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Emma Bonino.
Emma Bonino se n’è andata a 78 anni, dopo una vita trascorsa quasi interamente sulla scena pubblica, spesso in prima fila e quasi mai in silenzio. La sua scomparsa chiude una delle biografie politiche più riconoscibili, divisive e tenaci dell’Italia repubblicana.
Per noi di Famiglia Cristiana sarebbe sbagliato, soprattutto oggi, nascondere le distanze. Sono state profonde. In alcuni casi radicali, è proprio il caso di dirlo. Emma Bonino ha legato il proprio nome alla battaglia per la legalizzazione dell’aborto fin dagli anni Settanta, alla militanza nel Cisa (il Centro di informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, una sigla che fa venire i brividi solo a pronunciarla), all’autodenuncia per procurata interruzione della gravidanza e, negli anni successivi, alle campagne radicali sull’eutanasia e sul fine vita. Su questi punti il giudizio del nostro giornale è sempre stato estremamente critico. Non una divergenza politica tra le tante, ma una inequivocabile distanza antropologica: sulla dignità della vita nascente, sul suo limite naturale, sulla pretesa che l’autodeterminazione individuale possa diventare il criterio ultimo davanti alla vita e alla morte. In archivio gli articoli contro questa paladina dell’aborto non si contano. Quando nel 2013 il suo nome circolò per il Quirinale, Famiglia Cristiana ricordò apertamente quanto le sue posizioni su aborto, eutanasia e altri temi bioetici fossero lontane dalla sensibilità e dalla concezione cristiana della persona, contribuendo a non farla salire sul Colle.
La morte, tuttavia, non obbliga né all’agiografia né alla rimozione di ciò che in una persona si è saputo riconoscere come autenticamente grande. E in Emma Bonino c’è stato un altro versante della sua vita pubblica che merita rispetto: quello dell’impegno umanitario. È possibile dirlo senza contraddirsi. Anzi, forse è proprio questo il compito di un giornale cristiano davanti alla morte: non confondere il rispetto con l’approvazione, non cancellare le differenze, ma nemmeno negare il bene quando lo si incontra nella vita di qualcuno con cui si è duramente dissentito. A costo di sentirsi accusare strumentalmente da certa pelosissima stampa di destra di “intesa” col nemico.
La battaglia contro la fame nel mondo cominciò ben prima degli incarichi di governo. Già all’inizio degli anni Ottanta Bonino era impegnata nelle campagne radicali contro quello che allora veniva chiamato lo «sterminio per fame», sollecitando governi e organismi internazionali a intervenire e chiedendo conto dell’utilizzo dei fondi destinati agli aiuti. Nel 1981 partecipò alla fondazione di Food and Disarmement International. Fu uno dei terreni sui quali il mondo radicale e quello cattolico, pur partendo da concezioni diversissime dell’uomo, finirono qualche volta per guardare nella stessa direzione: quella di chi aveva fame, di chi non aveva voce, di chi rischiava di morire nell’indifferenza. Anche le battaglie da sempre radicali per i diritti e la dignità dei detenuti nelle carceri furono comuni al sentire cristiano, va ricordato.
Poi vennero gli anni di Bruxelles. Dal 1995 Bonino fu commissaria europea responsabile degli aiuti umanitari attraverso ECHO. Non, dunque, commissaria alla Cooperazione internazionale, come talvolta viene scritto. Furono gli anni terribili della Bosnia, del Ruanda, dell’Afghanistan, delle grandi crisi africane, degli sfollati e delle popolazioni intrappolate nelle guerre. I documenti del Parlamento europeo ricordano che sotto la sua responsabilità ECHO intervenne in emergenze come Bosnia, Ruanda, Afghanistan e Colombia. Famiglia Cristiana, ricostruendo la storia dei commissari italiani a Bruxelles, ha ricordato Bonino proprio per «l’impegno nella promozione dei diritti umani e della solidarietà internazionale».
Era questa forse la Bonino meno ideologica e più difficile da liquidare con un’etichetta. Quella che andava nei luoghi delle guerre, denunciava la condizione delle donne afghane, si occupava dei rifugiati, combatteva la pena di morte, sosteneva la nascita della Corte penale internazionale. Anche chi non poteva seguirla nelle sue battaglie contro la vita nascente riconosceva quella capacità quasi fisica di stare dentro le cause che aveva scelto, pagando spesso di persona.
Lo aveva riconosciuto anche papa Francesco. Il rapporto tra il Pontefice e la leader radicale è stato uno di quei paradossi che dicono qualcosa del cristianesimo quando non teme il confronto. Francesco conosceva benissimo le distanze che separavano Bonino dalla Chiesa (quante volte gli abbiamo sentito dire che «l’aborto è un omicidio?»). Eppure nel 2016 la inserì fra i «grandi dell’Italia di oggi», riconoscendole di aver offerto un grande servizio al Paese nella conoscenza dell’Africa. Negli anni successivi tra i due rimase un dialogo sui migranti, sui detenuti, sulle povertà. Nel novembre 2024, dopo un suo ricovero, Francesco andò personalmente a trovarla nella casa romana. Nella fotografia di quel giorno sono entrambi su una sedia a rotelle: due fragilità, due storie lontanissime, per molti aspetti opposte, che riescono ancora a parlarsi.
Forse è proprio questa l’immagine con cui salutare Emma Bonino. Senza riscriverne la storia e senza trasformare la morte in una generale assoluzione delle idee. Le battaglie sull’aborto e sull’eutanasia restano, dal punto di vista cristiano, ferite profonde e ragioni di un dissenso che non viene meno. Ma una persona è sempre più complessa della somma delle sue posizioni politiche. Bonino ha combattuto per tutta la vita. Talvolta, a nostro giudizio, dalla parte sbagliata. Altre volte dalla parte di chi non aveva abbastanza forza per farsi ascoltare: gli affamati, i profughi, i detenuti, le vittime delle guerre, le donne afghane private dei loro diritti.




