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Il cardinale Pierbattista Pizzaballa.
Gerusalemme, mattina di domenica. Le ore sono quelle iniziali della giornata, quando la città antica si muove ancora a bassa voce e la luce scivola sulle pietre chiare delle mura. È il giorno della Domenica delle Palme, apertura della Settimana Santa. Ma quest’anno, nella Città Vecchia, tutto è diverso: niente folla, niente processioni, niente rami d’ulivo agitati tra i vicoli. Le restrizioni imposte per motivi di sicurezza, legate alla guerra e alla minaccia dei missili iraniani, hanno svuotato anche i luoghi più simbolici. Quasi un coprifuoco permanente.
In questo scenario ridotto all’essenziale, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, esce dalla residenza del Patriarcato. Con lui c’è padre Francesco Ielpo, responsabile della Custodia di Terra Santa, che dal 1217 si prende cura e amministra i luoghi che rappresentano la culla della cristianità. Non li accompagna alcun corteo. Non c’è alcuna processione. Nessun segno esteriore di cerimonia. Si muovono, come precisato dal Patriarcato, “in forma privata e senza alcuna caratteristica di processione o atto cerimoniale”. Dalla sede del Patriarcato, nei pressi della Porta di Giaffa, alla basilica del Santo Sepolcro, attraverso i vicoli del quartiere cristiano della città vecchia, ci sono poco più di 500 metri, percorribili in sei sette minuti.
La loro destinazione è la Chiesa del Santo Sepolcro, cuore della cristianità, costruita sul luogo che la tradizione indica come il sepolcro di Cristo. Lì, nelle prime ore del mattino, si sarebbe dovuta celebrare la Messa della Domenica delle Palme. Una celebrazione già profondamente ridimensionata: senza fedeli, con la sola presenza dei frati francescani che custodiscono il luogo giorno e notte e garantiscono la continuità della liturgia.
La decisione era stata presa nei giorni precedenti. Le autorità israeliane, attraverso il Comando del Fronte Interno, avevano imposto restrizioni severe: niente grandi assembramenti, limite di circa cinquanta persone anche nei luoghi di culto, e in generale una drastica riduzione di ogni evento pubblico. Il Santo Sepolcro, come accade in tempi di crisi, era stato chiuso al pubblico già dal 28 febbraio, all’indomani dell’avvio dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran. Il rischio, spiegano le autorità, è concreto: missili, detriti, e soprattutto l’impossibilità di far intervenire rapidamente i soccorsi in un’area densa e intricata come la Città Vecchia.
Eppure, nonostante il quadro restrittivo, una soluzione era stata individuata. “Avevamo informato tutti che il Patriarca avrebbe celebrato la Messa lì”, spiega Farid Jubran, responsabile della comunicazione del Patriarcato. La polizia, aggiunge, aveva coordinato e autorizzato le celebrazioni per la minuscola comunità residente nel Santo Sepolcro. Un piccolo gruppo — cinque o sei persone — avrebbe dunque affiancato il Patriarca per la Messa della Domenica delle Palme, nel rispetto dello “status quo”, il delicato sistema storico che regola diritti e accessi tra le diverse confessioni cristiane nei Luoghi Santi.
È in questo contesto che avviene l’episodio.
Mentre il cardinale Pizzaballa, padre Ielpo si avvicinano alla basilica, lungo il percorso si imbattono nella polizia israeliana. Gli agenti, in uniforme grigio-blu e giubbotto antiproiettile si fanno avanti, intervengono e li fermano. Non si tratta di un controllo momentaneo. L’ordine è netto: non possono proseguire.
Secondo quanto dichiarano le fonti ufficiali della Polizia israeliana, la richiesta del Patriarca di recarsi a pregare nella chiesa era stata precedentemente esaminata e respinta proprio per ragioni di sicurezza. Gli agenti, dunque, avrebbero applicato una decisione già presa. Ai due religiosi viene intimato di tornare indietro. E così accade: il Patriarca latino di Gerusalemme e il Custode di Terra Santa sono costretti a invertire la marcia e a rientrare.
