La memoria del mondo collega il ricordo del primo uomo sulla Luna alla frase di Neil Armstrong: un piccolo passo per l'uomo e un grande passo per l'umanità. Artemia II, l’odierna missione rivolta alla Luna, ci porta a misurare il passo di oggi. Paolo Nespoli, astroanauta in pensione dell’Esa (Agenzia spaziale europea) e dell’Asi (Agenzia spaziale italiana), con 313 giorni di permanenza in orbita, è uno degli europei con maggiore esperienza nello spazio, tra gli ospiti del Festival Innovation week l’11 aprile a Pavia nell’aula magna del Collegio Ghislieri (posti già esauriti) si confronta proprio con il tema: Perché l’uomo tornare oggi sulla Luna? Rispondere a questa domanda è un modo di prendere le misure alla distanza dal passato, ma anche a quella dal futuro, e da Marte, considerato oggi missione non impossibile.

Prendendolo quasi al volo tra un viaggio e l’altro in giornate molto piene, abbiamo chiesto a Nespoli di aiutarci capire che cosa rappresenti nel percorso dell’uomo nello spazio la missione Artemis II.

Ingegner Nespoli, sulla Luna siamo già stati, anche se qualcuno ne dubita mentre altri dubitano della rotondità della terra, perché ci torniamo ora?

«Si tratta di un progetto americano, utile a rinverdire i fasti della Nasa e della cultura americana. L’idea che mi sono fatto è che questa missione abbia una valenza politica, tecnologica e di immagine: quando, all’epoca della prima presidenza Trump, la nuova amministrazione ha chiesto alla Nasa che cosa avrebbe voluto per rilanciare la Nasa che è andata sulla luna, la risposta è stata andare su Marte. Quando la politica si è resa conto che puntare a Marte avrebbe significato investire in una prospettiva lunga una cifra da 500 miliardi di dollari, che avrebbero sottratto fondi alla ricerca e all’università, ha frenato, tanto più che per Marte sarebbe servito un progetto di lungo periodo, 15 anni almeno, poco utile all’amministrazione del momento. La Nasa ha fatto, è vero, anche cooperazione internazionale, perché diversi Paesi tra cui l’Italia costruiscono componenti della navicella Orion, ma il controllo della missione è totalmente statunitense».

La luna è stata dunque un ripiego?

«Se il principale obiettivo della spedizione è far vedere quanto siano bravi gli americani, per la gente comune non fa troppa differenza che si pianti una bandiera americana su Marte o sulla Luna. Funziona un po’ come quando in Tv si vede uno spot che mostra una bellissima spiaggia: la bellezza dell’immagine aggancia lo spettatore ed è reale, ma il vero obiettivo non è mostrargli quel bel posto, anche se davvero glielo mostra, bensì convincerlo a bere la marca associata di acqua minerale. La Nasa, però, ha dato comunque alla richiesta politica un contenuto scientifico importante».

Come lo spiegherebbe al comune cittadino che citava prima?

«La Nasa ha usato questa missione, un po’ riduttiva in sé, per fare veramente cose utili per una futura missione su Marte: hanno testato un veicolo e gli astronauti, in una navicella che è molto più piccola della stazione spaziale internazionale su cui si fonda l’esperienza degli ultimi trent’anni. Hanno cercato di capire che cosa succede quando un veicolo spaziale va in silenzio radio, che non significa solo che gli astronauti non possono parlare con il centro di controllo, ma vuol dire anche che la navicella non può mandare dati sulla terra e che dalla Terra non può essere controllata: la conseguenza è che nel periodo in cui non c’è collegamento la navicella deve essere completamente autonoma. Attorno all Luna nella missione Artemis II il silenzio è stato di 45 minuti, se si dovesse mai andare su Marte il collegamento radio non ci sarebbe mai. Cominciamo a sperimentarlo in piccolo. E poi ovviamente ci sono le cose belle che scatenano la fantasia popolare: noi scattiamo continuamente immagini della Terra dalla Stazione spaziale internazionale ma non riusciamo ad avere una visione completa come l’hanno avuta i colleghi di Artemis II ed è naturale che questo catturi l’immaginazione, la fantasia, l’attenzione».

Tutte le culture antiche si confrontano con l’istinto all’esplorazione dell’uomo. Prometeo, Icaro, Adamo, l’Ulisse di Dante vengono puniti, ma esplorano l’ignoto. Che cosa ci dicono di noi?

«Provano il fatto che questo bisogno che io più che di esplorazione chiamerei di conoscenza sia ancor più che un istinto e un desiderio ma un obbligo insito nell’essere umano che sa di rischiare per scalare un Ottomila dove in fondo troverà della neve ma va lo stesso. Abbiamo bisogno di conoscere, perché attraverso la conoscenza progrediamo. È l’aspetto che, credo, più ci distingue dagli animali e che ha portato la nostra specie, la nostra civiltà, a prevalere sulla Terra: è innegabile che dobbiamo esplorare. Dovremo continuare a utilizzare l’orbita bassa della Terra, perché oltre a tutte le cose di carattere logistico, strategico, commerciale, ci permette di capire di più che cosa succede dal punto di vista fisico e ingegneristico in assenza di gravità. Dovremo progredire con la scienza, la tecnologia, la tecnica. Ma il bisogno di cui parlavamo ci porta anche a guardare oltre».

Quanto oltre?

«Non possiamo saperlo adesso perché non conosciamo il futuro. Quando vado a parlare nelle scuole faccio vedere quanto è lontana la stella più vicina al nostro Sole: si parla di miliardi e miliardi di chilometri, quindi di 150mila anni di viaggio se pensassimo di andare su Proxima Centauri con una navicella di oggi. Ma un secolo fa sarebbe stato impensabile uscire dalla Terra e adesso riusciamo a farlo. Ai ragazzi delle classi che incontro chiedo: "Arriveremo su Proxima centauri?”. È una provocazione, con i mezzi di oggi è un sogno, ma dico loro: “Datevi da fare perché i sogni a volte nel futuro si realizzano”».

La Luna di questi giorni ci ha avvicinato a Marte?

«Per paradosso l’impiegare tante risorse per tornare sulla Luna rischia di allontanarci da Marte, se fosse toccato a me decidere avrei puntato su Marte più avanti: è un po’ come immaginare di programmare un viaggio a piedi da Milano a Napoli, usando come test un percorso a piedi dalla Stazione centrale di Milano alla stazione periferica di Rogoredo, se ci arrivo impegnando la gran parte delle risorse a Napoli non arriverò mai».

Che cosa ha capito di noi guardandoci dallo spazio?

«Che non siamo messi benissimo come specie umana, perché siamo divisi, frantumati, ognuno nel proprio microcosmo che chiamiamo nazione: ciascuno pensa per sé. Ma quando facciamo un’esplorazione profonda dell’universo dovremmo andarci non come Francia, Italia, Germania, Stati Uniti, Canada, ma come razza umana e piantare sulla Luna o su Marte solo la bandiera dell’umanità: dallo spazio vedi che la Terra è una cosa unica e perdi per un attimo la tua appartenenza alla tua nazione. Da astronauti di Paesi non esattamente amici sulla Terra insieme sulla Stazione spaziale internazionale ci sentiamo rappresentanti dell’umanità. Ho imparato che la terra è bellissima e senti da lassù che è casa tua, si dovrebbe lavorare tutti insieme per migliorare il futuro dell’umanità e del pianeta. Ma ho paura che sia una chimera».