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martedì 11 agosto 2020
 
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(AAVV)

«Siamo ancora capaci di compassione? Restiamo umani»

Fede e coronavirus. La Quaresima di quest’anno, davvero inedita, ci coglie in cammino verso il buio del Getsemani, la brutalità del Calvario, ma anche verso la luce che promana dalla Resurrezione dell’alba di Pasqua. “Nell'angoscia ho gridato al Signore; mi ha risposto, il Signore” (Salmo 118). Abbiamo voluto aprire un Diario della speranza e raccogliere le riflessioni di diversi personaggi, dal cardinale al prete di strada, dal monaco al vescovo, che ci accompagnano verso la Pasqua. A ognuno abbiamo posto proposto questa traccia di riflessione: «Cosa suggerisce, basandosi sull’Antico e Nuovo Testamento, sulla scorta del Magistero e della sua esperienza pastorale, ai familiari che hanno perso un loro caro, agli ammalati che stanno combattendo contro il virus, alle persone che hanno una paura profonda e paralizzante per sé, per i propri cari, per l’Italia?».

Il nono contributo è di mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto*

«Su tutta la terra flagellati /da questa assurda pandemia/in te speriamo, ci affidiamo a Te/ apri il tuo orecchio premuroso/attento al grido di tutti noi umiliati. /Dischiudi il cammino per vincere sul male/come ai tempi antichi/ nel deserto e nel mare apri la strada/ la tua potente mano ritorni a esser forte/ come quando risuscitasti Gesù dalla morte».

Ci sono cose, nella vita, che non si possono comprare nei supermercati delle società opulente, e neanche conquistare con i successi della scienza e della tecnologia: sono quelle che più contano e riguardano i nostri affetti e sentimenti, le nostre visioni e immaginazioni, le relazioni calde dell’amore tra fratelli e amici, i palpiti dei cuori nei quali soltanto si annida la felicità che rende l’esistenza umana degna di essere vissuta. Cose profondamente umane sono quelle che riguardano l’empatia, cioè la nostra capacità di sentire i sentimenti degli altri e, per questa via, partecipare alla gioia di coloro che gioiscono e alla sofferenza di quanti sono gravati da un immane dolore.

Abbiamo bisogno di empatia in questi tempi tristi e bui dell’epidemia ammorbante del Covid-19. Lo dobbiamo alla nostra umanità che forse – nella distrazione delirante di chi pensava di poter tenere tutto sotto controllo- si stava perdendo dentro le tante maschere della barbarie umana: l’indifferenza vero i deboli e i malati, occhi chiusi davanti agli immiseriti e gli scartati della terra, l’insensibilità verso ogni tipo di disperazione altrui, fosse anche quella della morte (penso alle centinaia di migranti morti in quel grande cimitero del Mediterraneo).

Eppure, adesso muoiono “i nostri fratelli e le nostre sorelle” a causa del nemico comune sulla terra. È pandemia, cosa che riguarda cioè tutta la popolazione, tutte le regioni del globo. È desolante morire così, nella solitudine estrema, senza l’abbraccio dei propri cari e la loro vicinanza, fuori dallo sguardo in lacrime di chi abbiamo amato e che ci ama. È inconsolabile morire in generale, ma morire così, è straziante. È urgente l’empatia per restare umani.

Saremo capaci di “immedesimazione” (E. Stein), di sprofondare nel dolore della morte di altri e saperla vivere come fosse la nostra. Impareremo in questo modo che la morte degli altri ci riguarda da vicino e ci cambia nel profondo, facendoci risorgere dall’egoismo e dalle chiusure del cuore e, possibilmente, aprendoci a nuove visioni della morte stessa e oltre la morte. La paura della morte non si vince, infatti, con i sofismi di Epicuro: “non aver paura della morte, perché quando ci sei tu non c’è la morte e quando c’è la morte non ci sei tu”. No! solo la speranza certa di un futuro nella morte e oltre la morte è la vera vittoria, purché sia un futuro nell’amore: “niente e nessuno ti potrà separare dall’amore di Dio”, nemmeno la morte, perché “i fiumi della morte non possono travolgere l’amore”. Si! È un annuncio di speranza: “L’amore è più forte della morte”.

