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2026 Winter Paralympics - Press conference - Headquarters of the Milano Cortina 2026 Organising Committee, Milan, Italy - March 5, 2025 IPC president Andrew Parsons during the press conference REUTERS/Claudia Greco
Sta facendo discutere la riammissione degli atleti russi con inno e bandiera alla Paralimpiade di Milano Cortina 2026. L’Ucraina ha annunciato il boicottaggio della Cerimonia d’apertura il 6 marzo all’Arena di Verona, non alle gare, perché significherebbe impedire di partecipare ad atleti tra i quali ci sono anche i feriti della guerra subita a partire dal 2022, innescata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, quattro anni fa, proprio tra Olimpiade e Paralimpiade di Pechino 2022.
Il tema ha una sua complessità e diverse sfaccettature, che Giorgio Sandulli, avvocato, tra i massimi esperti di diritto dello sport, tra i componenti del Master dello sport alla Sapienza di Roma e presidente dei Consulenti dello sport, ci ha aiutato ad analizzare.
Avvocato Sandulli, come interpreta questa riammissione che sta facendo discutere il mondo, dopo che gli atleti russi e bielorussi erano stati esclusi per violazione della tregua olimpica?
«Intanto bisogna dire che Comitato olimpico (Cio/Ioc) e Comitato Paralimpico internazionale (Ipc) sono reciprocamente indipendenti e agiscono in autonomia l’uno dall’altro, questo spiega il ribadire delle condizioni attuali da parte della Presidente Cio Kirsty Coventry. In realtà la decisione del Comitato paralimpico internazionale sulla riammissione era nota, non è stata presa ora, anche se fa discutere solo ora, nell’imminenza delle Paralimpiadi».
A quando risale?
«Al 27 settembre, quando il Comitato Paralimpico internazionale portò in Assemblea due delibere da votare una per la totale esclusione di atleti russi e bielorussi, e una di una parziale sospensione, entrambe furono respinte a maggioranza, e ogni bando venne a decadere, questo è il dato normativo da cui si parte. A fronte di questa decisione la Fis, Federazione Internazionale sci e snowboard, ha reagito decidendo una propria sospensione basata sul principio di nazionalità russa e bielorussa per atleti e squadre senza alcun distinguo. Quella decisione è stata impugnata davanti al Tribunale arbitrale sportivo di Losanna che il 2 dicembre ha risposto dichiarando illegittima una delibera così indiscriminata da ledere i diritti individuali degli atleti: quindi siamo arrivati a questa situazione, il Cio che ha attualmente in vigore una sospensione che però ammette gli atleti indipendenti, sotto bandiera olimpica e inno olimpico, ma non le squadre, e il Comitato Paralimpico che, invece, non ha più alcuna limitazione».
Come si spiegano queste discrepanze? Solo con sensibilità diverse?
«Bisogna fare una premessa: quando all’Onu dal 1992 il Paese ospitante ha iniziato a promuovere l’approvazione della risoluzione sulla Tregua olimpica -, cosa che poi si è ripetuta per ogni olimpiade a 7 mesi dall’inizio, – che indicava agli Stati membri un impegno a non proseguire attività conflittuali nel corso dei Giochi e nei dieci giorni successivi e precedenti, l’intenzione era mandare al mondo dai Giochi un messaggio di promozione della pace. Dato che l’atto aveva valore politico ma non giuridico, probabilmente non si è mai pensato in trent’anni che le guerre in corso nel mondo potessero avere un effetto dentro i Giochi».
Eppure è vero che “bandi” ci sono già stati in passato, il Sudafrica per l’Apartheid. È diverso?
«Vero, ma non sono mai decisioni prese di iniziativa propria dal Comitato olimpico: quella fu innescata dalla minaccia di boicottaggio di un gruppo di Paesi africani. Anche al momento dell’invasione dell’Ucraina inizialmente in Cio si è limitato a condannare pubblicamente e a minacciare sanzioni. Il bando fu innescato dopo dalla minaccia di non partecipare da parte di alcuni Paesi tra cui le repubbliche baltiche e la Polonia, Federazioni a livello di sport invernali di peso. Il Cio, che un po’ di real politk la deve fare per stare in equilibrio tra tutti i Paesi del mondo, decise a quel punto di bandire completamente russi e bielorussi, l’Ipc seguì e così fecero la gran parte delle federazioni sportive internazionali per le rispettive manifestazioni. Risultato: la Paralimpiade di Pechino 2022 fu la prima ad applicare il bando totale».
