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C’è un popolo che da ieri sera è ufficialmente in festa, ed è quello nerazzurro. Con la vittoria sul Parma l’Inter ha conquistato il ventunesimo scudetto della sua storia, il primo dell’era Chivu. I tifosi della nuova squadra campione d’Italia si sono riversati in Duomo per urlare a squarciagola la propria gioia, per cui mancava solo la matematica. L’Inter infatti, in una serie A sterile, noiosa e piena di 0-0 (tra sabato pomeriggio e domenica mattina ci sono state 3 partite, neanche un gol segnato in oltre 270 minuti) ha saputo distinguersi: per mole di gioco creata, per divertimento regalato ai tifosi, per gol segnati.


La differenza reti ci regala una fotografia di perché l’Inter ha (stra)meritato questo scudetto: +51. La seconda migliore in questo dato è il Como dei ragazzini di Fabregas con un +31. Se già Psg- Bayern ha dato l’ennesima indicazione della direzione che sta prendendo il calcio- pressing a tutto campo, uno contro uno e verticalizzazioni- la vittoria della squadra meneghina ha scardinato le credenze popolari degli amanti del calcio pragmatico. Non si vince più cercando di portare a casa l’1-0, ma segnando un gol in più degli altri. L’Inter infatti non ha avuto la miglior difesa quest’anno, ma questo non le ha impedito di vincere con 3 giornate d’anticipo (negli ultimi mesi è comunque sempre stata saldamente prima e in controllo del campionato). La miglior difesa è (per ora) del Milan con 29 gol subiti in 35 partite, mentre i cugini ne hanno subiti 31. Se sul lato dei gol subiti c’è stata partita, è il dato sui gol fatti che fa davvero capire perché l’Inter ha vinto il tricolore quasi in ciabatte: 82 gol fatti in 35 partite. Quelle che avrebbero dovuto essere le concorrenti, Napoli e Milan, ne hanno segnati rispettivamente 52 e 48: una differenza abissale.
È lo scudetto di Chivu, eroe del triplete del 2010, che ha saputo raccogliere i cocci di un gruppo che dopo le sconfitte della scorsa stagione – battuto di un punto dal Napoli, sconfitto in finale di Champions League dal Psg per 5-0- ha saputo rialzare la testa e dominare un campionato mai in discussione. Ma il merito va anche a una dirigenza forte che ha avuto il coraggio di mettere le chiavi della squadra a un allenatore giovane (13 panchine in Serie A col Parma prima di questa stagione).


Nonostante l’ombra delle dell’inchiesta condotta dal PM Maurizio Ascione sul caso arbitri, in cui l’accusa ipotizza pressioni nella scelta dei direttori di gara per favorire il gradimento dell’Inter, non ci sono dipendenti del club indagati, e, ad oggi, l’Inter non rischia niente.
Lo aveva sottolineato anche il Presidente Giuseppe Marotta ai microfoni di Sky Sport prima della partita con il Torino della settimana scorsa, e lo ha ribadito ieri: «C’è grande amarezza, ripeto che non esiste un elenco di arbitri graditi o non sgraditi, noi ci siamo sempre comportati con grande correttezza». Un modo per scrollarsi di dosso le attenzioni mediatiche, soprattutto quelle di coloro che gridavano alla “Marotta League”, specialmente dopo il caso Bastoni-Kalulu, episodio che ha fortemente indirizzato l’ultimo “derby d’Italia”. Vedremo come proseguiranno le indagini, per ora però solo una voce è certa: quella del campo, che dice che l’Inter è Campione d’Italia con grande merito.


Dopo aver tranquillizzato l’ambiente quindi, può iniziare la festa. Dopo le prime celebrazioni di ieri sera in Piazza Duomo, la vera e propria festa sarà tra 2 settimane, quando dopo la partita con il Verona la squadra al completo sfilerà per la città con i pullman scoperti.








