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“Benvenuti nell’epoca dei braccialetti elettronici”, chiosa su X il deputato François Ruffin. E bisogna riconoscergli almeno questo merito: di aver trovato la formula giusta per dire l’assurdo. Perché la Francia, patria della ghigliottina, della Comune, di de Gaulle e dei grandi funerali repubblicani, si ritrova oggi a discutere non di un programma, non di un’idea di Stato, non del destino dell’Europa, ma della caviglia di Marine Le Pen.
La Corte d’appello di Parigi ha fatto quello che i tribunali, quando sono seri, devono fare: ha letto le carte, ha confermato la colpevolezza, ha ridotto la pena accessoria, ha lasciato aperto il passaggio alla politica. Tradotto dal francese giudiziario in lingua corrente: Marine Le Pen è colpevole, ma può correre per l’Eliseo. Purché corra piano, entro gli orari stabiliti, con il braccialetto elettronico a ricordarle che la libertà, anche quando si invoca in campagna elettorale, resta una cosa molto concreta.
Qui comincia il teatro. Perché il tribunale non ha tolto ai francesi il diritto di votarla. Ma non ha neppure fatto finta che nulla sia accaduto. Ha tenuto insieme due principi che oggi paiono incompatibili: la sovranità popolare e la legge uguale per tutti. Marine Le Pen, insomma, non è stata eliminata dai giudici, come già grideranno i suoi. È stata lasciata davanti alla propria responsabilità. Candidarsi sì, ma con il marchio fisico della condanna. Non una nota a piè di pagina. Un oggetto alla caviglia.


La cosa, naturalmente, è esplosiva. La signora Le Pen aveva detto che no, non si fa campagna così. Non si va a chiedere il voto dei francesi dovendo prima chiedere a un magistrato il permesso di andare a un comizio, a un mercato, a una riunione di partito. Non si può aspirare all’Eliseo con la giornata scandita da autorizzazioni, deroghe e controlli. Argomento non privo di buon senso. Ma adesso che la sentenza è arrivata, quel buon senso rischia di diventare un lusso.
Al quartier generale del Rassemblement National, si decide in queste ore se trasformare la condanna in un ostacolo o in un vessillo. La politica moderna vive di simboli più che di ragionamenti, e un braccialetto elettronico, in mano a un partito abituato a presentarsi come vittima del sistema, può diventare una medaglia. Marine Le Pen potrebbe presentarsi come la Giovanna d’Arco sorvegliata dalla magistratura, la patriota incatenata, la candidata che sopporta tutto per salvare la Francia. È una scenografia potente. E pericolosa.
Dall’altra parte c’è Jordan Bardella, il delfino lucido, giovane, televisivo, già pronto a ereditare la corona senza dover portare il peso della dinastia. Se Marine si ritira, lui diventa il candidato naturale. Se Marine resta, lui deve applaudire. È la legge delle successioni politiche: tutti aspettano il trono, ma nessuno può sembrare troppo impaziente. Anche perché nella famiglia Le Pen, più che nei partiti normali, la politica non è mai stata soltanto politica. È cognome, destino, eredità, risentimento, romanzo familiare.
Il punto vero, però, non riguarda solo il Rassemblement National. Riguarda la Francia. Una democrazia sana dovrebbe poter dire due cose insieme: che chi è stato condannato per uso indebito di denaro pubblico non è un martire, e che spetta agli elettori scegliere da chi farsi governare. Invece la Francia di oggi sembra costretta a scegliere tra due caricature: da un lato il popolo contro i giudici, dall’altro i giudici contro il popolo. È una falsa alternativa. Ma funziona benissimo, perché nutre tutti: i populisti, i moralisti, i talk show, i professionisti dell’indignazione.
Marine Le Pen resta in testa ai sondaggi, o comunque abbastanza forte da fare tremare la Quinta Repubblica. Questo è il dato politico che nessuna sentenza cancella. Il lepenismo non è più una parentesi, non è più il cattivo pensiero dei sobborghi, non è più il vecchio Front National di Jean-Marie, con le sue nostalgie impresentabili. È diventato una possibilità di governo. Ed è proprio per questo che la condanna pesa di più. Perché non colpisce un’estremista folcloristica ai margini del sistema, ma una donna che può davvero arrivare al ballottaggio, forse all’Eliseo.
E allora eccoci qui: una grande nazione europea, nel pieno della sua crisi politica, si domanda se una candidata alla presidenza possa fare campagna con un dispositivo di controllo alla caviglia. Non è un dettaglio grottesco. È il riassunto di un’epoca. La politica promette autorità, ordine, pulizia morale; poi inciampa nei rimborsi, negli assistenti, nei fondi europei, nelle carte bollate. I partiti invocano il popolo, ma finiscono davanti ai giudici. I giudici difendono la legge, ma sanno di entrare in un campo minato.
Stasera Marine Le Pen parlerà ai francesi. Dirà forse che si sacrifica, forse che rinuncia, forse che lascia a Bardella il compito di completare la marcia. Qualunque cosa dica, il passaggio è già avvenuto. La Repubblica dei braccialetti elettronici è cominciata. E non perché un giudice abbia osato troppo. Ma perché la politica, da troppo tempo, osa troppo poco con se stessa.









