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Don Alberto Ravagnani in una foto del 2022
Social sì, social no? La domanda, cari amici lettori, sta attraversando un po’ tutti, dalla società laica, con molti governi che stanno approvando leggi per vietarne l’accesso a giovani sotto i 15 anni, ma anche il mondo religioso e persino i monasteri, che si interrogano su questo nuovo dilemma. La vicenda, poi, di don Alberto Ravagnani solleva ulteriori interrogativi sulla compatibilità o meno dell’uso massiccio dei social con la vita religiosa e sacerdotale.
Colpiscono, in questo senso, due esempi opposti. Da una parte il prete influencer che in qualche modo ha pagato dazio alla sovraesposizione mediatica. Certamente il problema non sono tanto i social, ma la persona – con tutte le sue problematiche – che vi sta dietro e il modo in cui li vive. Vedi, dall’altra parte, l’esempio virtuoso delle suore di Ravasco (Congregazione delle figlie dei sacri cuori di Gesù e Maria), di cui ha parlato di recente Avvenire: una giovane suora sudamericana, Nayiby Jimenez, trasferita a Raiano (diocesi di Sulmona) in una casa per le consorelle anziane e/o non più autosufficienti, pubblica video di successo su Facebok (con 43.000 follower) e Instagram (113.000 follower), in cui le anziane ospiti della casa danno la loro testimonianza.
Suor Nayibi però vive tutto questo nel “nascondimento” e non fa trapelare quasi nulla di sé. Alle suore non interessa raggiungere la notorietà mediatica o fare il botto di visualizzazioni, ma «evangelizzare e accompagnare i follower spiritualmente con messaggi o attraverso le telefonate».
«Ogni sorella ha un’agenda o un quaderno su cui vengono elencate le richieste di preghiera che ci arrivano», ha spiegato la religiosa. Sono due testimonianze opposte che dicono come si possono abitare queste nuove frontiere con logiche molto diverse, con intenzioni ed esiti molto diversi. Che appunto dipendono dal nostro rapporto con questi nuovi mezzi.
In proposito, giunge anche la voce della sapienza monastica. Il priore dei Camaldolesi, dom Matteo Ferrari, in una lettera interna del 2 febbraio destinata ai membri del suo Ordine ma pubblicata anche su Facebook, si interroga, con acuto senso critico, sull’uso di smartphone, social e whatsApp nei monasteri, in particolare nel periodo della formazione. Le sue riflessioni, va da sé, sono legate alle esigenze particolari della vita monastica ma, mutatis mutandis, sono valide per tutti. «Non si deve demonizzare l’uso questi strumenti», scrive, «ma non si può ignorare che essi plasmano il nostro modo di entrare in relazione con il mondo, con noi stessi e anche con Dio». Riflette sui rischi che i social comportano per la vita monastica, ma conclude dicendo che «si tratta, per tutti, di apprendere un modo di fruizione positiva di tali strumenti e quindi di governarne l’uso in modo positivo e conforme alla vocazione monastica» (potremmo dire anche: battesimale).
Ecco il punto chiave: governare. Ossia esercitare la nostra libertà e responsabilità. La consuetudine a certi modi di stare sui social ci impediscono, afferma ancora dom Ferrari, «di riconoscere l’assurdità di certi modi di vivere» (generati dalla dipendenza da social). La Quaresima che inizieremo fra qualche giorno può essere un momento per fermarci, per fare una pausa con noi stessi davanti a Dio, e imparare nuovamente a gestire la nostra vita da esseri umani liberi, e non da schiavi.











