Tra una settimana avrebbe compiuto 70 anni, ma il corpo lo ha abbandonato a un passo dal traguardo. Fatali le conseguenze di un’emorragia cerebrale che l’anno scorso lo avevano condotto sul ciglio della morte.

Con Evaristo Beccalossi esce di scena l’idolo nerazzurro di un’intera generazione, quella che andava a San Siro (non ancora ribattezzato Meazza) negli anni Ottanta e si accomodava al secondo anello sotto il sole o la pioggia. In quegli anni Evaristo indossava la maglia più “pesante” da portare, la numero 10 nerazzurra che era stata di tipetti mica di poco conto prima di lui, da Lennart Skoglund a Mariolino Corso, a Sandro Mazzola… Però nessuno meglio di lui tra il 1978 e il 1984 ha saputo incarnare il ruolo della mezz’ala tecnica e fantasiosa, il piccolo genio che in campo sapeva improvvisare e uscire dallo spartito, sorprendendo avversari e tifosi.

«Con lui giochiamo in dieci o in dodici», dicevano en passant ai cronisti i suoi compagni di squadra. Perché, da un mancino sregolato come “il Becca”, dovevi aspettarti di tutto, nel bene e nel male. E quando la giornata era storta, diventava un lusso da sopportare senza ottenerne i vantaggi. Gli altri centrocampisti a lavorare “come Oriali, a recuperar palloni”, e lui al piccolo passo per il campo. Ma se la luce si accendeva, era gioia per gli occhi dei tifosi, poteva essere un dribbling a far impazzire il marcatore o un tocco per smarcare in area “Spillo” Altobelli, che deve buona parte dei suoi gol al Becca.

Con Sandro Mazzola (Ansa)

C’era chi non apprezzava la sua discontinuità, come il C.t. Bearzot che non lo convocò mai in Nazionale nonostante il talento, ma era un periodo d’oro per l’Italia che poteva contare su un formidabile serbatoio di campioni grazie ai quali i Mondiali dell’82 finirono in gloria. E c’era invece chi riconosceva in lui l’arte di dare i giusti calci al pallone, come Diego Maradona, un 10 mancino pure lui, che pubblicamente elogiava il Becca mettendolo al proprio fianco nella schiera dei campioni che sanno fare la differenza. E se lo dice il più forte calciatore di tutti i tempi – Pelé permettendo – allora l’incoronazione è ufficiale. Anni dopo si era scoperto che la maglia indossata da Diego al Napoli sarebbe potuta cadere proprio sulle spalle di Beccalossi, come raccontò l’allenatore dei partenopei Rino Marchesi che in precedenza era stato sulla panchina dell’Inter: «Cercavamo un attaccante e un trequartista. Io e il presidente Ferlaino andammo a Milano per il mercato e fummo ospiti del presidente dell'Inter Ernesto Pellegrini. Stavamo trattando il doppio acquisto di Beccalossi e Serena. Dalla Spagna Antonio Juliano ci informò che si stava concretizzando l'affare Maradona. Lasciammo casa Pellegrini e andammo in albergo ad aspettare la notizia. Poi di corsa in Lega per depositare a mezzanotte la busta con la firma di Diego».

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L’aura di Beccalossi era anche uscita dal rettangolo di gioco per diventare un piccolo fenomeno di costume grazie a giornalisti e attori che ne amplificarono le prodezze e gli errori marchiani. È passata alla storia la frase di Beppe Viola «Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto» in occasione del derby milanese del 28 ottobre 1979 vinto dall’Inter con una sua doppietta. Un altro celebre episodio, stavolta in negativo, è stato “celebrato” dal cabarettista e tifoso nerazzurro Paolo Rossi che gli dedicò una pièce teatrale, “Lode a Evaristo Beccalossi”. Nello sketch ricordava con ironia la notte in cui il Becca sbagliò due rigori a distanza di cinque minuti, nella partita di Coppa delle Coppe tra Inter e Slovan Bratislava. «Tirai il primo e sbagliai», spiegò Evaristo ricordando il misfatto. «Venivo da dodici o tredici rigori segnati, possibile? Il secondo no, non volevo calciarlo. Mi convinse Oriali. Sbagliai di nuovo, mi sentii morire».