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«L’abbandono a Dio non è passività, ma impegno attivo nel mondo perché un cristiano non può essere rassegnato». Il vescovo norvegese Erik Varden, presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia, spiega, nel libro “Illuminati da una gloria nascosta” (ed San Paolo) l’attualità e la profondità del salmo 90. Pagine nate dalle riflessioni proposte a papa Leone XIV e alla Curia Romana per il ritiro quaresimale del 2026.
Perché ha scelto il salmo 90?
«Ho avuto questa intuizione subito, appena mi hanno chiamato dalla Segreteria di Stato, del tutto a sorpresa, per chiedermi se predicavo gli esercizi. Il salmo 90 è strutturale nella liturgia della Quaresima. E poi conoscendo e amando molto l’esegesi che ne fa San Bernardo mi è sembrato naturale proporlo in questa chiave».
All’inizio del salmo si legge: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido». Questo rifugio è una rassegnazione, o qualcosa di diverso?
«Un cristiano non può mai essere rassegnato. È una persona impegnata nell’attualità di un mondo che il Signore sta salvando e noi abbiamo il nostro ruolo in quel grande progetto divino e umano. Vale anche la pena di sottolineare che nella versione latina che utilizzava San Bernardo – e che è alla base della mia esposizione – il termine non è “rifugio”, ma “abitare nell’aiuto del Signore”, qui habitat in adiutorio Altissimi. Significa che noi stabiliamo la nostra dimora nell’aiuto di Dio, per farci aiutare a vivere cristianamente nel mondo».
Quindi vivere cristianamente nel mondo non è una cosa passiva?
«Assolutamente no».
Ma come fare? Soprattutto in zone di guerra?
«Non possiamo permetterci osservazioni troppo generali e banali e dobbiamo essere molto attenti alla sfida enorme che rappresenta essere testimoni del Vangelo in situazione di devastazione e di guerra. Per questo sottolineo, nel libro, il tema della pace. Cristo, dice San Paolo, è la nostra pace e noi siamo chiamati a essere portatori di pace. E se possiamo, anche in circostanze di violenza, dobbiamo resistere alla tentazione dell’amarezza, della violenza, dell’aggressione, dell’odio e rimanere aperti alla possibilità di una riconciliazione, di una trasformazione di situazioni anche di conflitto. Possiamo con la nostra presenza e con la presenza di Cristo, avendo la pace in noi, essere strumenti della sua opera anche in condizioni molto molto difficili».
Nel testo parla anche della strumentalizzazione del nome di Dio anche ai fini della guerra. Tema attualissimo.
«Assolutamente. Dico molto chiaramente che è una distorsione. Ed è una grossa sfida per i cristiani di oggi resistere a ogni tentativo di strumentalizzazione del vocabolario e delle immagini della fede».
Ma quali sono i rischi di questa strumentalizzazione del nome di Dio?
«È il grande rischio dell’idolatria. Perché costruiamo noi Dio a nostra immagine e utilizziamo la terminologia della fede per costruirci un Dio piccolo, un Dio protettore, un Dio della mia tribù, un Dio che protegge me e i miei interessi, mentre la rivelazione biblica va contro quella tendenza per farci capire, giustamente, che Dio è il Dio dell’universo, è un Dio inconcepibilmente grande che non si lascia ridurre alle nostre categorie. Tutte le lotte contro l’idolatria, sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento, vanno contro quella tendenza di ridurre Dio al patrono della mia idea».
Questa idolatria oggi la vediamo ai massimi livelli. Pensiamo a Trump, ma anche a Netanyahu che dice che con l’espansione dei confini di Israele arriverà il Messia. Come contrastare queste derive?
«Vivendo credibilmente la testimonianza cristiana e sostenendo la rivelazione biblica di Dio fatto carne in Gesù Cristo senza cedere a quella banalizzazione pericolosa».
Un altro tema del suo libro è la speranza. Come portarla in un mondo in crisi?
«La speranza è la fiducia in cose non viste. La speranza nasce dalla constatazione che la realtà presente di una situazione, di una cosa, di una persona, non definisce per sempre quella realtà, quella situazione, quella cosa, quella persona. Nasce dal sapere che c’è sempre la possibilità di una crescita, di una maturazione, di una conversione, anche verso una santificazione. Penso che il fondamento della speranza sia l’esperienza personale della possibilità del perdono. Anche un’esperienza piccola di che cosa sia la grazia, di che cosa sia la misericordia, di che cosa sia il dono immeritato dell’amore di Dio. E se io ho ricevuto, anche in piccolo, una tale esperienza posso portare con una certa autorevolezza la certezza che, se io posso ricevere questa illuminazione, l’illuminazione è accessibile anche ad altri».
