Nello sport manicheo dell’era social, dove non esistono sfumature, l’alternativa è tra il ko e il trionfo. Nessuna via di mezzo. Peccato che questo modo di guardare sia irreale, che somigli a quell’idea di perfezione “instagrammabile” e disumana, senz’anima, che sta contagiando tutto, dalla musica classica, all’estetica, col rischio di mettere in scacco le persone del mondo reale costrette a fare i conti con la pretesa di attese esterne al di sopra possibile.

È quello che è accaduto a Jannik Sinner: è bastato che perdesse in semifinale all’Australian Open (da Djokovic...), dopo averlo vinto due volte di seguito, e che – rarissima avis – non superasse un quarto di finale a Doha, perché si fosse pronti a parlare di crisi. Un paradosso per il giocatore probabilmente più costante e continuo degli ultimi anni, per il quale è rarissimo avere alti e bassi, per cui è regola la finale, il quarto di finale una certezza indipendentemente dal livello del torneo.

La prestazione di Indian Wells (determinazione feroce, grande intelligenza tattica e gioco che ha mostrato un paio di volte anche l’efficacia di lob millimetrici con giocatori altissimi in corso di torneo) è stata perfetta in sé e perfetta per spazzare ogni presunta caduta.

Anche perché è avvenuta contro un Medvedev che è parso rinato dopo una crisi vera. La stessa che ha colpito Stephanos Tsitsipas. Li sì di crisi ha senso parlare: Tsitsipas, Medvedev e Zverev hanno avuto la sfortuna di affacciarsi sul circuito nella generazione di mezzo, prima schiacciati dal tetto di cristallo imposto dalla triade Djokovic-Federer-Nadal che s’è avvicinata ai 40 sul campo ad altissimo livello, comprimendo qualunque velleità di chi cresceva appena dietro di loro. E poi di trovarsi immediatamente sorpassati in corsa da Jannik Sinner e Carlos Alcaraz.

Una volta che i due ragazzi terribili, più giovani di loro, hanno trovato il grimaldello per batterli, Tsitsipas, Medvedev e Zverev (che ha avuto una storia in parte diversa, prima un gravissimo infortunio e poi un buon recupero e una salda posizione appena dietro Sinner e Alcaraz, ma con la metà dei punti all’anno e senza nascondere momenti di pesanti difficoltà psicologiche) non hanno di fatto più vinto contro Sinner e Alcaraz. La loro generazione di mezzo è rimasta compressa tra due generazioni di fenomeni, senza il tempo di trovarsi uno spazio proprio, e il contraccolpo subìto all’arrivo repentino dei due giovani ha fatto loro perdere un po’ di smalto.

Il Medvedev di Indian Wells, adesso, sembra ritornato, segno che dalle crisi si può anche risorgere, e ha giocato in questi giorni un tennis quasi perfetto, anche se da sempre pecca un po’ di incompletezza: se nello scambio è asfissiante, al volo e fuori dalle sue zone confortevoli del campo fa molta fatica a trarsi di impaccio.

Il Sinner di Indian Wells, invece, ha mostrato una solidità di servizio impressionante e una tenuta mentale ancora maggiore che in passato, nei punti sotto pressione, prova ne è la rimonta del largo svantaggio di 0-4 nel tiebreak poi vinto 7-6 in finale di secondo e decisivo set.

Quello che forse l’ansia di perfezione di questo tempo storico ha perso un po’ di vista è il fatto che a giocatori ormai maturi come Sinner e Alcaraz, che da tre anni si spartiscono, ancorché giovani e con margini, la prima piazza del ranking (tra il 2024 e il 2026, Sinner ha vinto 144 partite e ne ha perse 14 contro le 141 vinte e 23 perse di Alcaraz, numeri enormi per entrambi. Zverev che è stato per la gran parte al terzo posto ne ha vinte nello stesso periodo 132 e perse 50), non si può chiedere una progressione con una curva di crescita come quella avuta negli ultimi anni, perché avvicinandosi al limite massimo il margine si fa piccolo e quando si cresce ancora lo si fa a poco a poco per dettagli, che chiedono tempo per consolidarsi.

E forse sta qui la differenza tra Alcaraz e Sinner e gli altri, nel fatto che non si fermano, che continuano a lavorare sui propri sempre più sottili punti deboli senza mai accontentarsi del livello raggiunto. Sarà sempre più difficile aggiungere qualcosa. Ma continuano a provarci.

E in tutto questo perdere una partita ogni tanto è un dettaglio. Non solo normale, ma umano.