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C'è un ghiaccio che non si scioglie, sulle strade di Minneapolis. È quello del sangue rappreso, delle vite spezzate, delle domande senza risposta. E c'è Bruce Springsteen che sabato scorso ha preso in mano la chitarra, ha scritto una canzone, l'ha registrata martedì e mercoledì l'ha regalata al mondo. Come si fa quando non si può più stare zitti.
Streets of Minneapolis non è solo l'ultima canzone del Boss. È un atto d'accusa, una preghiera laica, un manifesto politico travestito da ballata. È quello che accade quando un artista settantacinquenne decide che il rock serve ancora a qualcosa: a gridare quando gli altri sussurrano, a ricordare quando tutti vorrebbero dimenticare.
La storia che Springsteen racconta è terribilmente semplice e terribilmente complessa. A gennaio, Minneapolis è diventata il teatro di quello che l'amministrazione Trump chiama la più grande operazione sull'immigrazione di sempre. Tremila agenti federali – ICE, Border Patrol, Homeland Security – dispiegati nelle strade di una città americana come in territorio nemico. E come in ogni occupazione, ci sono state vittime.
Prima Renee Good, trentasette anni, madre, uccisa mentre era seduta nella sua auto. Poi Alex Pretti, infermiere della terapia intensiva, specializzato nella cura dei veterani. L'hanno ammazzato mentre filmava gli agenti con il cellulare, mentre aiutava una donna spinta a terra. I video che circolano in rete raccontano una verità che le dichiarazioni ufficiali hanno tentato di nascondere: Pretti teneva in mano il telefono, non la pistola che pure possedeva legalmente. Gli hanno sparato almeno dieci colpi in cinque secondi, mentre era bloccato a terra, continuando anche dopo che il suo corpo era immobile.
Springsteen canta: E c'erano impronte insanguinate dove avrebbe dovuto esserci la misericordia / E due morti, lasciati a morire su strade innevate / Alex Pretti e Renee Good. La neve si tinge di rosso, l'inverno del 2026 diventa una data da ricordare, come l'11 settembre o il Vietnam. Perché alcune ferite collettive non si rimarginano mai del tutto.
Nel testo della canzone, Springsteen non usa mezzi termini. Parla di L'armata privata di Re Trump proveniente dal DHS / Pistole allacciate ai loro cappotti / Sono venuti a Minneapolis per far rispettare la legge / O almeno così dicono loro. Re Trump. Non presidente, non leader. Re. È l'accusa più pesante che si possa muovere in una democrazia: quella di aver tradito i principi fondativi della repubblica.
E poi c'è il riferimento agli stivali di un occupante, ai sicari federali. Parole che evocano dittature lontane, oppressioni straniere. Ma qui siamo in Minnesota, nel cuore dell'America. Il Boss lo sa bene: l'occupazione più violenta è sempre quella che avviene in casa propria, quando il confine tra protezione e repressione si fa indistinguibile.
La Segretaria della Homeland Security, Kristi Noem, ha definito Pretti un terrorista domestico. Stephen Miller, consigliere della Casa Bianca, lo ha chiamato aspirante assassino. Springsteen risponde cantando: Hanno sostenuto la legittima difesa, signore / Basta non credere ai propri occhi. È l'invito a non cedere alla propaganda, a fidarsi di ciò che si vede, non di ciò che ci viene raccontato.


La tradizione della protesta
Non è la prima volta che Springsteen prende posizione. Nel 1984 scrisse Born in the USA, che molti – incluso Ronald Reagan – scambiarono per un inno patriottico, quando era invece la denuncia amara delle condizioni dei veterani del Vietnam. Nel 2000, con American Skin (41 Shots), raccontò l'uccisione di Amadou Diallo, ucciso dalla polizia di New York con 41 colpi di pistola. The Ghost of Tom Joad, ispirata a Furore di Steinbeck, narrava la crisi economica e i nuovi migranti.
Ogni volta, Springsteen ha trasformato la cronaca in mito, il particolare nell'universale. Lo fa anche stavolta, quando canta: Ora dicono di essere qui per sostenere la legge / Ma calpestano i nostri diritti / Se la tua pelle è nera o marrone, amico mio / Puoi essere interrogato o espulso a vista. Non parla solo di Minneapolis, parla dell'America intera. Non parla solo dell'ICE, parla del sogno tradito.
Il titolo stesso della canzone è un omaggio – o forse un contrappunto tragico – a Streets of Philadelphia, il brano che nel 1994 Springsteen scrisse per il film Philadelphia con Tom Hanks. Quella canzone parlava della piaga dell'AIDS, dell'abbandono, della morte lenta. Questa parla di un'altra piaga: quella della violenza istituzionale, della paura trasformata in politica, della morte improvvisa.
Il coro di resistenza
La canzone si chiude con un coro di voci che ripetono ICE out – fuori l'ICE – come uno slogan da manifestazione. È la stessa richiesta che il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha urlato pochi giorni fa. Springsteen l'ha ascoltato, e l'ha trasformato in musica.
Ma c'è anche un altro verso, quello che forse racchiude tutto il senso della canzone: Prenderemo posizione per questa terra / E per lo straniero tra noi. È il cuore del messaggio di Springsteen, quella carità che è anche evangelica e che spesso manca proprio a chi si proclama e si cuce sul petto la spilletta del “cristiano”. Lo straniero non è il nemico, è il prossimo. Non è la minaccia, è l'occasione di essere umani.
