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In un incontro alla Casa bianca, lunedì 22 settembre, ha scatenato panico un'affermazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che, accompagnato da Robert Kennedy Jr, Segretario alla Salute (l’equivalente del nostro ministro), insinuava un potenziale collegamento tra l'assunzione di paracetamolo in gravidanza e l'autismo nei bambini.
Abbiamo chiesto al professor Silvio Garattini, fondatore dell'istituto Mario Negri di Milano, di aiutarci a capire, mentre le donne in attesa si preoccupano e la comunità scientifica si ribella a questo modo di comunicare giudicato avventato.
Professore dobbiamo preoccuparci per questo modo di parlare di salute?
«Sì, perché si sono diffuse informazioni che non sono sostenute da dati scientifici, quindi questo ha creato panico fra tutte le donne che avevano per qualche ragione assunto paracetamolo. Si è trattato certamente un cattivo servizio fatto a tante donne degli Stati Uniti, ma anche dell'Europa e anche di altri Paesi».
Possiamo spiegare lo perché non devono spaventarsi?
«Perché i dati più attendibili che abbiamo a disposizione sono quelli della banca dati della Svezia. La Svezia è il Paese più efficiente del mondo nell'avere una banca dati che registra tutto quello che le persone svedesi hanno in termini di salute e quindi tutti i farmaci che assumono. In un lavoro che è stato pubblicato nel giugno del 2024 dal Journal of American Medical Association, vengono raccolti dati relativi a 2 milioni e 500 mila donne svedesi che hanno avuto una gravidanza: si tratta di un numero molto molto importante. Tra queste ci sono state 185 mila donne con figli con autismo. Sono andati a guardare i figli delle madri che avevano preso il paracetamolo e quelle che non l'avevano preso. E hanno fatto uno studio molto accurato, perché hanno considerato anche i fratelli figli della stessa madre, questo fatto ci fornisce dati molto attendibili anche dal punto di vista della loro strutturazione: il risultato è stato che non hanno visto nessuna differenza di incidenza di autismo tra chi aveva preso il paracetamolo e chi non lo aveva preso. Questi sono dati molto attendibili e invece il Presidente degli Stati Uniti non ha potuto portare nessun dato altrettanto affidabile».
Le riviste scientifiche sono piene di appelli anonimi di ricercatori statunitensi, che denunciano ostacoli nel loro lavoro e timore di essere licenziati, perché non graditi al Governo. Come si spiega questo fatto. Perché la politica di ingerisce nella scienza in un modo che non ci saremmo attesi in un Paese occidentale? È una questione solo di consenso? C'è dell'altro?
«Bisognerebbe capire che cosa vuole il Presidente degli Stati Uniti, perché non sta facendo solo quello: sta tagliando anche i fondi per la ricerca, sta contestando i vaccini. Insomma, sta facendo cose che non abbiamo mai visto. È difficile dare interpretazioni. Però noi dobbiamo diffondere il fatto che allo stato attuale non esiste il problema che hanno annunciato per il paracetamolo, perché l'importante adesso è tranquillizzare tutte le persone che queste affermazioni hanno spaventato».


Lei ha appena scritto per San Paolo un libro intitolato Il diritto alla salute. Le scelte coraggiose che chiedo alla politica.La pandemia ci ha insegnato che anche in fatto di salute il mondo è sempre più interdipendente. Abbiamo visto gli Stati Uniti uscire dall'OMS e contemporaneamente tagliare i fondi a Us Aid, l'iniziativa che portava aiuti ai paesi poveri dal punto di vista sanitario. Questa cosa è pericolosa anche per noi?
«No, per noi no. Però quello che avremmo dovuto fare, o che avrebbe dovuto fare l'Europa e purtroppo non ha fatto, sarebbe stato sostituirsi alla rinuncia degli Stati Uniti: tutto sommato non erano neanche moltissimi soldi, ma permettevano che i Paesi a basso reddito avessero farmaci che non avranno con grave danno per la salute pubblica. Uscire dall'OMS comporta il fatto di non sentirsi parte della comunità mondiale per quanto riguarda la salute, perché ritirandosi si toglie il sostegno che l'OMS dà ai paesi che non hanno un reddito sufficiente per pagarsi tutti i farmaci che sono necessari».
Perché le teorie antiscientifiche in certa politica fanno così presa? Portano consenso?
«Io spero che non facciano poi così presa, perché in realtà non è che negli altri Paesi si segua l'esempio della campagna antivaccini degli Stati Uniti. Da noi si vaccina ancora. Certamente si può migliorare e certamente quello che è successo negli Stati Uniti per i vaccini ha avuto una ripercussione anche in Italia, per cui sono aumentati anche qui quelli che chiamiamo i No-vax. Però penso che alla fine il buonsenso avrà il sopravvento. Lo spero, perché vaccinarsi è una questione di buonsenso».
C'è un problema anche di comunicazione di fronte alla visibilità che queste voci antiscientifiche hanno?
«Sì, bisogna anche che le autorità sanitarie italiane dicano qualcosa e non stanno dicendo niente. Invece dovrebbero essere più attive, dovrebbero comunicare di più, dovrebbero spiegare di più, cosa che non fanno e questo silenzio aiuta le posizioni antiscientifiche».
A proposito di sistema sanitario italiano, e di consenso, nel suo libro ha chiesto alla politica scelte coraggiose in fatto di fumo e alcol. L'ascolteranno in un'epoca in cui la politica ha spesso il respiro corto?
«Non si tratta di respiro corto, è che il mercato del vino vale 50 miliardi di euro all'anno, quindi dire che il vino è cancerogeno tocca enormi interessi, fra l'altro contano anche sulla difesa da parte del Ministero dell'Agricoltura, che dovrebbe invece avere come interesse il bene degli italiani. Non c'è stata una parola significativa, una spiegazione da parte del Ministero della Salute. Come mai? Perché l'interesse economico è più importante che non l'interesse per la salute».
Prevede nessuna politica avrà voglia di affrontare queste sfide?
«Non è detto perché, l'importante è che comunque giri l'informazione. Se gira l'informazione ci sarà della gente che la seguirà e poi se non ci stanchiamo di dire le cose, alla lunga quello che sembra impossibile diventa possibile».
In effetti nessuno avrebbe scommesso sul fatto che gli italiani avrebbero rispettato la legge Sirchia sul divieto di fumo nei locali pubblici.
«Appunto. Però non è completato il percorso, perché bisogna anche far capire è che la libertà, anche di farsi del male, che uno ha ha un limite quando tocca la libertà degli altri. Fumare vuol dire bruciare ogni anno 50 miliardi di sigarette, vuol dire quindi inquinare l'atmosfera e se si inquina l'atmosfera non si fa danno solo ai fumatori, ma a tutta la popolazione. Questo è molto importante. Usare 8 mila ettari di terreno per coltivare il tabacco vuol dire sottrarre importanti terreni alla forestazione e poi ci lamentiamo perché il clima non è quello che vorremmo. E poi i fumatori hanno un mucchio di malattie, il fumo è un fattore di rischio per 27 malattie e questo si ripercuote in termini di danno su tutti quelli che non fumano perché i fumatori intasano poi il Servizio Sanitario Nazionale che non può più fare quello che dovrebbe fare perché è preso da malattie che si sarebbero potute evitare».




