«Don Alberto Ravagnani ha comunicato all’Arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale». Con questo incipit l’arcidiocesi di Milano ha comunicato il 31 gennaio scorso che il più famoso prete influencer lascia il sacerdozio.

Qualche settimana fa, rispondendo a una lettrice delusa dal fatto che avesse sponsorizzato un integratore alimentare per raccogliere fondi per il suo apostolato con i giovani (cosa che gli ha creato problemi con i superiori), rispondevo che in effetti aveva varcato una soglia invalicabile, quella «della propria identità profonda (il sacerdozio), che deve essere riconosciuta da tutti senza possibilità di confusione». E che avrebbe, invece, potuto rivolgersi per questo alla comunità cristiana, nelle sue tante espressioni (fra cui quella a lui più fedele, quella dei social).

Allo stesso tempo esprimevo ammirazione per lui proprio per quella missione inedita, perché aveva avuto «il coraggio di avventurarsi in campi minati fuori dal recinto», quello del mondo giovanile con i suoi linguaggi, allo scoperto, esposta. Raccogliendo, insieme a tanta ammirazione, anche altrettante critiche. E, citando tra gli altri don Lorenzo Milani, profeta obbediente, speravo che anche (don) Alberto, in quella situazione (o, piuttosto, provocazione?) che prefigurava una possibile crisi con l’autorità, avrebbe avuto la forza di rimanere dentro, di difendere la sua vocazione da ogni tentazione di mollare, anche quando tutto poteva sembrargli molto stretto, inadeguato. Glielo ho detto anche di persona in un breve incontro avuto con lui.

Purtroppo non è andata così. La “seconda chiamata”, quella che, a denti stretti, ti mette davanti al bivio se seguire l’istinto o accettare un'obbedienza che ha il sapore amaro della sconfitta (sapendo però che Dio si rivela sempre fedele al suo consacrato), gli è stata fatale. Ora si sprecano i commenti, fra chi lo critica per essere stato troppo “mondano” (palestrato, senza clergy, troppo libero) e se lo aspettava e chi, al contrario, si sente smarrito, avendo trovato in lui un punto di riferimento, un interlocutore capace di comprenderlo e guidarlo.

Cosa abbia motivato la sua scelta rimarrà nel suo intimo. Non è il primo che lascia il sacerdozio, e forse nemmeno l’ultimo. La Chiesa ha le sue rughe, le sue lentezze, i suoi peccati. Ma è la Chiesa di Cristo. Lì dove la fraternità è legge, anche quando (e succede) non la si intravvede più. Ne è garante il Signore Gesù. Quel secondo sì, che avviene in ogni chiamata (il matrimonio in primis), è quello più duro e non risparmia nessuno.

Ci uniamo a chi gli ha voluto (e gli vuole tuttora) bene. Ci uniamo all’auspicio della diocesi, che «la sofferenza che una simile decisione provoca in tante persone può diventare anzitutto occasione di preghiera e di affidamento al Signore». E preghiamo che altri sacerdoti e laici assumano sempre più questo ormai irrinunciabile apostolato di annuncio con i mezzi più moderni e rapidi.