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epa12608667 Italian Cardinal Pierbattista Pizzaballa, the Latin Patriarch of Jerusalem, holds a 'Christmas Press Conference' at the Latin Patriarchate in the Old City of Jerusalem, 22 December 2025. EPA/ATEF SAFADI
La porta della Chiesa del Santo Sepolcro chiusa davanti a chi quella porta, da secoli, la attraversa in nome di tutti. Non è solo un fatto di cronaca. È uno strappo, simbolico e concreto, nel cuore della cristianità.
Questa mattina il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, e padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, sono stati fermati dalla polizia israeliana mentre si recavano, in forma privata e senza alcuna processione, a celebrare la Messa della Domenica delle Palme. Non una manifestazione pubblica, non un corteo. Solo due uomini di Chiesa diretti al luogo più sacro della loro fede.
Il Patriarcato di Gerusalemme parla senza giri di parole di «misura palesemente irragionevole e gravemente sproporzionata». Parole pesanti, ma inevitabili. Perché il punto non è soltanto l’episodio in sé. È il precedente. «Per la prima volta da secoli» – si legge nella nota congiunta – ai capi della Chiesa cattolica in Terra Santa è stato impedito di celebrare la Messa nel Santo Sepolcro.
Una frattura nella storia, prima ancora che nella liturgia.
La Chiesa locale rivendica di aver rispettato tutte le restrizioni imposte dall’inizio della guerra: celebrazioni ridotte, fedeli assenti, liturgie trasmesse in streaming per milioni di persone nel mondo. Una prudenza che non è bastata. E che rende ancora più incomprensibile il divieto.
«Un allontanamento estremo dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello Status Quo», denuncia il Patriarcato. Parole che evocano un equilibrio fragile, costruito nei secoli proprio per custodire quei luoghi dove fede, politica e storia si intrecciano senza mai separarsi davvero.
Il dolore, si legge ancora, è per i fedeli di tutto il mondo. Perché la Domenica delle Palme non è una data qualsiasi. È l’ingresso nella Settimana Santa, il momento in cui Gerusalemme torna ad essere, simbolicamente, il centro del mondo.
E invece oggi Gerusalemme si è chiusa al suo Patriarca.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni parla di «offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani usa un termine ancora più netto: «inaccettabile». E annuncia la convocazione dell’ambasciatore israeliano.
Quando si limita l’accesso al Santo Sepolcro, non si tocca solo un luogo. Si tocca una memoria condivisa, una tradizione che precede gli Stati e sopravvive alle guerre. Si incrina un equilibrio che ha sempre retto proprio perché nessuno aveva mai osato forzarlo fino a questo punto.





