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Val Melaina, sobborgo nord-est della capitale. La chiesa del Santissimo Redentore, a forma di arca, è incastonata tra vecchie case popolari di epoca fascista. In quella di fronte, una targa ricorda che qui nel 1948 Vittorio De Sica girò il film Ladri di biciclette. Siamo nel principale luogo di ritrovo dei latinos a Roma, che fanno riferimento alla parrocchia dei padri Scalabriniani.
Uno di loro, il messicano Gerardo Garcia Ponce, è cappellano della cosiddetta “Missione latinoamericana”. «La nostra sede ufficiale», precisa, «è Santa Maria della Luce, a Trastevere, ma al momento è in restauro».
Fuori, in attesa della Messa domenicale, ci sono soprattutto peruviani, il gruppo più numeroso e attivo. A Roma vivono circa 40 mila persone giunte dal Perù soprattutto dalla fine degli anni Ottanta, quando l’instabilità politico-economica e la lotta armata dei terroristi portarono il Paese andino sull’orlo del baratro. Una realtà sperimentata anche dal missionario agostiniano Robert Prevost: la sua elezione a Papa ha acceso i riflettori su una comunità di cui finora si conosceva solo il folclore o poco più.


Davanti al sagrato, tra i saluti e le conversazioni, chiediamo del Pontefice già missionario nella loro terra. Carlos, 67 anni, viene da Callao, il porto di Lima: «Siamo felici che il Papa abbia la cittadinanza peruviana», racconta, «ma la fede cristiana non ha bisogno di passaporti, siamo tutti fratelli».


A Roma, Carlos ha fatto il muratore, l’imbianchino, l’operaio e ora è portiere di un condominio. Accanto a lui c’è Atilio, infermiere originario di Cuzco, l’antica capitale dell’impero Inca, dichiarata dall’Unesco patrimonio universale. «Sono stato “maggiordomo”, cioè presidente, della Confraternita romana del Señor de los Milagros», precisa con orgoglio…
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In collaborazione con Credere
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