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L'arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole
«Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?».
È una domanda che pesa come un macigno quella posta dall’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, il cardinale Roberto Repole, nel messaggio diffuso per la Festa del Lavoro del 1° Maggio, memoria liturgica di san Giuseppe Artigiano. Un interrogativo che non è solo retorico, ma che chiama in causa il futuro produttivo, etico e sociale di un intero territorio segnato da anni di crisi industriale e oggi attraversato da nuove prospettive legate all’industria della difesa il cui giro d’affari, stando all’ultimo rapporto del Sipri di Stoccolma, ha raggiunto un nuovo record l’anno scorso: 2.887 miliardi di dollari spesi in armi con un aumento del 2,9% rispetto all’anno precedente.
Nel Messaggio, Repole non nasconde il proprio turbamento: «Il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto». Una inquietudine che si acuisce proprio davanti a una contraddizione evidente: «Le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione».
Da qui la domanda decisiva: «Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro?». Il cardinale chiarisce subito che non si tratta di un giudizio sui lavoratori, soprattutto sui più fragili: «Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena». Tuttavia, invita tutti a una responsabilità condivisa: «Dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi».
Nel messaggio, Repole smaschera anche il linguaggio che spesso accompagna il settore: «So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti». E aggiunge con forza: «Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro».


Un'esercitazione militare presso il campo di addestramento di Revingehed, nei pressi di Lund, in Svezia
(EPA)Il nodo, dunque, non è solo economico ma profondamente morale e culturale: «Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?». Una domanda che si lega a una visione più ampia della pace, richiamata anche attraverso le parole di Leone XIV rivolte al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede nel discorso di inizio anno: «Non basta parlare di pace, “occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte”».
Secondo il cardinale, infatti, la guerra non è soltanto il frutto di tensioni e ingiustizie, ma anche «un grande business economico» che «sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia».
Per questo l’invito finale è a un discernimento collettivo: «Fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme – istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie – domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità».
Un percorso che la Chiesa torinese si dice pronta ad accompagnare: «La diocesi con la sua Pastorale del Lavoro è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento».
Parole che, nella ricorrenza del 1° Maggio, rilanciano il senso più profondo del lavoro: non solo strumento di sostentamento, ma ambito decisivo in cui si gioca la dignità dell’uomo e la direzione della storia.