In un video pubblicato su Instagram, Springsteen ha spiegato perché ha scritto questa canzone: in risposta al terrore di Stato che viene perpetrato sulla città di Minneapolis. Ha parlato di truppe federali armate e mascherate che invadono una città americana, usando tattiche da Gestapo contro i loro concittadini. Parole durissime, che molti criticheranno come esagerate. Ma quando un infermiere viene ucciso mentre filma con il cellulare, forse le parole dure sono le uniche appropriate.
Musicalmente, Streets of Minneapolis è una ballata che cresce lentamente. Inizia con la sola chitarra acustica e la voce di Springsteen – roca, invecchiata, perfetta – e poi si allarga fino a diventare un brano rock completo, con l'E Street Band al completo e un assolo di armonica che sembra uscire direttamente da Born to Run. È il Springsteen che conosciamo, quello che sa usare la semplicità per arrivare dritto al cuore.
La canzone è stata scritta sabato, registrata martedì, pubblicata mercoledì. Una velocità inaudita per i tempi moderni dell'industria musicale, ma perfettamente comprensibile quando si capisce che Springsteen non stava facendo marketing, stava rispondendo a una chiamata. La chiamata della coscienza, quella che non si può ignorare.
Altri artisti e sportivi si sono schierati. In NBA, i Minnesota Timberwolves hanno osservato un minuto di silenzio prima della partita contro i Golden State Warriors. Una raccolta fondi per la famiglia di Pretti ha superato il milione di dollari in poche ore. Le veglie a lume di candela si sono moltiplicate in tutta la città. Ma è la canzone di Springsteen che rimarrà, perché le canzoni durano più delle notizie, e la memoria collettiva si affida più alla musica che alla cronaca.
Trump, naturalmente, ha risposto. Ha definito Springsteen una prugna secca di rocker. Non è la prima volta che i due si scontrano: durante la campagna elettorale del 2024, Springsteen aveva sostenuto Kamala Harris e definito Trump una minaccia alla democrazia. In tour in Inghilterra, aveva detto che l'America era nelle mani di un'amministrazione corrotta, incompetente e traditrice.
Ma le parole di Trump scivolano via come acqua, mentre quelle di Springsteen si depositano nella memoria collettiva. Perché? Forse perché le prime sono mosse dall'ego, le seconde dalla compassione. Le prime dividono, le seconde uniscono. Le prime dimenticano, le seconde ricordano.
È significativo che Springsteen, nel dedicare la canzone, abbia scritto: È dedicata al popolo di Minneapolis, ai nostri innocenti vicini immigrati e alla memoria di Alex Pretti e Renee Good. Stay free. Rimanete liberi. È forse l'augurio più prezioso che si possa fare in tempi di paura, quando la libertà sembra un lusso che non possiamo più permetterci.
Le domande che restano
Cosa resta, alla fine, di questa vicenda? Restano i nomi: Alex Pretti, Renee Good. Restano le immagini dei video che circolano in rete, testimoni muti di una verità scomoda. Restano le domande senza risposta: perché un infermiere che cura i veterani viene ucciso da agenti federali? Perché una madre viene ammazzata nella sua auto? Come siamo arrivati a chiamare terrorismo domestico il diritto di manifestare?
E resta questa canzone, Streets of Minneapolis, che Springsteen ha voluto regalare al mondo non per vendere dischi (è disponibile gratuitamente su tutte le piattaforme), ma per lasciare una testimonianza. Perché qualcuno doveva dire che l'imperatore è nudo, che Re Trump non ha vestiti. E chi meglio di un settantacinquenne del New Jersey, che ha passato una vita a raccontare l'America vera – non quella dei comizi, ma quella delle fabbriche chiuse, delle strade deserte, dei sogni infranti – poteva farlo?
In un passaggio particolarmente toccante, Springsteen canta: Nei nostri cori 'Fuori l'ICE ora' / Il cuore e l'anima della nostra città resistono / Tra vetri rotti e lacrime di sangue / Sulle strade di Minneapolis. È l'immagine di una resistenza che non si arrende, di una città che non dimentica. Vetri rotti e lacrime di sangue: la violenza subita e il dolore che ne consegue, ma anche la determinazione a non cedere.
Forse è questo il senso ultimo dell'arte: dare voce a chi non ce l'ha più, dare forma al dolore, dare speranza quando tutto sembra perduto. Bruce Springsteen, con Streets of Minneapolis, ha fatto quello che la musica sa fare meglio: ha trasformato il particolare nell'universale, la cronaca nella Storia con la S maiuscola. Ha preso due nomi – Alex Pretti e Renee Good – e li ha scritti nella memoria collettiva, accanto a Amadou Diallo, accanto ai veterani del Vietnam, accanto a tutti coloro che l'America ha dimenticato o preferisce dimenticare.
E forse, in un futuro non troppo lontano, quando qualcuno chiederà cosa accadde nell'inverno del 2026 a Minneapolis, la risposta non sarà nei libri di storia, ma in una canzone. In una voce roca che canta di ghiaccio e sangue, di strade innevate e cuori infranti, di un'America che ha perso la strada ma che continua, nonostante tutto, a cercarla.
Perché alla fine, come canta il Boss, ricorderemo i nomi di chi è morto / Sulle strade di Minneapolis. E ricordare, in tempi di amnesia collettiva, è già una forma di resistenza.