Dopo è stato allentato ammettendo singoli atleti senza inno né bandiera come si fece per gli italiani che andarono a Mosca 1980, a dispetto del boicottaggio del blocco atlantico. Quando è accaduto?
«Prima di Parigi 2024, il Cio ha allentato dando il via libera ad atleti singoli russi e bielorussi che non avessero sostenuto pubblicamente la guerra, a partecipare senza inno e bandiera, ma non alle squadre rappresentative delle nazioni, e non a gli atleti militari».
Come si spiega il cambiamento?
«Con il fatto che il bando iniziale era stato scritto senza specificare i comportamenti da tenere per farlo cessare e senza un limite: dal punto di vista giuridico, normalmente, un atto che sanziona un comportamento, da un lato stabilisce un termine alla sanzione e dall’altro specifica quali sono gli atti da compiere per farla cessare: niente di tutto questo c’era nel bando, probabilmente perché si pensava che la guerra sarebbe finita prima, che non ci si sarebbe dovuti porre il problema all’Olimpiade successiva. Si sta creando un problema geopolitico difficile da sostenere, per Cio e Ipc: come spiegare a chi nel mondo in Senegal, o in Palestina o in Myanmar si prende le bombe in testa che questa guerra è trattata in modo diverso dalle altre? È vero che dal punto di vista geopolitico ha le sue specificità, ma è difficile da sostenere nei confronti di chi subisce la guerra altrove».
L’Ucraina ha annunciato che non parteciperà alla cerimonia di apertura. Che effetti produrrà?
«Un segnale politico, anche perché ritirare gli atleti avrebbe penalizzato i reduci e non ci sono gli strumenti e i tempi, per ripristinare il bando, tolto dopo dopo una decisione dell’Assemblea Ipc democratica e regolare e dopo una decisione del Tas, che il Board dell’Ipc da solo non potrebbe rivedere».
Durante questi Giochi è emerso anche il tema della regola 50.2 della Carta olimpica. Quanto può aver influito sull’emersione del bando tolto ai russi il caso del casco della memoria dell’atleta ucraino?
«Sicuramente ha contribuito a farlo emergere portando la questione all’attenzione dell’opinione pubblica. Quanto all’atleta ha perso le Olimpiadi con la squalifica, ma ha sicuramente ottenuto grande visibilità al suo gesto non accettando la mediazione del lutto: d’altro canto quello non era un caso di lutto privato, ma un atto politico, per il quale il Cio lascia spazi di libera espressione, ovunque, purché non incoerenti con il valori dell’olimpismo, sui social, nelle interviste anche ufficiali, ma lasciando la regola che vieta messaggi politici e religiosi al villaggio olimpico, nelle cerimonie, sui campi di gara in corso di gara e durante le premiazioni. La mia impressione che è che il Cio non voglia del tutto bandire i messaggi politici ma voglia conservare il controllo di questo tipo di comunicazioni. Siamo del resto nel campo del bilanciamento di diritti».
Rientra in questo anche il sequestro della bandiera europea al ragazzino per cui poi s’è scusato il comitato organizzatore all’Arena Santa Giulia dell’Hockey?
«Sarei cauto, io lo interpreterei più come il malinteso zelo di un controllore che per paura di sbagliare dice di no a tutto, anche perché per esempio in Italia è d’obbligo esporre la bandiera europea con quella nazionale nelle sedi istituzionali, anche se una volta esploso il caso il Cio avrebbe fatto meglio a chiarire. Più problematica, la questione delle divise di Haiti, dove il Cio il 4 gennaio ha bocciato come politica l’immagine di Toussaint Louverture, ex schiavo e guida della rivoluzione che nel 1804 avrebbe portato alla nascita della prima repubblica nera. Questo mi perplessità, perché di questo passo anche tutta la storia diventa politica e non se ne esce più».
Che cosa c’è alla base di tutta questa ansia, il timore per la sicurezza? La ferita dell’attentato di Monaco 1972 al villaggio olimpico?
«Anche, ma c’è anche un tema delicato al quale non pensiamo mai, che dà un senso al limite che ci si è dati: se Cio e Ipc dessero libertà di espressione religiosa o politica ovunque ai Giochi rischierebbero di esporre gli atleti di Paesi non democratici al rischio che i loro Governi impongano loro manifestazioni di pensieri che non condividono individualmente. L’apertura totale che per gli europei sarebbe solo una libertà in più, per atleti di altri Paesi potrebbe diventare uno strumento di pressione e persino di coercizione».








