A due settimane dal voto di midterm, la Casa Bianca sceglie la strada più spregiudicata. Trump firma un ordine esecutivo che sospende le sanzioni contro la Russia appena varate dal Congresso. Nelle intenzioni del presidente il provvedimento servirà ad abbassare il prezzo dei carburanti. Negli Stati Uniti la benzina viaggia sopra i 4,30 dollari al gallone, quasi il 45 per cento in più rispetto all'inizio dell'anno. Un dato che pesa sulle tasche degli elettori e, soprattutto, sulle speranze repubblicane di mantenere il controllo del Congresso il prossimo 3 novembre.

Per questo la decisione di Trump arriva adesso. Pochi giorni fa l'amministrazione aveva già allentato le maglie sulle esportazioni di diesel russo, annunciando forniture fino a un milione di tonnellate nei mesi successivi. Poi, alla scadenza dei trenta giorni previsti dal Graham Act – la legge bipartisan che imponeva nuove misure coercitive contro Mosca – Trump ha emesso un’esenzione presidenziale, motivata con la formula della «sicurezza nazionale». In pratica: il Congresso ha votato una legge, il Presidente ha deciso di non applicarla.

Al di là dell’emergenza elettorale un precedente pericoloso. Non l’unico dell’amministrazione Trump. Il Graham Act era il tentativo di dare una cornice legislativa stabile ad anni di sanzioni imposte per via amministrativa, spesso revocabili con un tratto di penna. La norma prevedeva dazi fino al cento per cento per i Paesi che continuano ad acquistare petrolio e gas russi. Una misura pensata per colpire il cuore finanziario della macchina da guerra di Putin. Sospenderla adesso, con una motivazione così esplicitamente legata al ciclo elettorale, indebolisce non solo la Russia di domani, ma la credibilità degli impegni americani di oggi.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Il presidente ucraino Zelensky ha parlato di una decisione «indegna» e «debole», sostenendo che equivale a premiare Mosca. Ma a rendere la vicenda più imbarazzante per la Casa Bianca sono le critiche interne al Partito repubblicano. Il senatore Thom Tillis l’ha definita «irresponsabile». John Cornyn ha chiesto un’indagine del Congresso per quello che appare un atto di «aiuto e conforto» a Putin.

Parole pesanti, che raccontano di una frattura reale tra chi continua a vedere nella Russia un avversario strategico e chi, davanti al termometro dei prezzi, è disposto a mettere da parte le coordinate geopolitiche.

C’è poi la questione dell’efficacia. Trump sostiene che l’accordo con Mosca farà scendere i prezzi, ma gli analisti sono scettici. La quantità di diesel promessa dalla Russia è significativa, ma non risolutiva, e soprattutto arriva in un contesto in cui la vera causa del caro-energia non è Mosca, bensì la guerra con l’Iran e le interruzioni del passaggio nello Stretto di Hormuz. In altre parole: Trump sta rimediando a una crisi energetica che porta il suo nome, cercando un colpevole alternativo nella resistenza ucraina e un fornitore alternativo in Putin. Il risultato, per ora, è un cerotto su una ferita che continua a rimanere aperta.

Resta il dato politico, che è il vero cuore della vicenda. Le midterm sono spesso un referendum sul Presidente. E quando il prezzo alla pompa diventa l’argomento principale della conversazione pubblica, la Casa Bianca perde il controllo dell’agenda. Trump lo sa, e ha scelto di agire d’impulso, come suo stile. Ma la domanda che resta sospesa è un’altra: quanto è disposto a sacrificare, in termini di alleanze e di principi, per un calo di pochi centesimi? La risposta, per ora, è: molto. Forse troppo.