’opposizione al posto di María Corina Machado, Premio Nobel per la Pace 2025, anche lei leader dell’opposizione, ma resa ineleggibile da Maduro qualche anno prima, in vista delle presidenziali.


«Lui ha perso le elezioni, non ha riconosciuto la sconfitta e si è riappropriato del potere grazie alle forze militari e paramilitari, ma ciò che penso adesso è che, al netto delle accuse di traffico di droga - perché loro sono un cartello al pari dei cartelli di Medellín, di Cali e di Sinaloa -, è stato consegnato alla CIA proprio dal suo cartello perché non è possibile che non ci sia stata alcuna reazione dell’esercito venezuelano. Possibile che nessuno abbia sparato, nessun aereo si sia alzato per reagire ai militari americani che sono arrivati?», dice un agronomo del cacao di Valencia, che chiede di restare anonimo. E continua: «Maduro ha negoziato la sua uscita dal paese, in questi casi succede sempre che si sacrifica qualche ragazzo... se questo serve a ritrovare la libertà ben venga! In 26 anni hanno distrutto un paese prospero e lo hanno fatto diventare il più povero dell’America Latina, e questo lo dico da uomo di sinistra che ha vissuto nell’ex Unione sovietica ed è stato membro del Partito Comunista. Spero che ci incamminiamo verso la libertà anche se in questo momento regna la paura per le strade così come l’allegria, siamo felici ma siamo preoccupati, non sappiamo cosa accadrà nelle prossime ore».
Euforia, timore, soprattutto di apparire nei video o nelle dichiarazioni: è questo il sentimento comune per le strade del Venezuela, così come la difesa per la propria sovranità e la denuncia dell’attacco illegittimo ordinato da Donald Trump. Perché si tratta di un attacco che non è stato approvato dal Congresso, come prevede la Costituzione americana, e viola il diritto internazionale perché include uccisioni extragiudiziali di civili e un uso unilaterale della forza contro uno Stato sovrano.
La preoccupazione di questa azione di Trump quindi si estende nel mondo intero, ormai dominato da potenze che agiscono indisturbate nei loro territori di influenza, come Russa con Ucraina e Israele con Gaza. Inoltre siamo certi che l’uso della forza produca società libere e democratiche? Afghanistan, Iraq, Libia sono solo gli ultimi esempi che raccontano di come un popolo non si libera con una invasione straniera.
«Sono già molti mesi che soffriamo a causa delle sanzioni imperialiste degli Stati Uniti, sapevamo di andare incontro a un pericolo ma non ci aspettavamo che ci bombardassero realmente. È accaduto e siamo stati colti di sorpresa. La cosa che ci sembra impossibile è il fatto che Maduro e sua moglie siano stati presi così con facilità. Questo proprio non lo riusciamo a comprendere. Per le strade regna ormai il panico, la gente va a fare benzina e compra acqua e alimenti, l’esercito e le milizie si sono mobilizzate per far fronte a qualsiasi attacco», dice un pastore evangelico di Caracas. Anche lui vuole restare in anonimato e fa un appello: «Chiediamo ai movimenti cristiani e sociali tutto l’appoggio possibile. Noi resisteremo e vinceremo».
Harold Montúfar Andrade, leader dei diritti umani in Colombia, economista, attivista per la pace nel suo paese, dice: «Trump si è preso il Venezuela a qualsiasi costo. L’ambizione per il petrolio evidenzia che la priorità è avere il controllo del mercato energetico internazionale. Invasioni, Premi Nobel per la pace e per le guerre sono ormai gli strumenti per perseguire gli obiettivi. Trump ha detto che l’Onu non serviva, come infatti lui oggi è il costruttore della violenza nel mondo, che dichiara poi smentisce e si attorciglia attorno alle sue decisioni unilaterali, dazi e bombardamenti. La sovranità e l’autodeterminazione dei popoli è di nuovo in pericolo. Dovranno passare molti anni ancora prima che il mondo scopra che la strada dell’umanità è la democrazia con base sociale».











