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Ci sono voluti pochi secondi per capire quanto vale un secondo. È bastato un post di Donald Trump, ad aprile, in cui il presidente degli Stati Uniti annunciava di aver annullato un attacco contro l'Iran: il prezzo del petrolio è crollato in tempo reale, e chi aveva letto quelle parole prima degli altri ha potuto scommettere di conseguenza. Non è un'ipotesi. È accaduto. Ed è la ragione per cui, da qualche settimana, Trump vende quei secondi.
Si chiama Truth API, è il nuovo servizio del social network di sua proprietà, e permette a chi paga fino a centomila dollari al mese di leggere in anteprima i post del presidente prima che diventino pubblici. Al momento gli abbonati sono una decina, tutti operatori di borsa. Mercoledì la testata investigativa The Intercept e la Freedom of the Press Foundation hanno fatto causa a Trump davanti a un tribunale di New York, definendo la pratica "corrotta" e lesiva del primo emendamento della Costituzione americana, quello sulla libertà di parola e di stampa.


Ricostruire la cronologia aiuta a capire come si è arrivati fin qui. Truth API è attivo dai primi giorni di agosto. Nelle settimane successive il servizio ha attirato critiche crescenti per la sua scarsa trasparenza e per i suoi potenziali effetti distorsivi sui mercati: pochi, all'inizio, si erano accorti che dietro l'ennesima funzione a pagamento di un social network si nascondesse un vero e proprio canale preferenziale verso le decisioni del presidente.
Mercoledì 12 agosto la protesta si è trasformata in azione legale: The Intercept e la Freedom of the Press Foundation hanno depositato la causa in un tribunale federale di New York, aprendo un contenzioso che promette di allungarsi per mesi e che punta dritto al cuore del problema, cioè se un presidente possa legittimamente vendere l'accesso privilegiato alle proprie parole pubbliche.
Vale la pena raccontare come funziona nel dettaglio, perché nella sua semplicità c'è tutta la deriva di un tempo in cui l'informazione, prima ancora di essere verità o menzogna, è diventata merce con un prezzo di mercato. Truth è il social network che Trump usa ogni giorno per annunciare decisioni, nomine, sanzioni, tregue, guerre sospese o riprese.


È il suo megafono personale, spesso il primo luogo in cui il mondo apprende una notizia capace di muovere miliardi. Truth API consente di scavalcare quel primo luogo: gli abbonati leggono il post pochi secondi prima che venga pubblicato per tutti, un vantaggio infinitesimale nel tempo umano, enorme in quello delle contrattazioni algoritmiche. In quei secondi si comprano e si vendono azioni, si aprono e si chiudono posizioni, si trasforma un'informazione riservata in un profitto misurabile. È, in una parola sola, insider trading. Solo che l'insider, questa volta, è il capo dello Stato, e l'informazione privilegiata la vende lui stesso, attraverso l'azienda che controlla, la Trump Media, per cui il servizio è diventato una nuova, cospicua fonte di ricavo.
Non è un caso isolato nella biografia recente di Trump. In diverse occasioni il presidente ha usato Truth per promuovere aziende e prodotti di cui aveva acquistato azioni poco prima, contribuendo a farne salire il valore in borsa subito dopo. Il confine tra comunicazione istituzionale, interesse economico personale e informazione di mercato si è fatto così sottile da diventare, di fatto, invisibile. E il servizio non riguarda solo i post del presidente: Truth API dà accesso anticipato anche alle dichiarazioni di altri membri del suo staff, dal vicepresidente JD Vance al segretario alla Salute Robert Kennedy Jr, fino alla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, che lascerà l'incarico a fine agosto. Un'intera filiera istituzionale, insomma, messa a disposizione di chi può permettersi di pagarla.
La difesa di Truth, affidata a una portavoce, è che non ci sia nulla di scandaloso: le notizie di Trump vengono già distribuite in tempo reale da moltissime agenzie di stampa e piattaforme finanziarie, che a loro volta vendono abbonamenti premium per garantire velocità di accesso. È un argomento che regge fino a un certo punto. Le agenzie di stampa vendono la propria capacità di raccogliere, verificare e trasmettere una notizia nel minor tempo possibile: la competizione è sulla rapidità del lavoro giornalistico, non sull'accesso privilegiato alla fonte. Qui, invece, la fonte coincide con il venditore, e il venditore coincide con chi detiene il potere politico più alto del pianeta. Non si vende un servizio d'informazione: si vende, letteralmente, un vantaggio sul mercato, garantito da chi quel mercato può anche muoverlo con un aggettivo di troppo o una minaccia lasciata cadere in un post delle due di notte.


Chi scrive di questi temi da qualche mese conosce bene la sensazione di vertigine che accompagna la scoperta di quanto il segreto, oggi, sia diventato la materia prima più redditizia del mondo. Lo raccontavamo su queste pagine a giugno, seguendo il caso di Michele Spagnuolo, l'ingegnere italiano di Google arrestato a New York per aver usato dati di ricerca riservati per scommettere su Polymarket, la piattaforma di mercati predittivi che vale nove miliardi di dollari. E lo stesso meccanismo era già emerso pochi mesi prima nel caso di Gannon Ken Van Dyke, il sergente delle forze speciali americane che aveva scommesso sulla cattura di Nicolás Maduro poche ore prima che l'operazione, classificata, venisse eseguita davvero. In entrambi i casi la domanda di fondo era identica: che cosa succede quando la conoscenza anticipata di un evento, militare, aziendale, politico, si trasforma in un titolo negoziabile? La risposta, allora, era che qualcuno doveva rubare quell'informazione per venderla. Con Truth API il furto non serve più: l'informazione viene messa in vendita direttamente dalla fonte, alla luce del sole, con un listino prezzi.
È qui che la vicenda smette di essere solo una curiosità finanziaria e diventa una questione che riguarda la tenuta stessa della democrazia dell'informazione. Il primo emendamento della Costituzione americana, quello richiamato dai ricorrenti nella causa, non protegge soltanto la libertà di chi parla: protegge, implicitamente, l'idea che l'accesso alle parole di chi governa debba essere uguale per tutti i cittadini, giornalisti compresi. Se quell'accesso ha un prezzo, e un prezzo molto alto, la sfera pubblica si spezza in due: da una parte chi può comprare pochi secondi di vantaggio e trasformarli in denaro, dall'altra tutti gli altri, lettori, elettori, piccoli risparmiatori, costretti a rincorrere una notizia che per loro arriva sempre in ritardo. Non è più solo una questione di trasparenza: è una questione di uguaglianza sostanziale davanti al potere.


Qualcuno, nell'amministrazione, replicherà che si tratta soltanto di un servizio a pagamento come tanti altri, che il mercato regola se stesso e che nessuno obbliga nessuno a comprare informazioni. Ma la storia recente, quella di Spagnuolo, quella di Van Dyke, e ora quella di Truth API, racconta una traiettoria coerente: la crescente sovrapposizione tra chi detiene il potere di decidere e chi detiene il potere di guadagnare dalla propria decisione, in un tempo dove ogni istante di anticipo si converte in valore. È un cortocircuito che va oltre gli Stati Uniti e oltre Trump: riguarda il modo in cui la tecnologia ha reso l'informazione istantaneamente monetizzabile, e la politica, sempre più spesso, sembra non voler resistere a quella tentazione, ma cavalcarla.
La causa intentata da The Intercept dovrà stabilire se questo cortocircuito sia anche un reato. Ma la domanda più profonda, quella che nessun tribunale può risolvere da solo, resta aperta: chi decide chi ha diritto di sapere, e quando.
















