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Jannik Sinner in difficoltà al secondo turno del Roland Garros
Avvicinare il più possibile il limite senza andare mai oltre, perché c’è il burrone di là. Ma non conoscerai mai il punto esatto del tuo limite finché non lo superi e non cadi.
Dov’è il limite del corpo di un tennista che vince cinque master 1000 di seguito, dovendo tenere l’intensità per una sequenza cui nessuno era mai arrivato e poi, dopo tre giorni di pausa, cominciare a giocare uno Slam tre su cinque, magari alle 12, col sole a picco in un maggio che sembra luglio inoltrato.
Chi può saperlo? Chi si conosce così? Nessuno, se non dopo esserci passato.
Per due set e tre quarti è stata una partita a senso unico fino al 5-1 nel terzo a favore di Jannik Sinner contro Juan Manuel Cerundolo, fratello di Francisco, e poi s’è messa di traverso questa estate anticipata e tutto s’è rovesciato. In un precipizio.
Col senno di poi, di cui le fosse sono piene, si potrebbe dire che è stato un azzardo infilare Madrid tra Montecarlo e Roma, ma se ti riesce invece passi alla storia. La storia con la minuscola dello sport è vero, ma è una storia che si fa così: andando a caccia di primati, a volte cogliendoli altre volte cadendo. A volte sbagliando, ma la controprova non c’è mai.
Quanto può resistere la mente quando il corpo non ce la fa più? Quanto puoi restare lì a soffrire per provare a risalire? Orizzonti o muri davanti che nessuno sa.
C’è una filosofia che da sempre accompagna Jannik Sinner, che è un razionale non uno che gioca d’azzardo: “o la va o la spacca” non è il suo stile, il suo motto è “se posso vinco, se perdo imparo”.
A posteriori occorrerà analizzare dove sia stato l’errore di programmazione, se c’è stato o se sia stata fatalità o ancora una fragilità fisica di fondo a certe condizioni. Parigi era l’obiettivo della stagione, ha ripetuto Jannik quest’anno. Non è arrivato ma sono arrivati altri obiettivi, forse oltre quello che si pensava di poter dare. Il bilancio sui piatti sarà a fine stagione, a mente fredda. Si tratterà di capire cause, di studiare soluzioni, sapendo a che a nessun corpo e a nessuna mente si può chiedere di non perdere mai.
Va ammirato il coraggio di provare a resistere, a raschiare l’ultimo residuo di energia: una forma di rispetto per il pubblico e per l’avversario, forse anche il tentativo di sperimentarsi, di testare le proprie risorse fisiche, sportive, mentali, umane.
Perché c’è un momento in cui lo sport cessa di essere un simbolo e chiede a chi lo fa al massimo di tirare fuori tutto di sé.
Dopodiché si può vincere, perdere, cedere fisicamente. Ma con il massimo della professionalità e della dignità, avendo messo conoscenza nel bagaglio. Su una cosa Sinner nei giorni scorsi aveva ragione: il punto più alto della sua parabola non è ancora arrivato.








