Sul referendum del 22 e 23 marzo i cattolici si dividono. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Del resto la separazione delle carriere e la composizione del Csm non è materia dogmatica come la Trinità o l’Immacolata Concezione. Non stiamo discutendo di verità rivelate ma di ingranaggi giuridici, di architetture dello Stato. Insomma: questioni terrene, non da concili ecumenici. E quindi, come ha ricordato il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, la cosa più sensata da fare è una sola: informarsi, discernere e andare a votare in un orizzonte costituzionale. L’altro ieri i comitati per il sì hanno deciso di chiamare a raccolta i cattolici favorevoli alla riforma della giustizia. Sul palco sono sfilate figure provenienti da tradizioni politiche diverse, un piccolo mosaico che fotografa la varietà del cattolicesimo politico italiano. Il convegno, ospitato al Pio Sodalizio dei Piceni a Roma, ha visto alternarsi esponenti di diverse anime del mondo cattolico. Ma la chiusura tocca al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, cattolico praticante, esponente dei politici di Centrodestra che si dichiarano credenti. «I cattolici»,dice concludendo i lavori, «voteranno sì perché puntano alla realizzazione della giustizia, coerente con i principi della dottrina sociale della Chiesa. E questa riforma va certamente in questa direzione». Parole che, come spesso accade in queste faccende, producono l’effetto di una scintilla in un deposito di benzina, anche perché non risulta che la dottrina sociale della Chiesa si sia mai pronunciata sulla separazione delle carriere. Dal fronte opposto replica Giovanni Bachelet, presidente del comitato civico per il no. «Resistiamo alla tentazione di utilizzare le autorevoli dichiarazioni del cardinale Zuppi», punge. E aggiunge di voler restare «cristiano» senza però «tirare in mezzo l’autorità della Chiesa». Poi affonda: «Sorrido di fronte al maldestro tentativo di altri di millantare un inesistente appoggio della Chiesa italiana al sì al referendum». La dichiarazione del sottosegretario Mantovano arriva al termine di un pomeriggio piuttosto animato. Maurizio Sacconi, ex ministro e fondatore dei comitati cattolici per il sì, suona la carica: «Per i cattolici partecipare significa essere consapevoli della posta in gioco». Intervengono anche il costituzionalista Stefano Ceccanti, del fronte “Sinistra per il sì”, e l’ex ministro Giuseppe Fioroni, tra i fondatori del Pd nell’area della Margherita. Un parterre abbastanza variegato da consentire a Mantovano di ribadire la linea ufficiale: niente politicizzazione. «Gli argomenti del sì», sostiene, «superano i confini della maggioranza e del governo». E coglie l’occasione per smontare quel legame tra le sorti dell’esecutivo e le riforme costituzionali che Matteo Renzi aveva stabilito nel referendum del 2016. «Qui non c’è nessun plebiscito», è il senso del ragionamento. Non manca una stoccata alla propaganda del no, accusata di ridurre tutto a uno slogan: «mandiamo a casa Meloni». Mantovano insiste: «Noi stiamo nel merito. È un appuntamento importante ma non apocalittico». Tradotto: comunque vada, il governo non cadrà. Poi il sottosegretario estrae un dossier piuttosto voluminoso. Dentro, dice, ci sono alcune valutazioni del Csm tra il 2016 e il 2024. Secondo Mantovano raccontano «un mix non particolarmente commendevole tra attività disciplinare e avanzamento delle carriere» dei magistrati. Da qui l’affondo finale: «L’Alta Corte disciplinare servirà a sanzionare magistrati negligenti, distratti, sciatti che non hanno in nessuna considerazione i fondamentali della deontologia». Il resto spetta agli elettori. Anche a quelli cattolici, naturalmente. Che alla fine dovranno fare una cosa semplice, antica e persino evangelica: entrare in cabina, prendere la scheda e decidere. Senza troppe prediche e senza troppi distinguo. Parafrasando il Vangelo di Matteo: «Sia il vostro scrivere nel segreto dell’urna: sì, sì; no, no».