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Don Alberto Ravagnani in una foto del 2022
«Ciao a tutti, mi chiamo don Alberto Ravagnani, sono un prete, ma ho scelto di lasciare il ministero». Con queste parole, pronunciate in un video intitolato “La scelta”, pubblicato su YouTube e diventato rapidamente virale, Alberto Ravagnani racconta in prima persona la decisione di lasciare il sacerdozio, spiegandone le ragioni con un tono pacato, riflessivo e profondamente personale.
Una scelta maturata nel tempo, che affonda le radici in una vocazione nata molto presto. «Avevo deciso di entrare in seminario quando avevo 17 anni, dopo che mi ero convertito», racconta. Una decisione tutt’altro che semplice: «C’era una ragazza che mi piaceva, i miei genitori erano assolutamente contro. Avevo una paura matta di perdere i miei amici». Eppure, spiega, «Dio mi aveva cambiato la vita. E quindi non potevo fare altro che dare la mia vita a Lui».
Gli anni di seminario scorrono senza grandi crisi: «Durante i sei anni di formazione praticamente non ho mai avuto nessun dubbio che mi abbia veramente messo in crisi. Ero straconvinto». Il desiderio era radicale: «Volevo essere santo, volevo essere perfetto, come san Francesco d’Assisi, san Giovanni Bosco».
L’ordinazione sacerdotale resta un ricordo luminoso: «Il giorno della mia ordinazione è stato il più bello della mia vita». Il Duomo di Milano pieno, l’emozione, la consapevolezza di una scelta totale: «Ho realizzato in quel giorno che la mia vita veramente avesse un senso perché l’avevo data, l’avevo consegnata. Ero diventato prete per sempre».
La prima destinazione è la parrocchia di San Michele a Busto Arsizio. «Sono stati anni meravigliosi. Ero prete, però è lì che lo sono effettivamente diventato». Lì Ravagnani cresce come pastore, tra errori e apprendimenti: «Ho sbagliato tantissimo, certo, però proprio per questo ho imparato tantissimo».
Poi arriva il Covid. Il lockdown. I video sui social. «I video vanno virali e improvvisamente divento popolare». Un’esposizione inattesa che apre nuove possibilità pastorali, ma anche nuove domande. «Mi chiedo: come posso vivere tutto questo dentro il mio oratorio, dentro il mio ministero?».
Nasce così un laboratorio di comunicazione e poi una realtà nuova, Fraternità: «Non un movimento, non una comunità, ma qualcosa di nuovo», spiega, «Fatto da ragazzi della Gen Z, della generazione del Covid, che vivono e pensano la Chiesa in maniera diversa». Per lui è «come una creatura, un figlio», un dono e insieme una responsabilità. «Ho intravisto la possibilità di una Chiesa diversa, nuova, realmente capace di stare vicino alle nuove generazioni».
Il trasferimento a Milano segna però l’inizio di una fase più faticosa: «È lì che ho iniziato a pormi sempre più domande, a entrare sempre più in profondità dentro di me e a mettermi in discussione». Non una rottura improvvisa, ma un processo lento. «Non ricordo un momento esatto in cui ho iniziato a pensare di lasciare il sacerdozio».
Al centro emergono nodi concreti. Il celibato, anzitutto: «Di fatto, non riuscivo a rispettarlo davvero». Poi le aspettative irrealistiche verso i preti: «Come se noi fossimo esseri speciali, angeli scesi dal cielo. Francamente, mi sembrava un’ipocrisia non più sostenibile». E il rapporto con l’istituzione: «Un prete rappresenta la Chiesa, però io affaticavo sempre più a starci dentro».
Il disagio si estende anche ai segni e ai riti: «Mi sentivo a disagio a indossare un colletto che alle persone spesso dice tutt’altro rispetto a quello che io direi di me». E ancora: «Mi sentivo a disagio a celebrare la Messa, perché dovevo gestire un rito che ormai vedevo non parlare più alle persone. E dovevo pronunciare delle parole che persino io trovavo incomprensibili e, francamente, a volte anche discutibili».
Infine, i dubbi dottrinali, nati dal contatto con i giovani: «Stando così tanto in ascolto delle loro domande, le ho ritrovate anche in me stesso». Un ascolto che ha incrinato «certezze troppo granitiche», facendolo entrare in crisi: «Se essere prete significa questo, allora faccio veramente tanta fatica a stare dentro questo ruolo».
La conclusione non è una fuga, ma un atto di coscienza. «Forse potrei fare più del bene se non lo fossi più». La fede, sottolinea, resta: «Il mondo è cambiato, la società non è più cristiana come l'è stata per secoli, e la fede alle persone è diventata qualcosa di più personale, libero, meno scontato, ecco. La mia fede c'è ancora, più matura sicuramente, più libera, però non riesce più a stare del tutto dentro la forma della Chiesa, che ovviamente ha i suoi modi e i suoi tempi. E io ho capito che i miei sono diversi, ho capito che sono cambiato, che posso ancora cambiare, e ho scelto di farlo».
Oggi Ravagnani si dice sereno. «Sono molto consapevole di quello che sto facendo». Non sa cosa lo aspetta, ma è certo di una cosa: «Continuerò a portare avanti la mia missione, a seguire la mia vocazione, a fare del bene». Senza il colletto, senza l’altare, ma con una convinzione limpida: «Il mio cuore sarà sempre lo stesso, anzi, forse, finalmente, sarà più libero e più vero».









