C'è un miliardo di dollari, anzi più di uno, e c'è una toga nera che dice no. Nello stesso giugno 2026, nella stessa settimana quasi, l'America di Donald Trump ha misurato fino in fondo la distanza fra ciò che un presidente può guadagnare e ciò che un presidente, per fortuna, non può ancora fare.

Partiamo dai numeri, perché qui i numeri sono la storia. La dichiarazione patrimoniale che Trump ha depositato all'Ufficio per l'etica governativa, 927 pagine contro le 11 di Biden e le 8 di Obama negli ultimi anni di mandato, racconta un 2025 in cui il presidente ha incassato oltre un miliardo di dollari dalle criptovalute: un aumento di ricchezza personale senza precedenti nella storia della presidenza americana, arrivato mentre la Casa Bianca scriveva le regole che quello stesso mercato avrebbe dovuto rispettare.

La cifra si scompone in due tronconi. Seicentotrentacinque milioni di dollari di royalties arrivano dal meme coin che porta il suo nome, lanciato nel gennaio 2025 a pochi giorni dall'insediamento: una moneta puramente speculativa, senza alcuna utilità economica reale, che ha reso ai Trump centinaia di milioni pur perdendo oltre il novanta per cento del proprio valore rispetto ai massimi. Altri cinquecento milioni arrivano da World Liberty Financial, la società fondata nel settembre 2024 dai figli Eric e Donald Jr insieme alla famiglia Witkoff, di cui un'entità Trump possiede il sessanta per cento e incassa fino al settantacinque per cento dei ricavi da ogni vendita di token.

Attorno a queste due creature finanziarie si è materializzato in pochi mesi un ecosistema di conflitti che i giuristi definiscono senza troppi giri di parole. Il miliardario cinese Justin Sun ha investito decine di milioni in World Liberty mentre la Securities and Exchange Commission indagava su di lui per frode: l'indagine è stata archiviata poco dopo. Un fondo di Abu Dhabi legato alla famiglia reale ha versato due miliardi di dollari nella stablecoin del gruppo, e l'amministrazione ha approvato subito dopo la vendita agli Emirati di semiconduttori avanzati considerati sensibili per la sicurezza nazionale. Legislatori democratici parlano apertamente di una possibile violazione della clausola costituzionale sugli emolumenti esteri. La Casa Bianca replica sempre con la stessa formula: né il presidente né la sua famiglia hanno mai avuto, né avranno mai, conflitti di interesse.

FILE PHOTO: Republican presidential candidate and former U.S. President Donald Trump gestures during a Turning Point USA event at the Dream City Church in Phoenix, Arizona, U.S., June 6, 2024. REUTERS/Carlos Barria/File Photo
FILE PHOTO: Republican presidential candidate and former U.S. President Donald Trump gestures during a Turning Point USA event at the Dream City Church in Phoenix, Arizona, U.S., June 6, 2024. REUTERS/Carlos Barria/File Photo
Donald Trump ad un evento di crypto. REUTERS/Carlos Barria (REUTERS)

Il resto del miliardo racconta comunque parecchio sull'anomalia di questa presidenza. Ottantasei milioni e mezzo sono arrivati da accordi extragiudiziali con aziende che avevano scelto di chiudere cause legali piuttosto che affrontarle: 24,5 milioni da Meta, 16 da Paramount, altri 16 da Disney. I club di golf, diventati negli ultimi anni luogo d'elezione per chi cerca un canale diretto con il presidente, hanno visto impennarsi le quote d'iscrizione: Mar-a-Lago ha incassato 77 milioni di dollari, contro i 50 dell'anno precedente. Anche Melania Trump, obbligata alla stessa dichiarazione, ha messo a bilancio 6 milioni di royalties sulla criptovaluta che porta il suo nome, oltre a 10,7 milioni per un documentario prodotto da Amazon. Nessuno di questi numeri riguarda la Trump Organization vera e propria, oggi guidata dai figli maggiori: la fotografia, già enorme, è dunque parziale.

Ma il capitolo più delicato di questa storia non riguarda solo il portafoglio di Trump: riguarda il tentativo, durato mesi, di piegare alla propria volontà l'istituzione che quel mercato dovrebbe sorvegliare dall'esterno. Da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha chiesto a gran voce alla Federal Reserve di tagliare i tassi, scontrandosi ripetutamente con il presidente Jerome Powell. Ad agosto 2025 ha alzato il tiro: ha annunciato il licenziamento della governatrice Lisa Cook, prima donna nera a sedere nel board, accusandola di frode ipotecaria sulla base di documenti raccolti da un suo fedelissimo, il direttore dell'agenzia federale per l'edilizia Bill Pulte. Cook, che non è mai stata incriminata e ha sempre negato, ha fatto causa: secondo lei e secondo molti osservatori, la vera colpa era aver votato contro i tagli ai tassi voluti dal presidente.

Una giudice federale ha bloccato subito il licenziamento. Una corte d'appello ha confermato. E il 29 giugno 2026 è arrivata la parola della Corte Suprema, in un giorno che i cronisti americani hanno già ribattezzato il mercoledì di fuoco della presidenza Trump. Con una maggioranza di cinque giudici contro quattro, i togati di Washington hanno stabilito che il presidente non aveva rispettato le garanzie minime dovute a Cook, cioè un preavviso e la possibilità di replicare alle accuse, prima di provare a cacciarla. Il giudice supremo John Roberts ha scritto che accettare la linea della Casa Bianca avrebbe trasformato la tutela "per giusta causa" della Fed in un rapporto di lavoro revocabile a piacimento, tradendo la tradizione americana di una banca centrale libera da interferenze politiche.

È un dettaglio giuridico che vale come un principio: la moneta della nazione, e il potere di deciderne il costo, non appartiene a nessun presidente. Lo stesso giorno, però, la Corte ha concesso a Trump un'altra vittoria, autorizzando il licenziamento della commissaria della Federal Trade Commission Rebecca Slaughter e ribaltando un precedente che proteggeva da quasi un secolo i dirigenti delle agenzie indipendenti dalle rimozioni politiche: un ampliamento reale del potere esecutivo su gran parte della burocrazia federale, con la sola eccezione, per ora, della Fed.

E proprio in quel mercoledì di sentenze, la Corte Suprema ha chiuso per sempre anche un altro conto in sospeso: ha rifiutato di riesaminare il verdetto che nel 2023 aveva riconosciuto Trump civilmente responsabile di violenza sessuale e diffamazione nei confronti della scrittrice E. Jean Carroll. Non è una condanna penale, non porta il carcere. Ma è, come hanno scritto i cronisti di Famiglia Cristiana, il verdetto civile più grave che un uomo pubblico possa portare addosso, ed è ormai definitivo e inappellabile.

Tre sentenze, un solo giorno, un solo uomo al centro: un presidente che si arricchisce come nessun altro prima di lui grazie a un mercato che lui stesso regola, che prova a piegare la banca centrale alla propria urgenza politica e che porta comunque, in modo irrevocabile, il marchio giudiziario dell'abuso. La giustizia americana, in queste settimane, sta tracciando un confine sottile ma non insignificante fra ciò che il potere può controllare e ciò che, almeno per ora, gli resta precluso. Resta da capire quanto a lungo quel confine potrà reggere, e quanto la democrazia americana possa permettersi di ospitare, nella stessa persona, il capo dello Stato e un imputato che il diritto ha già giudicato.