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Era fissata al 30 giugno la scadenza del Pnrr per le Case di Comunità, parte della grande rivoluzione della riforma sulla salute. Di 1.350 ne sono state aperte 781, con grandi differenze regionali. C'è accordo coi medici, ma mancano migliaia di specialisti e infermieri. Ne parliamo con don Virginio Colmegna, presidente dell’associazione Prima la comunità che per primo le ha immaginate.
Con la vostra associazione siete stati tra i primi in Italia a parlare di Case della Comunità. Com'è nata questa intuizione?
«L'idea nasce nel 2017, quando ci siamo resi conto che il sistema sanitario non riusciva più a rispondere ai bisogni sempre più complessi delle persone. Perché la salute, come dice l'OMS, non dipende soltanto dalle cure mediche, ma anche dall’ambiente in cui si vive, dal livello di istruzione e di reddito, dalle relazioni sociali, dalle possibilità culturali e di tempo libero. Per questo abbiamo iniziato a parlare di "Casa della Comunità" ancora prima che questa espressione entrasse nel PNRR. Non immaginavamo soltanto un nuovo edificio sanitario, ma un luogo capace di mettere insieme istituzioni, enti, società civile, volontariato, Terzo Settore e cittadini, da dove costruire una nuova cultura della salute fondata sulla partecipazione e sulla corresponsabilità».
Perché le ritenete necessarie?
«Perché il nostro sistema ha bisogno di spostare il proprio sguardo: dalla sanità alla salute, dalle prestazioni alle persone. Le Case della Comunità, in un'ottica di medicina territoriale, rappresentano una grande opportunità di cambiamento, ma solo se diventano qualcosa di molto diverso da un semplice poliambulatorio con un nome nuovo. Devono essere luoghi aperti, accoglienti, dove si parte dai bisogni delle persone e non dall'offerta dei servizi. Soprattutto devono favorire l'integrazione tra sanitario e sociale, prevenire le situazioni di fragilità e intercettare chi resta ai margini. Se ci limiteremo a cambiare l'insegna senza modificare il modo di lavorare e di coinvolgere la comunità, perderemo un'occasione storica».


Voi parlate di "presa in carico integrale della persona", ma cosa vuol dire concretamente?
«Significa riconoscere che ogni persona è molto più della sua patologia. Curare non vuol dire soltanto prescrivere una terapia o erogare una prestazione, ma comprendere la storia, le relazioni, le condizioni di vita, i bisogni sociali e psicologici di ciascuno. Proprio perché la salute è il risultato di molti fattori che devono dialogare tra loro, la Casa della Comunità deve mettere in rete competenze diverse: professionisti sanitari, servizi sociali, scuola, volontariato, associazioni, caregiver e cittadini. Solo così è possibile costruire percorsi realmente personalizzati, nei quali la persona non sia destinataria passiva delle cure, ma protagonista del proprio progetto di salute».
Quali sono gli obiettivi di Prima la comunità?
«Vogliamo contribuire alla nascita di Case della Comunità che siano realmente luoghi di cittadinanza, capaci di coinvolgere il tessuto sociale e di valorizzare tutte le risorse presenti nei territori. Fare ciò significa mettere in rete le esperienze migliori, favorire il dialogo tra istituzioni e società civile e sostenere percorsi di coprogettazione. Noi proponiamo anche iniziative di formazione e di ricerca sociale in collaborazione con le università. L'obiettivo è aiutare le comunità a sentirsi protagoniste della tutela della salute, perché un Servizio sanitario nazionale forte ha bisogno di cittadini che lo riconoscano come un bene comune da custodire».
Come si realizza il sogno della Casa della Comunità che avete in mente?
«Prima di tutto ci vuole una nuova cultura della salute. Gli edifici sono importanti, ma non bastano. Occorre partire dall'ascolto dei bisogni, coinvolgere chi resta ai margini, creare alleanze stabili tra istituzioni, professionisti, associazioni e cittadini. Ogni Casa della Comunità sarà diversa, perché ogni territorio ha una propria storia e una propria identità. Ciò che non deve cambiare è il metodo: partecipazione, prossimità e responsabilità condivisa. Quando una comunità sente quella "casa" come propria, quando vi entra non solo per ricevere una prestazione ma per costruire insieme risposte ai bisogni, allora la Casa della Comunità diventa davvero il cuore della vita di un territorio».