Il risultato è senza precedenti recenti. Per la prima volta dopo secoli, ai capi della Chiesa cattolica in Terra Santa viene impedito di celebrare la Messa della Domenica delle Palme nel Santo Sepolcro.
Il Patriarcato latino di Gerusalemme parla apertamente di “grave precedente”. In una nota ufficiale sottolinea che quanto accaduto “ignora la sensibilità di miliardi di persone nel mondo che, proprio in questi giorni, guardano a Gerusalemme”. E insiste su un punto: la Chiesa, fin dall’inizio della guerra, si è attenuta “con pieno senso di responsabilità” a tutte le restrizioni. Le celebrazioni pubbliche sono state cancellate, la partecipazione dei fedeli vietata, le liturgie trasmesse online per centinaia di milioni di credenti.
Da qui il giudizio netto: impedire l’ingresso al Patriarca e al Custode viene definito “una misura manifestamente irragionevole e gravemente sproporzionata”. Ancora più duro il passaggio successivo: “una decisione affrettata e profondamente viziata, influenzata da considerazioni improprie”, che rappresenta “una deviazione estrema dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo”.
Sul versante opposto, le autorità israeliane non arretrano. Tutte le misure adottate nella Città Vecchia — spiegano — sono “una diretta conseguenza dei lanci di missili iraniani”. La zona – sostengono dal comando della Polizia – è stata colpita più volte, anche in prossimità dei principali luoghi santi — il Santo Sepolcro, la Moschea di al-Aqsa, il Muro Occidentale. In un’area così compatta un eventuale evento con numerose vittime rappresenterebbe uno scenario difficilissimo da gestire, proprio per la complessità logistica e l’accesso limitato ai mezzi di soccorso. Da qui la scelta: vietare gli assembramenti e limitare drasticamente gli accessi, anche a costo di decisioni eccezionali. Peccato che al Santo Sepolcro, a celebrare la Messa, come avviene da secoli la domenica delle palme, sarebbero stati in due, da aggiungersi ai cinque frati che presidiano quel tempio della cristianità. L’intento “protettivo” della polizia appare risibile e pretestuoso, dato che il Patriarcato, dove teoricamente può cadere egualmente in ogni istante una bomba, dista pochissimi metri dalla basilica. Inoltre i rappresentanti della Custodia della Terra Santa sono liberi di girare per Gerusalemme, oltre a raggiungere l’aeroporto di Tel Aviv, come è avvenuto recentemente per alcuni religiosi, dato che molti voli non sono stati cancellati. Ed è altamente improbabile che l’Iran se la prenda con i luoghi santi, che nulla hanno a che vedere con il governo di Tel Aviv.
L’episodio ha dunque più il sapore dell’intimidazione e ha immediate ripercussioni anche sul piano politico e diplomatico. Le condanne si susseguono anche sul piano internazionale. Il presidente francese Emmanuel Macron esprime “pieno sostegno” al Patriarca e ai cristiani di Terra Santa. La presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni parla di “offesa ai credenti”. Il rappresentante israeliano a Roma, Jonathan Peled, viene convocato al Ministero degli Esteri italiano per chiarimenti. Diverse ambasciate chiedono spiegazioni ufficiali.
Nel frattempo, a Gerusalemme, la Settimana Santa prosegue in forma ridotta, quasi silenziosa. Le celebrazioni vengono trasmesse online, raggiungendo milioni di fedeli nel mondo. Ma il cuore simbolico della cristianità, quella mattina, resta chiuso e inaccessibile anche ai suoi massimi rappresentanti.
E il fatto — nudo, senza interpretazioni — resta questo: lungo una strada della Città Vecchia, mentre si recavano a celebrare una liturgia già ridotta al minimo, il Patriarca latino di Gerusalemme e il Custode di Terra Santa sono stati fermati dalla polizia israeliana e costretti a tornare indietro.





