C’è un momento, nella vita pubblica italiana, in cui i dibattiti politici e le questioni di principio si trasformano in schermaglie, le schermaglie in duelli, i duelli in rissa. È quello che sta accadendo attorno al referendum sulla giustizia. Le polveri le aveva accese Nicola Gratteri con una dichiarazione al napalm: votano per il sì al referendum sulla separazione delle carriere «gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata». I sostenitori della riforma non hanno porto l’altra guancia, anzi, hanno rincarato la dose. All’affondo del procuratore di Napoli ha risposto il ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Alla base della scelta dei componenti del Csm c’è un meccanismo paramafioso». Per nulla pentiti, i due promettono di andare avanti a oltranza. E manca ancora un mese alla data della consultazione. «Ne dirò una al giorno», ha promesso il Guardasigilli. E infatti.

Il ministero della Giustizia ha scritto all’Associazione nazionale magistrati invitandola a valutare se rendere noti i finanziatori del Comitato “Giusto dire No”, promosso dall’Anm. Una lettera formale, partita dal capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e indirizzata al presidente Cesare Parodi. Il pretesto è un’interrogazione del deputato di Forza Italia Enrico Costa. Il contenuto è semplice: trasparenza. Ma con una coda di veleno.

Costa, già dall’8 gennaio, aveva sollevato pubblicamente un dubbio: se l’Anm promuove un comitato per il No e quel comitato raccoglie contributi da cittadini privati, non si crea forse un legame – politico e formale – tra magistrati in servizio e finanziatori? E se un magistrato si trovasse davanti, in aula, uno di quei finanziatori? Dovrebbe astenersi per ragioni di opportunità? È un interrogativo che non accusa, ma insinua. E in politica l’insinuazione è spesso più devastante dell’accusa.

Il Guardasigilli ha raccolto il dubbio e lo ha trasformato in richiesta ufficiale: valutare «nell’ottica di una piena trasparenza» l’opportunità di rendere noti gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato. Non un ordine, ma un invito. Tuttavia, in tempi di nervi scoperti, anche gli inviti suonano come ultimatum.

La risposta di Parodi è stata laconica e, diremmo, prevedibile. Il Comitato, ha scritto, è sì promosso dall’Anm ma è giuridicamente autonomo. Le donazioni sono consentite ai privati cittadini, esclusi coloro che ricoprano incarichi politici. Tutto – statuto compreso – sarebbe pubblicato sul sito del Comitato. Quanto ai nomi dei donatori, renderli pubblici significherebbe esporre dati di privati cittadini, con possibili problemi di tutela della privacy. Se servono dettagli, ha concluso, bisogna rivolgersi ai rappresentanti del Comitato.

È una linea difensiva chiara: l’Anm non gestisce quei fondi, non li conosce nel dettaglio e non può divulgarli. Ma la questione, ormai, è uscita dal perimetro tecnico. È diventata politica.

Le opposizioni hanno reagito come se fosse stata varcata una soglia pericolosa. Debora Serracchiani ha parlato di «atto molto grave», evocando perfino il fantasma delle «liste di proscrizione». Peppe De Cristofaro ha definito la richiesta una «intimidazione», sostenendo che il Comitato deve rispondere ai propri sostenitori e non al governo. Secondo questa lettura, la lettera di via Arenula sarebbe l’ennesimo capitolo dello scontro tra esecutivo e magistratura.

Dal fronte opposto, Maurizio Gasparri ha scelto il registro ironico: perché mai l’Anm dovrebbe avere finanziatori occulti? «Hanno qualcosa da nascondere? Non credo», ha detto, invitando pubblicamente Parodi a rendere pubblici tutti i finanziamenti, come fanno i partiti politici. È la vecchia regola: se chiedi trasparenza a qualcuno, quel qualcuno non può sottrarsi alla trasparenza.

Nel frattempo, un’altra interrogazione ha acceso un secondo fuoco. Il senatore di Fratelli d’Italia Salvo Sallemi ha chiesto al ministro di chiarire quanti magistrati iscritti alle correnti siedano nel Csm o ricoprano incarichi direttivi e semidirettivi negli uffici giudiziari. Parodi aveva indicato in circa 2.100 su 9.200 gli iscritti alle correnti. Ma, osserva Sallemi, non basta sapere quanti sono: bisogna sapere dove stanno. È la questione delle carriere, delle nomine, delle leve di comando.

Così il referendum, che dovrebbe essere un confronto tra idee, sta diventando il terreno di una resa dei conti più ampia. Da un lato la politica che chiede di sapere chi finanzia chi e chi la pensa come. Dall’altro la magistratura che rivendica autonomia e denuncia pressioni. In mezzo, un Paese spaesato che assiste all’ennesimo duello tra poteri dello Stato.

La verità è che la trasparenza è un bene prezioso, ma può trasformarsi in arma se usata come randello. E la difesa dell’autonomia è sacrosanta, ma rischia di apparire corporativa se si chiude a riccio. In Italia, quando si parla di giustizia, il dibattito raramente resta sobrio ma si fa belluino. Diventa subito scontro, e lo scontro scivola nella diffidenza reciproca. Così, alla fine, rinfoderati i fioretti, e finanche le sciabole, si mette mano ai randelli.