Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
sabato 25 maggio 2024
 

«Si può dimostrare razionalmente l'esistenza di Dio?»

Caro direttore, è possibile conoscere con certezza l’esistenza di Dio con il lume naturale della ragione, cioè con la razionalità senza la fede? In passato era un’opinione comunemente accettata ed è tuttora una verità dogmatica per la Chiesa cattolica, ma a un certo punto è sembrato che la scienza la contestasse. Con un approccio razionale, la scienza ha iniziato a rispondere a molte domande senza mai dover presupporre l’esistenza di Dio.

Di conseguenza è sorto un forte movimento materialista che ha dominato il XIX e il XX secolo. Tuttavia, nella scienza c’è stato un vero e proprio ribaltamento grazie alle straordinarie scoperte scientifiche degli ultimi 100 anni. Diverse discipline convergenti – e non solo il Big Bang – hanno stabilito che l’Universo ha avuto un inizio e che è molto finemente regolato.

Ora, se c’è stato un inizio assoluto per il tempo, lo spazio e la materia, che sono collegati come ha dimostrato Einstein, la causa all’origine di questa creazione è necessariamente non spaziale, non temporale e non materiale. In altre parole trascende il nostro Universo, e ha avuto il potere di creare e di regolare tutto ciò che esiste in modo che gli atomi potessero essere stabili, che le stelle potessero bruciare per 10 miliardi di anni e che un giorno potesse nascere la vita complessa, tutte cose che, come sappiamo oggi, erano infinitamente improbabili. Il nostro libro (Dio, la scienza, le prove. Sonda Edizioni) è stato pubblicato in Francia due anni e mezzo fa.

Ha suscitato obiezioni, alcune delle quali sono state riprese nel dossier che Famiglia Cristiana ha recentemente pubblicato, ma ci sembra che nessuna di esse sia valida. La nota obiezione del «God of the gaps» (“Dio tappabuchi”) nel nostro caso non è corretta: si applica quando c’è un deficit di conoscenza, che viene indebitamente colmato dall’ipotesi di Dio, ma in questo caso la riflessione non si basa su un deficit di conoscenza, ma su un eccesso di conoscenza, una nuova conoscenza, ormai così chiaramente stabilita che non potremo più tornare indietro.

È anche inesatto dire che la scienza non può dimostrare nulla perché i suoi risultati sono temporanei e precari. Quando l’intuizione fisica, i modelli matematici e l’osservazione o la sperimentazione coincidono, la verità scientifica viene stabilita definitivamente, come nel caso della rotondità della Terra, della sua rotazione intorno al Sole, dell’inizio e della fine del Sole, dell’espansione dell’Universo o dei suoi aggiustamenti assolutamente incredibili. Si dice anche che «la scienza si occupa della materia, ma Dio non è materiale, quindi la scienza non può dire nulla su Dio».

Ma questo è altrettanto falso come dire che una persona sorda dalla nascita in quanto tale non potrà mai affermare l’esistenza dei suoni di cui gli si parla, perché per natura non ne ha una conoscenza diretta. In realtà, è possibile essere confinati in un ambito e affermare comunque la necessità dell’esistenza di qualcosa che va oltre. Né è vero che le «vie» di san Tommaso d’Aquino presuppongono la fede: al contrario, egli intende «dimostrare» (demonstrari) e «provare» (probari) l’esistenza di Dio, come premessa razionale alla fede, in tutta la prima parte della Summa Theologica e nella Summa contra Gentiles.

Inoltre, non stiamo confondendo inizio e creazione, perché dobbiamo distinguere tra causalità verticale essenzialmente ordinata (per sé), che è alla base del ragionamento sulla creazione, e causalità orizzontale accidentalmente ordinata (per accidens), che è alla base del ragionamento sull’inizio. Infine, dobbiamo anche distinguere la conoscenza dell’esistenza di Dio dalla fede, che è un atto di adesione e di fiducia che coinvolge la libera volontà. È proprio questo che la Chiesa ci ricorda nel suo Catechismo, citando san Tommaso d’Aquino: «Credere è un atto dell’intelletto che aderisce alla verità divina sotto il comando della volontà mossa da Dio per grazia» (CCC 155).

Avere fede in Dio è qualcosa di diverso dal sapere che esiste. Il nostro libro non tratta della fede o della religione (che riguardano chi è Dio). Prende in esame una sola domanda: «C’era un Dio creatore all’origine dell’Universo?», da un’unica angolazione: la razionalità. E la conclusione di questa indagine razionale su una dozzina di argomenti discriminanti, scientifici e non, è che esiste, più che mai, un blocco di prove forti, convergenti, razionali, indipendenti e convincenti dell’esistenza di un Dio creatore.

MICHEL-YVES BOLLORÉ E OLIVIER BONNASSIES

Il tema toccato dal libro di Bolloré e Bonnassies, della cui lettera di critica al nostro servizio su FC 9/24 ringrazio, è di sicuro interesse per credenti e non credenti. Come prima cosa, va detto che il saggio ha raggiunto un obiettivo rilevante: riaprire un dibattito che da più parti viene considerato inutile o superato. Parlare di Dio, continuare a interrogarsi sulla dimensione trascendente anche in relazione alle scoperte scientifiche, è invece necessario. Date anche le vendite del volume, prima in Francia e ora in Italia, dobbiamo riconoscergli di aver indotto scienza e fede a guardarsi di nuovo in faccia, partendo dalla constatazione che le più recenti scoperte scientifiche delineano uno scenario da cui il divino non è affatto estromesso.

Merito non da poco. Detto questo, ci sembra che le tesi degli autori mantengano alcuni aspetti critici. Senza entrare nuovamente nel merito strettamente scientifico (per questo rimandiamo alle interviste a due scienziati sul numero di FC citato e ci rimettiamo al dibattito della comunità scientifica), i problemi sono essenzialmente due. Dire che “l’ipotesi Dio” è, alla luce delle ultime scoperte della fisica, plausibile, è cosa ben diversa dal sostenere che l’esistenza di Dio è dimostrata al di là di ogni dubbio. Le ultime teorie inducono a pensare alla possibilità di un inizio-creazione, a un principio intelligente non materiale, ma con questo non abbiamo ancora “afferrato” Dio.

Qui sta forse il nocciolo (o, almeno, uno dei noccioli) della questione: Dio è più grande di ogni scoperta scientifica, ulteriore a ogni dimensione del reale che la ragione umana possa disvelare. Come scrive san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente».

Il secondo aspetto riguarda la natura della fede. La fede è frutto di un ragionamento, di un calcolo razionale che soppesa gli argomenti a favore o contrari o è piuttosto, come diceva il filosofo danese Kierkegaard, un salto, una scelta, un dono che ha alla sua origine l’incontro con la Parola di Dio e con Gesù Cristo, capace di dare un senso all’esistenza dell’uomo? Come credenti, sapere che sul piano scientifico l’idea di Dio è possibile risulta confortante, ma non tocca il nostro cuore: chi ha compiuto quel salto verso il Signore dell’amore crede anche senza la conferma della prova scientifica, perché sa di aver incontrato la Verità…


11 aprile 2024

 
Pubblicità
Edicola San Paolo