La testimonianza fino al dono di sé di medici e infermieri

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Non basta averlo letto, però, o capirlo con la mente e magari scriverci un libro. È indispensabile “sentirlo”, avere un sentimento di questo futuro possibile. Ecco l’empatia della speranza donata a tutti gli uomini con la risurrezione corporea di Gesù dalla morte. “Lazzaro vieni fuori”, “Fanciulla io ti dico, alzati”, “Non cercate tra i morti Colui che è vivo”: ecco il grembo di una “empatica della speranza” che attraverso la fede in Gesù risorto, giunge ad avere certezza della risurrezione della carne. Risorgeremo con i nostri corpi: non saremmo animelle indistinte nel vuoto di un infinito senza colori; ma avremo corpi luminosi che vivranno in eterno nella pace di Dio, nel suo amore eterno, traboccante anche dell’amore dei nostri affetti più cari, dei nostri parenti trapassati e di quelli che ancora vivono sulla terra e continuano ad amare secondo Gesù: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato”. E li vedi donare la vita, spendersi con una dedizione straordinaria nel combattere e lottare contro il Coronavirus per salvare i contagiati, i più deboli. Ecco la pro-esistenza che questa speranza dimostra nella testimonianza dei nostri medici, infermieri e operatori sanitari, nella donazione di sé fino all’estremo.

Credano o non credano, si professino cristiani o no, lo facciano pregando Dio o gridandogli addosso (perché non interviene!), questi, stando in trincea, ripetono di fatto il gesto eucaristico di Gesù: “ogni volta che lotterete contro il male fino a morire, voi rinnoverete la mia memoria”, cioè sarete voi a “incarnare” la presenza del Dio amore nel mondo. Dov’è Dio in questa tragica pandemia? Ecco, lo vedi sofferente sulla Croce, compagno di strada del tuo dolore, che con il suo grido di perdono – “perdonali, non sanno quello che fanno” - incoraggia il dono della vita di quanti hanno speranza nella sua Risurrezione: “oggi sarai con me in paradiso”.

Così, l’empatia della speranza vince la paura della morte e diventa preghiera – secondo il Salmo 154- a un Dio che, se non ci libera dalla morte, ci libera senz’altro nella morte, con la certezza del paradiso della nostra beatitudine e della nostra pace:

Nello sconforto, accogli il canto dei morenti

«Il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; mormorò dicendo: “Il Signore è in mezzo a noi si o no?”» (Es 17,3.7)

La tua gioia - Dio solo e sempre amore*

nell’anima di tutti sia la vera forza

la tristezza non metta radici nel nostro pianto+

siamo in lutto, nello sconforto, per desolazione*

ma, Tu, accogli -ti preghiamo- quest’umile canto.

Nelle zolle di una terra umana sofferente*

strappati dall’abbraccio degli affetti

spettatori, angosciati, siamo morenti*

in ogni dove, mentre la morte danza

ora davvero il cuore è penitente*

e fiorisce il pesco rosa della speranza.

Questa voce sia, oggi, ancor più forte*

del baratro dell’oceano e dei flutti tempestosi

ora che l’acqua ci giunge alla gola+

ricordaci il destino degli umani nella morte*

Risorgere in Gesù nel cielo con corpi luminosi

Lo confessiamo, con labbra pure per l’issopo *

e nel cuore intensamente lo crediamo

Dio è compagno, soprattutto nel patire*

Dio resta Padre, sempre, nel dolore

Dio è Figlio incarnato, esperto nel morire *

Dio è Spirito, nascosto, persona dell’amore.

*L'autore

Calabrese d'origine (è nato a Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone), 60 anni, monsignor Antonio Staglianò è vescovo della diocesi siciliana di Noto (Siracusa) dal 2009, ed è membro della Commissione episcopale italiana per la cultura e le comunicazioni sociali. Giornalista pubblicista, è autore di numerosi pubblicazioni tra cui Pop-Theology (Rubettino 2018), un'autocritica del cattolicesimo convenzionale per un cristianesimo umano in cui l’autore ricorda che un modo per parlare di Dio è la musica.


08 aprile 2020

 
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