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Un soldato infila una sigaretta nella bocca di una statua della Vergine Maria a Debel, nel sud del Libano, in una foto diffusa online il 6 maggio e circolata sui social
Ci sono immagini che feriscono più delle parole. Non soltanto perché offendono la sensibilità religiosa di milioni di credenti, ma perché rivelano un clima culturale e (dis)umano che rischia di rendere “normale” persino l’oltraggio al sacro.
La fotografia circolata in queste ore sui social media, ripresa anche dal The Times of Israel, mostra un soldato israeliano che infila una sigaretta nella bocca di una statua della Vergine Maria nel villaggio cristiano di Debel, nel sud del Libano. Un gesto volgare, irridente, gratuito. E proprio per questo inquietante.
Non si tratta di un episodio isolato. Solo poche settimane fa, nello stesso villaggio a maggioranza cristiana, un altro soldato delle IDF era stato fotografato mentre distruggeva con un martello una statua di Gesù Cristo. Quelle immagini avevano provocato indignazione internazionale, costringendo persino il governo israeliano e i vertici militari a prendere pubblicamente le distanze.
Anche questa volta le Forze di difesa Israeliane (Idf), tramite una nota del portavoce, hanno parlato di un comportamento «gravissimo, completamente contrario ai valori dell’esercito», annunciando un’indagine interna e possibili sanzioni disciplinari.
Le Idf hanno inoltre ribadito di rispettare «la libertà di religione e di culto» e di non voler colpire simboli religiosi o infrastrutture civili durante le operazioni contro Hezbollah. «Da un'indagine preliminare, è emerso che si tratta di una foto scattata diverse settimane fa. L'incidente sarà oggetto di indagine e, in base ai risultati», ha assicurato l’Idf, «verranno presi provvedimenti disciplinari nei confronti del soldato. Idf rispetta la libertà di culto, i luoghi sacri e i simboli religiosi di tutte le religioni e comunità».
Ma il punto, forse, è un altro. Perché si ripetono episodi di disprezzo verso simboli cristiani in territori occupati o attraversati dalla guerra? E soprattutto: che cosa produce, nell’animo umano, un conflitto protratto, violento, totale, se perfino una statua della Madonna può diventare oggetto di scherno?


Un soldato israeliano usa una mazza per colpire la testa di una statua di Gesù crocifisso caduta da una croce: l'immagine, circolata sui social media, è stata dichiarata autentica dall'esercito israeliano. I media arabi hanno riferito che la statua si trovava nel villaggio cristiano di Debl, nel sud del Libano, vicino al confine con Israele
(ANSA)La guerra non distrugge soltanto case, ospedali e vite umane. Consuma lentamente anche il rispetto. Corrode il senso del limite. Trasforma l’altro, il prossimo, e talvolta perfino il suo Dio, in qualcosa da umiliare. È questo il rischio più grande di ogni conflitto: la disumanizzazione progressiva.
Colpisce che il teatro di questi episodi sia proprio Debel, un villaggio simbolo della presenza cristiana nel Libano meridionale. Una comunità piccola e fragile, stretta fra le tensioni regionali, il peso di Hezbollah e le operazioni militari israeliane. In quelle terre i cristiani cercano da anni di sopravvivere silenziosamente, spesso dimenticati dalla geopolitica internazionale. Eppure, proprio i simboli della loro fede sembrano diventare bersagli sempre più frequenti.
Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire a un intero popolo o a un intero esercito la responsabilità morale dei gesti di singoli soldati. Lo stesso governo israeliano ha condannato gli episodi precedenti, e le autorità militari hanno promesso punizioni severe. Ma proprio perché Israele si definisce una democrazia fondata anche sulla tutela delle libertà religiose, questi fatti interrogano e inquietano ancora di più.
C’è poi un elemento ulteriore che non può lasciare indifferenti i cristiani di tutto il mondo: la banalizzazione del sacro attraverso i social media. Quelle fotografie non sono trapelate accidentalmente. Sono state scattate, condivise, pubblicate. Come trofei. Come contenuti da esibire. È il segno di un tempo in cui persino l’oltraggio diventa spettacolo, e la dissacrazione cerca consenso attraverso la viralità.
In un Medio Oriente devastato dall’odio e dalla propaganda, servirebbe invece un supplemento di rispetto reciproco. Perché quando viene colpita la dignità religiosa dell’altro, nessuno vince davvero.








