Un tredicenne entra a scuola, quando ancora non sono iniziate le lezioni. In mano ha un coltello; appeso al collo ha uno smartphone da cui ha fatto partire una diretta che riprende in tempo reale ciò che sta per fare. Il ragazzo assale la propria professoressa di francese. La accoltella al collo e al petto e solo la prontezza dell’intervento medico - tramite elisoccorso - le salva la vita. Il ragazzo viene fermato e poi condotto in questura. Racconta che il suo gesto è dovuto al fatto che la professoressa gli ha dato un voto più basso di quello che secondo lui, si sarebbe meritato. Inoltre, in un litigio con un compagno, ha preso le difese dell’altro. Tutto questo, nella sua visione delle cose, giustifica un tentato omicidio. La sua azione criminale non è il risultato dell’impulso rabbioso. È invece un progetto studiato in ogni particolare. Il ragazzo si reca a scuola con una felpa che riporta la scritta “vendetta”. Con sé ha anche una pistola scacciacani. A casa si è procurato, probabilmente tramite acquisti online, materiale esplosivo per produrre un ordigno che, per fortuna, non ha mai portato a termine. Sembra di assistere al copione di un video youtube di una challenge estrema, ovvero quei video in cui ci sono giovanissimi che si riprendono mentre fanno cose molto pericolose con cui dimostrano al mondo il loro “presunto” coraggio.

Tutta questa vicenda mette in scena le peggiori ansie genitoriali ed educative del terzo millennio. Che cosa sta accadendo ai giovanissimi? Per quale motivo si muovono nella realtà, immaginando di essere i protagonisti di un film, in cui agiscono copioni criminali che avranno conseguenze enormi sul loro tragitto esistenziale? La cronaca afferma che il tredicenne, fermato quasi subito dopo il suo folle gesto, una volta portato in presidenza, ha pianto copiosamente probabilmente essendosi reso conto dell’enormità di ciò che aveva compiuto. Ecco: questo è, secondo me, il fermo-immagine su cui concentrare le nostre riflessioni educative.

La preadolescenza è un’età in cui il funzionamento della mente spinge ad agire senza averci “pensato su”. Il cervello emotivo (quello che agisce in modo pulsionale e sulla spinta delle emozioni che un soggetto vive) è molto più potente del cervello cognitivo, che è quello che è in grado di mettere in gioco i freni inibitori, di far riflettere sulle implicazioni e sulle conseguenze del proprio gesto. Molti ragazzi agiscono in base a ciò che sentono e senza pensarci su. In pre-adolescenza tale meccanismo si genera sulla base di una vulnerabilità fisiologica in cui la potenza emotiva non è compensata in modo adeguato dalla competenza cognitiva. La maturità cognitiva, infatti, arriva lenta nel tempo e ha bisogno di tutta l’adolescenza per compiersi in modo pieno. Per questo motivo, la preadolescenza avrebbe bisogno di avvenire in un mondo che “transenna” l’immaginario di ragazzi e ragazze, dirigendolo verso territori in cui si impara la responsabilità, si viene aiutati a regolare le proprie emozioni, si riflette su ciò che è bene e ciò che è male. Invece, che cosa è accaduto negli ultimi venti anni? È accaduto che i nostri figli trascorrono sempre più tempo nel mondo virtuale, che gli adulti veri – quelli della vita reale – sono sempre più distanti e assenti, silenziosi e poco autorevoli. E che ogni giorno il cervello dei minori in crescita galleggia in un brodo digitale in cui si gioca per ore con videogiochi sparatutto, si ascoltano canzoni piene di riferimenti violenti e sprezzanti nei confronti di tutto e tutti, si guardano video estremi dove tutto è centrato sul valore della potenza. È così che muore la possibilità di generare competenza emotiva, cognitiva e socio-relazionale. Così un cervello che ancora non sa come si sta al mondo, si abitua a pensarsi onnipotente e progetta azioni distruttive, trasgressive, a volte criminali come in questo caso. I ragazzi oggi nutrono il loro cervello di violenza e bruttezza. Il male arriva alle menti di chi cresce molto più del bene. I modelli negativi sembrano più popolari e vincenti di quelli positivi, così che avere in mano un coltello può apparirti più vantaggioso – a livello identitario – che avere in mano un libro. È in questo modo che si agisce quello che si sente, senza pensarci su. Per poi magari piangere a dirotto, una volta compiuto il danno, perché ci si accorge che la vita reale non funziona come la video dentro youtube.

Di cosa c’è bisogno? Di genitori che stiano ogni giorno a fianco dei propri figli. Che parlino a tavola con loro, evitando che il tempo dei pasti sia un’ennesima occasione per scrollare sul piccolo schermo. C’è bisogno di portare nelle scuole testimonianze di persone normali – infermieri, panettieri, medici, idraulici, ingegneri, elettricisti – che raccontino ai ragazzi e alle ragazze che la vita reale è tenuta in piedi da persone che ogni giorno gestiscono con impegno e responsabilità il loro ruolo adulto, permettendo a tutti di avere una vita degna di questo nome. C’è bisogno di aiutare chi cresce a immaginarsi persona normale e non grandiosa, capace di reggere le frustrazioni. C’è bisogno di studenti che di fronte ad un brutto voto non pensano a quanti errori ha fatto il docente che quel voto gli ha attribuito, ma riflettono su cosa serve per migliorarsi in occasione della prossima prova. Il tredicenne bergamasco ha procurato un tentato omicidio perché aveva ricevuto un voto più basso di quello che si aspettava. La sua visione del mondo era totalmente auto-centrata: io mi merito tutto e se non mi riconosci il merito che io penso di avere, allora con te mi arrabbio e ti faccio fuori. Eliminare la fonte di frustrazione, invece che considerarla un’occasione per crescere e migliorarsi: il fulcro della fragilità narcisistica sta tutto qui. E questa società di tale fragilità ne è impregnata a ogni livello. Bisogna ripartire dai fondamentali dell’educazione: ovvero che crescere implica fatica, impegno e responsabilità. E che solo il mondo reale sa allenare a questi tre aspetti, perché quello virtuale ha costruito la sua fortuna e il suo successo nell’esatto contrario, essendo facile, disimpegnato e irresponsabile. Ripartiamo da qui.