Centrale nelle sue riflessioni è anche il tema della verità in un’epoca di fake news e di manipolazioni mediatiche. Come possiamo discernere la verità?
«Confrontando le realtà mediatiche con molta cautela, con intelligenza e con senso critico. Nutrendo la nostra capacità di avere un sano giudizio sulle cose, sulle opinioni. È difficile oggi, soprattutto a causa della velocità dello scambio delle idee. Proprio per questo penso che sia rivoluzionario, anzi che debba essere la nostra opzione preferenziale, resistere all’accelerazione. Dobbiamo avere il coraggio di fare un passo indietro per farci un’immagine dell’insieme di una situazione, di una realtà politica, culturale. Farci un’immagine sana, lucida, oggettiva, ben fondata sulla realtà com’è, senza cedere all’illusione e alle proiezioni altrui. Per questo serve tempo e una certa lentezza»
Possiamo essere tentati anche noi dal manipolare?
«È una tentazione per tutti. Con i mezzi digitali che abbiamo oggi e con i social in cui ciascuno ha le sue pagine abbiamo la possibilità di fare una proiezione della propria realtà, della propria persona, dell’apparenza, della propria felicità che non corrisponde necessariamente a quello che siamo davvero. E quindi dobbiamo essere onesti anche con noi stessi e chiederci se abbiamo il coraggio di essere veri. Possiamo, anzi dobbiamo, cominciare dal piccolo, nel nostro cerchio familiare, degli amici. Dobbiamo praticare l’arte di essere veri»
Un altro tema che tocca è quello della libertà. Come va intesa?
«La libertà evangelica è proclamata sempre in vista della formazione di una comunione. Non significa star fuori da ogni tipo di obbligo o da ogni legame. Essere liberi non vuol dire essere slegati. Nell’ottica cristiana, invece, vuol dire essere capaci di dire un “sì” durevole, di assumere un incarico, una responsabilità per il bene comune, per il bene di un altro».
Come si fa a trasmettere questo valore alle nuove generazioni?
«Soprattutto vivendole. Mi sembra che le nuove generazioni siano stanche della retorica, stanche delle troppe parole. Invece rimangono impressionati dall’esempio di una vita fedele, da persone che restano fedeli a un ideale, a una relazione, a una responsabilità. All’esempio di una coppia che resta unita, di un sacerdote che vive pienamente la sua consacrazione senza compromessi, con generosità. Sono colpiti dall’esempio del monaco o della monaca che scelgono di rimanere fermi, del “sì” dato una volta per tutte. Le nuove generazioni si rendono conto così della grandezza e della dignità vedendo testimoniata questa possibilità di dire un “sì” che è per la vita. Nel clima odierno con tanta instabilità e tanta ansia c’è una ricerca di punti fermi. E i giovani si pongono le domande: “Su cosa posso costruire una esistenza? Quali sono i valori che rimangono? C’è un fondamento capace di supportare me e le mie aspirazioni? Se noi ecclesialmente, come persone e, comunità, diamo l’esempio che un tale fondamento c’è, questo può avere un impatto enorme».
Il suo libro nasce dagli esercizi spirituali quaresimali. Perché leggerlo e meditarlo anche dopo?
«San Benedetto dice, nella sua regola, che la vita di un monaco e una monaco o anche quella di un cristiano che prova a vivere la sua fede in modo coerente, deve essere una quaresima perpetua. Questo non vuol dire che deve essere una vita sempre austera, triste, segnata dalla mortificazione esagerata. Si tratta piuttosto di un di un’esistenza che è sempre orientata verso la vittoria di Cristo sulla morte. È quello che viviamo nella Quaresima in modo concentrato, ma è il mistero che segna tutta la vita di un cristiano: la vittoria pasquale di Gesù. La sua vittoria sul peccato, su tutto quello che ci lega alla morte per portarci verso la vita in pienezza, verso la beatitudine, verso la vita eterna».
Ma come si fa a vivere in astinenza e digiuno in un mondo frenetico e consumistico come il nostro?
«Siamo circondati da proposte di digiuno, da sale fitness, da diete dimagranti, tutto l’immaginario secolare anche ateo è pieno di richiami a dimagrire per uno scopo immediato: avere una bella figura, poter indossare i vestiti dell’anno prima, potersi esporre al mare. Sono, in qualche modo, proposte per diventare una versione migliore di quel che sono adesso. Quello che propone la fede cristiana è immensamente più interessante e più gioioso che semplicemente l’andare in spiaggia senza vergogna. E poi vivere la Quaresima significa anche rallentare. E constatare che si può benissimo sopravvivere e anche vivere più felici senza cedere alla frenesia che ci circonda. La fretta non è obbligatoria. Anche in quest’ambito dobbiamo insistere sulla libertà che abbiamo di trovare il nostro ritmo».
