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Il cardinale Pierbattista Pizzaballa a Gerusalemme
«Non sarete dimenticati». È una frase semplice, ma detta sotto le bombe diventa una promessa che pesa come un giuramento. Quando il 20 luglio scorso Pierbattista Pizzaballa celebrava la Messa nella chiesa della Sacra Famiglia di Gaza, l’unica parrocchia cattolica della Striscia, colpita pochi giorni prima da un raid israeliano, la sua voce veniva coperta dalle esplosioni. Non si è fermato, non ha alzato il tono, non ha cercato riparo. È rimasto lì.
È forse questa immagine – più di molte analisi – a raccontare chi è oggi il Patriarca latino di Gerusalemme: un uomo di fede austera, francescano, ma anche una delle figure più esposte e ascoltate del Medio Oriente contemporaneo dilaniato da guerre e da odi antichi.
Nato in provincia di Bergamo, classe 1965, delle sue origini conserva il carattere apparentemente schivo. Si è trasferito a Gerusalemme nell’ottobre del 1990 e nel ‘99 è entrato in servizio nella Custodia di Terra Santa ricoprendo vari incarichi. Fine biblista, ha studiato la lingua ebraica per operare in Terra Santa anche a contatto con i fedeli cristiani di quella lingua.
Dopo dodici anni, dal 2004 al 2016, come Custode di Terra Santa, nel 2020 papa Francesco lo nomina Patriarca di Gerusalemme e tre anni dopo lo crea cardinale. Pizzaballa ha costruito negli anni un profilo raro: quello di un mediatore credibile in un contesto dove la credibilità è merce rarissima. Vive da decenni in Terra Santa, conosce le lingue (parla ebraico moderno e inglese), le ferite e le paure di entrambe le parti. Parla con gli israeliani e con i palestinesi, senza mai smettere di ricordare che, prima di tutto, sotto le bombe ci sono persone.
Dopo il 7 ottobre 2023 – lo spartiacque che con l’attacco di Hamas ha riacceso il conflitto israelo-palestinese con una violenza senza precedenti – il cardinale ha parlato apertamente di «cuore diviso». Da una parte la condanna degli attacchi di Hamas, dall’altra la denuncia della «sproporzione» della risposta israeliana. Una posizione che gli è costata critiche da ogni fronte, ma che ha rafforzato la sua statura morale.
Come ha osservato il quotidiano britannico The Guardian, Pizzaballa «rappresenta una delle poche voci capaci di mantenere un equilibrio tra empatia e denuncia in un conflitto sempre più polarizzato».


La scelta della presenza
A differenza di altri leader, Pizzaballa non si limita alle dichiarazioni. Entra a Gaza. Porta aiuti. Si espone. Più volte ha guidato personalmente convogli umanitari nella Striscia, diventando garante della loro distribuzione, quando Israele ostacolava, direttamente e indirettamente, il lavoro delle organizzazioni umanitarie presenti nella Striscia. Secondo i media internazionali questa presenza diretta sul campo lo ha reso una figura di riferimento non solo per i cristiani locali, ma anche per operatori umanitari e diplomatici. Una scelta rischiosa, ma coerente con il suo stile: stare accanto agli ultimi, senza delegare.
In un territorio dove la comunità cristiana è sempre più fragile e ridotta al lumicino – colpita dalla guerra, dalla crisi economica e dal crollo dei pellegrinaggi – il Patriarca è diventato un punto di resistenza spirituale e concreta.
Una voce sempre più netta
Negli ultimi mesi il suo linguaggio si è fatto ancora più esplicito. Ha denunciato le violenze dei coloni in Cisgiordania e criticato le scelte politiche israeliane. Ma soprattutto ha colpito per la radicalità di alcune affermazioni sul rapporto tra fede e guerra: «La manipolazione del nome di Dio per giustificare questa o qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo. Dio è tra coloro che stanno morendo, che stanno male, che soffrono», ha detto il 18 marzo scorso in un video collegamento con la Fondazione Oasis. Parole che, come ha sottolineato l’emittente araba Al Jazeera, «rompono la retorica religiosa usata da entrambe le parti e riportano il discorso sul terreno umano». Anche sulla situazione attuale di Gaza il suo giudizio è senza sconti: «L’80 per cento è in macerie e non è iniziata alcuna ricostruzione, la gente vive nelle fogne, nelle tende». Una descrizione cruda, lontana dalle semplificazioni mediatiche e dalle roboanti dichiarazioni di Trump sull’avvio della ricostruzione.


Il cardinale Pizzaballa a Gaza in occasione del Natale scorso
(EPA)Il peso simbolico
Il gesto di indossare la kefiah palestinese, in più occasioni come quella della vigilia di Natale del 2023 e nel marzo 2024 durante una visita pastorale nella città di Fuheis, in Giordania, ha fatto discutere. Per alcuni un segno politico, per altri un gesto di vicinanza. In realtà, nel suo stile, sembra piuttosto un linguaggio simbolico: farsi prossimo, assumere su di sé il dolore di un popolo senza smettere di parlare anche all’altro. Non a caso, durante il conclave del maggio 2025, il suo nome è circolato tra i possibili candidati al pontificato, prima dell’elezione di papa Leone XIV. Un segnale della considerazione internazionale maturata negli anni. Pochi giorni fa, annunciando l’annullamento della processione della Domenica delle Palme, ha pronunciato parole che riassumono il tempo presente: «La durezza di questo tempo di guerra oggi si fa carico dell’ulteriore peso di non poter celebrare la Pasqua insieme e con dignità. Questa è una ferita che si aggiunge alle tante inflitte dal conflitto».
Non è solo una questione liturgica. È il segno di una Terra Santa ferita, dove anche i gesti più antichi della fede diventano impossibili come, ad esempio, lo svolgersi della Via Crucis nella Città Vecchia. Fino a quanto accaduto domenica scorsa quando le autorità israeliane hanno impedito a lui e al Custode di Terra, fra Francesco Ielpo, di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro per la celebrazione della Domenica delle Palme che apre i riti della Settimana Santa. La notizia ha fatto rapidamente il giro del mondo ed è diventato un caso internazionale ma Pizzaballa, fedele al suo ruolo di conciliatore e diplomatico, ha evitato di gettare benzina sul fuoco: «Ci sono stati dei fraintendimenti, non ci siamo compresi. Non ci sono stati scontri, non voglio forzare la mano», ha detto, aggiungendo tuttavia che serve «rispetto del diritto alla preghiera». Il premier israeliano Netanyahu ha poi annunciato di aver istruito le autorità affinché a Pizzaballa fosse concesso immediato e completo accesso all'area.
Un pastore sotto pressione
Pizzaballa cammina su un crinale stretto. È criticato dagli israeliani quando denuncia le operazioni militari. È criticato dai palestinesi quando condanna Hamas. È osservato dalla diplomazia internazionale. Eppure continua a parlare, a esporsi, a esserci. Forse è proprio questa la sua cifra: non cercare una posizione comoda, ma restare dentro la complessità. Con una convinzione semplice e radicale, che torna in quella frase pronunciata sotto le bombe: «Non sarete dimenticati».









