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Una protesta contro l'ICE a Minneapolis
Prima della sparatoria, la presenza dell’ICE a Minneapolis era già molto marcata e percepita come minacciosa, con numerosi episodi di uso della forza. È stato scioccante e spaventoso vedere quanto accaduto nei video diffusi ovunque», racconta Lauren Williams, 24 anni, studentessa americana di psicologia allo St. Olaf College di Northfield, Minnesota, a pochi chilometri da Minneapolis, commentando la morte di Renee Nicole Good, un caso che ha fatto il giro dell’opinione pubblica e dei media nazionali.
L’ICE (Immigration and Customs Enforcement) è l’agenzia federale statunitense responsabile della sicurezza delle frontiere e del controllo dell’immigrazione, rafforzata negli ultimi anni nell’ambito di politiche più dure contro i migranti. L’operato dell’agenzia è finito al centro di un acceso dibattito dopo che un suo agente ha sparato e ucciso una donna durante un’operazione a Minneapolis mentre continuano gli episodi inquietanti di soprusi. Sabato nel primo pomeriggio gli agenti dell’ICE hanno sparato e ucciso un’altra persona, un uomo di 51 anni, a Minneapolis, nel corso delle proteste contro le attività dell’agenzia. Nello stesso giorno, circa cento tra religiosi e sacerdoti sono stati arrestati presso l’aeroporto internazionale di Minneapolis-St. Paul per lo stesso motivo. Secondo quanto riferito dagli organizzatori e dal pastore luterano locale Justin Lind-Ayres, il gruppo – composto prevalentemente da religiosi e leader cristiani – si era radunato nello scalo aeroportuale per denunciare l’impiego di voli civili e charter nella deportazione dei migranti detenuti. La protesta si è svolta in un clima di forte tensione emotiva e condizioni climatiche estreme. I manifestanti si sono inginocchiati sulla pista e nelle aree adiacenti, sfidando temperature polari per cantare inni sacri e recitare il Padre Nostro. Come documentato da diversi video diffusi sui social media, le forze dell'ordine sono intervenute dopo alcuni avvertimenti, procedendo ad ammanettare i religiosi e a condurli via sui mezzi della polizia.
Una serie di episodi che hanno scatenato proteste e critiche per l’uso eccessivo della forza.
Lauren, temi che possa succedere di nuovo?
«Ho paura di ciò che l’ICE sta facendo alle famiglie nel mio quartiere e in molti altri luoghi. Tante famiglie hanno paura persino di uscire di casa per comprare da mangiare. L’ICE aspetta fuori dalle high school e rapisce adolescenti e c’è chi ha paura ad andare a scuola. Molte persone sono morte nei centri di detenzione dell’ICE, ma queste morti non sono state rese pubbliche. Inoltre, ci sono state molte altre aggressioni contro i manifestanti da parte dell’ICE (gas lacrimogeni, spray al peperoncino, violenza fisica). L’indignazione per quello che sta accadendo è palpabile, ma la situazione continua a essere violenta».
C’è un confronto tra voi studenti sull’ICE e sull’immigrazione? Qual è la posizione della maggioranza dei tuoi compagni?
«Per la maggior parte sono circondata da persone che la pensano come me. È difficile dire quale sia la posizione della maggioranza degli studenti in tutto il Minnesota, ma credo che in generale molte persone non sostengano l’ICE. È chiaro, però, che sull’argomento c’è una forte divisione. Ho partecipato a manifestazioni e alcune persone sono passate in auto insultandoci con gesti volgari».
Ne parlate con i vostri insegnanti? Cosa pensano di quanto sta succedendo?
«I miei professori di solito non si esprimono direttamente su queste questioni, ma rendono chiari i loro sentimenti attraverso le loro azioni. Se gli studenti saltano le lezioni per partecipare alle proteste, alcuni offrono opportunità alternative per recuperare il lavoro perso, in modo che i voti non ne risentano. In questo modo mostrano il loro sostegno. Ho avuto conversazioni più dirette con membri dello staff e con altre persone per cui lavoro, e tutti quelli con cui ho parlato sono arrabbiati, preoccupati e alla ricerca di modi per impegnarsi nella comunità e sostenere chi è colpito».
Come ti informi su questi eventi?
«Di solito non guardo la televisione per informarmi. Seguo le notizie online, attraverso testate digitali, la radio e i social media. I social sono uno strumento molto potente in situazioni come questa, perché spesso forniscono informazioni aggiornate. È anche attraverso i social che si diffondono le informazioni sulle proteste. Inoltre, esistono catene di messaggi e gruppi WhatsApp che pubblicano regolarmente aggiornamenti sull’attività dell’ICE».
Si dice che il tuo Paese sia pericolosamente diviso?
«Il Paese è sicuramente diviso, ma situazioni come questa mostrano anche quanto la nostra comunità sia forte. A Minneapolis c’è una grande unità contro l’ICE: le persone si organizzano per protestare, aiutano chi ha paura di uscire di casa portando la spesa, seguono e documentano le attività dell’agenzia. Molti fanno il possibile per proteggere e prendersi cura dei propri vicini».


Qual è ora la situazione in città e come vi state opponendo alla violenza?
«Io e i miei compagni partecipiamo alle proteste a Northfield. Gli studenti delle scuole superiori hanno organizzato uno sciopero e invitato anche noi a unirci. Venerdì 23 c’è stata una giornata di boicottaggio generale: niente acquisti, lavoro o scuola. Io faccio volontariato al banco alimentare. In città c’è chi raccoglie aiuti, chi porta la spesa a chi non si sente al sicuro e chi protesta davanti agli hotel dove alloggia l’ICE facendo rumore per disturbare il sonno. Molti guardano alle elezioni di novembre sperando in un cambiamento. Le persone si stanno unendo, ma la situazione resta violenta, estenuante e spaventosa».