Quando rallentiamo siamo anche più capaci di guardare le ferite del mondo?
«Certo. E non solo. Occorre avere l’onestà, l’umiltà e il realismo di riconoscere anche le proprie ferite. Il primo passo è quello di non nasconderle a se stessi e poi confrontarsi con la domanda evangelica fondamentale: “Vuoi essere guarito?”. E poi chiedersi: “Voglio permettere alla grazia di Dio, tramite la Sua Chiesa, tramite le persone che mi circondano, di entrare nella mia vita o sono attaccato alle mie ferite?”. E se abbiamo uno sguardo di onestà rispetto a quello che ha ferito ne, allora posso esercitare quell’arte della compassione che non è una realtà sentimentale. È, invece, una dinamica che si gioca a livello razionale, in cui si fa lo sforzo di capire bene ciò che vive un’altra persona, senza ridurre tutto alla mia prospettiva personale. La compassione è una forma di empatia che vuol dire provare a vedere la vita come si manifesta nella realtà di un altro».
Abbiamo perso questa empatia?
«Un po’ sì. Penso per esempio allo sguardo che abbiamo sui migranti, sui poveri, sulle vittime delle guerre. Detto questo credo che la compassione sia un impulso profondamente radicato nel cuore umano, anche se spesso coperto da livelli di pietra di sabbia. Quindi c’è una escavazione da fare per ritrovare quel pozzo di acqua viva che è la compassione del cuore».
Come fare, però, a reggere con le tante immagini di sofferenza che ci arrivano da molte parti del mondo?
«C’è una certa frenesia di immagini e siamo circondati dalla sofferenza umana. Non è umanamente possibile investirsi pienamente in ciascuna di queste realtà di dolore. Questo ci ucciderebbe. E quindi un certo distacco riguardo a questo tsunami di informazioni e di immagini di sofferenza è necessario. Allo stesso tempo, però, è importante non chiudere gli occhi e il proprio cuore all’altro sofferente presente in persone incarnate. Dobbiamo allenarci a mantenere l’occhio e il cuore aperti e vulnerabili negli incontri che facciamo ogni giorno e non chiuderci dentro una cella personale per evitare le ferite del mondo, dell’altro».
Come non sentirsi impotenti di fronte a tanto male?
«Guardando intorno a sé, alle circostanze della propria vita concreta e chiederci: “Ma che cosa posso fare qui, adesso, nella situazione che provvidenzialmente mi è affidata? Che cosa posso fare per mia moglie, per mio marito, per i miei figli, per il vicino, per la persona che incontro al negozio, in chiesa, all’ufficio postale, al cinema? Che cosa posso fare per il mendicante che vedo davanti alla mia porta? È lì che comincia il vero lavoro ed è lì che può anche cominciare la trasformazione della società».
La società si trasforma anche attraverso la politica. Un cristiano impegnato in politica quali caratteristiche dovrebbe avere?
«Onesta, realismo e verità. Non cedere all’iper-retorica, avere la capacità e il coraggio di nominare le cose per il loro nome. E poi un senso molto chiaro del bene comune e un senso di che cosa sia la società. Mi sembra che nell’Occidente odierno abbiamo in larga misura perso questo senso di società e ci isoliamo in schieramenti più piccoli fatti da persone che condividono le nostre sensibilità, le nostre convinzioni, la nostra formazione. È importante superare questo isolamento. E poi un politico deve avere la capacità di compassione».
A chi è diretto il suo libro?
«Scrivere un libro è un po’ come scrivere una lettera e metterla in una bottiglia gettata a mare. Non si sa chi la troverà. Credo sia indirizzato a ogni persona di buona volontà. E poi è il libro che stabilisce il suo percorso. Troverà le proprie strade per raggiungere le destinazioni appropriate. Io guarderò questo con grande interesse».
Che frutti spera possa portare?
«Soprattutto quello della speranza, del coraggio di vivere bene e pienamente senza lasciarsi troppo impressionare da quell’oscuro pessimismo che segna così fortemente la nostra cultura presente. E spero anche che il libro possa un po’ nutrire la risolutezza delle persone a proseguire i grandi ideali della libertà, della verità e della comunione».








