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Il pubblico alla libreria Feltrinelli di Milano per la presentazione del libro La scelta di Alberto Ravagnani.
Don Alberto Ravagnani – anzi: Alberto Ravagnani, senza più il “don” – ha scritto un libro, La scelta (SEM), e lo ha presentato lunedì sera alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte, a Milano. C’era il pienone da libro-evento, quello che di solito si concede a cantanti, cuochi, gente dello spettacolo e scrittori di fama. Qui invece il personaggio era un giovane prete che prete non è più.


Ammetto: più che lui, mi incuriosiva il pubblico. Chi mai spende una sera per ascoltare la testimonianza di un ex sacerdote che ha annunciato di aver abbandonato il sacerdozio sui social? Risposta: una fauna umana sorprendente. Tanti giovani, moltissimi. Quelli che in chiesa non si vedono, o si vedono sempre meno: studenti, ragazze e ragazzi di associazioni e centri sociali, precari con lo sguardo allenato alla resistenza, pavoncelle e galletti con corpi tatuati come mappe emotive, orecchini, dilatatori, accessori vari che per noi boomer restano misteriosi come il latino della Messa tridentina. C’erano anche influencer, musicisti rock, palestrati concentratissimi – più assorti di certi monaci all’ora di compieta – e, mescolati a loro, come insider gentili, insegnanti, pensionati, curiosi, seminaristi, preti in clergyman e preti in borghese. Un auditorio un po’ strambo, più che mai variegato e proprio per questo interessante.
Ravagnani era visibilmente emozionato. Diverso dal personaggio fluido e disinvolto dei video e dei reels che si vede sui social e che attirano centinaia di migliaia di like.
Ha raccontato la sua traiettoria di prete: il seminario, la parrocchia di San Michele a Busto Arsizio – la più complicata, centro storico dello spaccio – poi Milano, la fraternità, i ragazzi “recuperati”, le conversioni. Ha parlato dell’oratorio estivo di Busto, allegro e gioioso come una sagra e deserto appena finisce l’estate. A settembre, ha ricordato, «non c’era più nessuno: erano tutti in giro a farsi le canne, a fare gare coi motorini». E lui, invece di piangersela, era andato a riprenderseli uno a uno. Chiesa in uscita, versione suburbana, autentica, come piaceva a Francesco.


Da sinistra, Alberto Ravagnani, Giovanni di Giacomo e Riccardo Pelicone.
durante la presentazionePoi, dopo il trasferimento a Milano, l’inquietudine. I dubbi. La decisione di lasciare il ruolo senza lasciare la fede. «Ho messo in discussione il ruolo, non il mio impegno e il mio essere cristiano». Insomma: «Ho messo in discussione il colletto, non Dio», ha spiegato. E giuro di aver sentito una ragazza accanto a me, dagli occhi verdi intensi e profondi sotto le lenti, probabilmente della sua fraternità, tirare un sospiro, come di sollievo.
A Milano, racconta, ha incontrato persone, ha vissuto con sette ragazzi, ha fatto comunità. E lì, paradossalmente, il dubbio è nato. Non da seminarista, non da giovane prete di provincia, ma nel pieno dell’esperienza condivisa. Due anni e mezzo di crisi che lui definisce “umanizzazione”. Termine curioso, che suona come una promozione e insieme come una ferita. Come dire: prima del prete ho sbagliato a non cercare dentro di me l’uomo.
Mi ha colpito la testimonianza di Riccardo Pedicone, podcaster e scrittore, un ragazzo dolce, profondo, con le gote rosse per la timidezza, con la stoffa di uno scrittore vero, che racconta di aver incontrato Ravagnani sui social e di averci trovato, attraverso quel dialogo digitale e poi successivi incontri, la fede. Prima conclusione (ovvia, ma sempre scomoda) con morale provvisoria: i social non sono il demonio, sono strumenti. Possono servire anche a questo. Autostrade dell’Annuncio, dice qualcuno. Autogrill dell’anima, direbbe forse qualcun altro.
Pedicone parla molto, e parla bene, è un ragazzo profondo che non si vergogna di proclamarsi credente. Cita Simone Weil, parla di istituzioni da reinventare, di dialogo, di bellezza contro la bruttezza. Nella sala rimbalzano le parole di Sant’Agostino, dei Vangeli. È giovane, dunque inevitabilmente forse un po’ confuso (almeno per noi vecchi), ma anche inevitabilmente vivo. Un altro ragazzo che vado a sfruculiare tra la folla mi dice che la Chiesa oggi dovrebbe servire più a fare domande che a distribuire risposte prefabbricate. Anche qui: nulla di nuovo: finché si è inquieti si può star tranquilli, diceva Julien Greene, ma sentirlo dire in quella sala, da quella platea, fa un certo effetto.
Non c’è stato dibattito. Forse per prudenza. Forse perché qualcuno avrebbe potuto chiedere dell’integratore pubblicizzato da don Ravagnani in un video sulla fede, o delle foto da culturista in palestra, più buone per una rivista di fitness che per evangelizzare. Ma guardando quei ragazzi ho pensato che, da laico, bastava anche uno solo di loro, uno solo che aveva trovato grazie a don Ravagnani una risposta alla propria domanda di senso, per ringraziarlo e per dire che qualcosa – comunque la si giudichi – è accaduto davvero. Tutti quei ragazzi avevano ricevuto il dono della fede, ci rendiamo conto? Miracolo a Milano, vien voglia di pensare.
Quanto alle cause della scelta di abbandonare il colletto, Ravagnani spiega che sono molteplici, celibato compreso. Alla fine, la domanda inevitabile: «Hai una ragazza?». Risposta: no. Niente scoop. Poi, alla fine dell’incontro, confuso tra la folla, prima di andarmene, ho aperto una copia del suoi libro che poggiava su una pila all’ingresso. La prima frase associava la Messa a una parolaccia. L’ho richiuso e rimesso sul tavolo. Non per indignazione. Per istinto. Il Sacro ha ancora un senso, una dignità immensa, non c’è bisogno di volgarizzarlo per attirare un lettore, adulto o, peggio, ragazzo che sia.











