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Padova, 22 Marzo 2026. Don Marco Pozza di fronte il carcere di Padova. Padua, March 22, 2026. Father Marco Pozza in front of the Padua prison.
C’è un luogo, più di ogni altro, in cui don Marco Pozza ha imparato la grammatica dell’animo umano: il carcere. Non un simbolo o un’immagine poetica, ma la sua prigione di Padova, la casa di reclusione Due Palazzi, dove è cappellano dal 2011.
È lì che attraversa corridoi di silenzio e di attese, tra celle che odorano di ferro e cemento, e voci che si intrecciano alla ricerca – impossibile – di un’armonia. Da anni, immerso in quella che lui stesso chiama «patria galera», don Marco racconta che proprio in quel mondo nascosto ha compreso il mestiere più radicale del Vangelo: restare accanto a coloro ai quali tutti hanno smesso di guardare.
«Una patria galera, a oggi, è il mio punto panoramico sul mondo», scrive nel suo ultimo libro, Il miele e le cipolle, pubblicato da Edizioni San Paolo: un testo che mescola teologia e cronaca, diario spirituale e reportage dell’anima.
Per don Marco, il carcere è un deserto. Un luogo in cui non si barattano scuse, dove la verità dell’uomo – intera, spigolosa, a volte crudele – riaffiora.
«Prima di incontrare questa realtà», dice, «pensavo che il Vangelo fosse una bella storia, forse la più bella, ma che non avesse a che fare con la nostra quotidianità. Ora, invece, so che il Vangelo è una realtà che accade tutti i giorni. La grande differenza tra essere prete soltanto in parrocchia e l’esserlo in carcere, è che in chiesa spesso il Vangelo lo devi spiegare. In carcere, lo devi guardare mentre accade».


Cappellano, sacerdote, ma anche scrittore, giornalista e personaggio televisivo, don Marco è una delle voci più originali della Chiesa italiana contemporanea. Ordinato nel 2004, si è formato nella diocesi di Padova e ha poi conseguito un dottorato in Teologia fondamentale alla Pontificia università Gregoriana, con una tesi sul rapporto tra teologia, letteratura e immaginazione.
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