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«Fino a trent’anni la vita di Gesù è stata quella di un falegname: ha lavorato con mani d'uomo, ha amato con cuore d’uomo, ha agito con volontà d’uomo». Cita la Gaudium et Spes suor Elisabetta Bresciani per spiegare il carisma delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth.
A 42 anni, dopo la maturità scientifica, la laurea in pedagogia e gli studi teologici, ha scelto di condividere una delle dimensioni più autenticamente umane: quella del lavoro. Ha fatto la professione nel 2007 come suora operaia della Santa Casa di Nazareth. Il fondatore, Arcangelo Tadini (canonizzato da Benedetto XVI il 26 aprile 2009), nel 1900, all’indomani dell’enciclica sociale Rerum Novarum, a Botticino Sera in provincia di Brescia si impegnò a migliorare le condizioni delle giovani operaie, “limoni spremuti”, violate nella loro dignità.


«Oggi il mondo del lavoro soffre altre contraddizioni, ma è comunque un luogo di promozione umana, di crescita, di valorizzazione dei talenti. Noi lo viviamo come lavoratrici dall’interno in vari settori. Siamo circa duecentoventi consacrate nel mondo, suddivise in tre delegazioni: Europa, Brasile, Regione dei grandi laghi in Africa».
Tutte con il velo e l’abito?
«Io ho cominciato così dove lavoro a Bolzano Vicentino. In altri ambienti lavorativi, restiamo in borghese senza problemi. Non stupisce neppure al Centro di ascolto in zona industriale a Padova, dove lavoro al pomeriggio e accogliamo, per un primo colloquio, le persone in difficoltà lavorativa».
Che tipo di lavoro svolge in azienda?
«Mi occupo di sicurezza dei farmaci, di controllo qualità e ritiro lotti dal mercato per un’azienda italiana della distribuzione intermedia del farmaco. Lavoro bene con i colleghi: c’è collaborazione, dialogo, coordinamento e lavoro di gruppo».
Poi il pomeriggio si sposta.
«Vado al Centro di ascolto: una prima accoglienza per i lavoratori in difficoltà. Persone che devono ripensarsi o trovare il primo impiego. Creiamo uno spazio di ascolto per un orientamento, aiutiamo nella stesura del curriculum vitae, indirizziamo al Centro per l’impiego e alle agenzie per il lavoro».
Chi si rivolge a voi?
«Persone di vario genere, età e nazionalità. C’è chi ha perso il lavoro a cinquant’anni. L’ultimo era sfiduciato: gli mancavano solo due anni alla pensione. Senza energia, deluso e incapace di ripensarsi in un posto e in un luogo diverso dal suo. Dialogando ha preso fiato, ha accettato un aggiornamento formativo e ha poi trovato spazio nella logistica. Poi c’è la signora straniera che si è persa nel labirinto dei documenti da presentare: una terribile ansia per il permesso di soggiorno. Alla fine era talmente contenta che ci ha regalato un servizio da tè».
E i giovani?
«Sembrano lontani dal mondo del lavoro. Hanno una visione molto frammentata e faticano a comprendere come il lavoro contribuisca a definire la loro identità. Sono concentrati sul “tempo libero”. Molti hanno la laurea ma, in realtà, rispolverano il diploma per trovare un posto».
Come è nata la sua vocazione?
«Una strada semplice: l’oratorio, al mio paese, gli incontri organizzati dalle suore operaie. Dopo la maturità ho intuito che la mia vocazione poteva essere la consacrazione e mi ha colpito il carisma di queste suore: la spiritualità della casa di Nazareth, dove si vive nella semplicità, nella fatica quotidiana e nella gioia della condivisione. Una semplicità che esalta la vita stessa».
Che ruolo ha avuto la sua formazione?
«La laurea in pedagogia mi ha aiutato a costruire percorsi per i lavoratori, a progettare interventi. Potrei citare i progetti di pastorale sociale nella zona industriale della Diocesi di Padova. Nelle grandi festività, a Natale e Pasqua, facciamo il giro delle aziende: incontriamo lavoratori e titolari. È un bel momento di Chiesa in uscita».
Che idea si è fatta del mondo del lavoro attuale?
«C’è una forte trasformazione dal punto di vista tecnologico. Il rischio è sostituire la velocità dell’intelligenza artificiale alla qualità e al valore aggiunto della relazione. Magari non conoscerai l’ultimo software, ma l’esperienza e il confronto sono tessuto vivo. È importante far progredire in parallelo la formazione umana e quella tecnologica legata all’IA».
In questi anni ha visto cambiare il clima nelle aziende?
«Colgo incertezza sul futuro: pesa il clima di guerra. C’è maggiore precarietà negli ordinativi, meno tempo indeterminato, più stagionalità. Le relazioni nel lavoro non sono solide: c’è fatica nell’apprendimento e nel dover salutare chi se ne va».
Come vivrà il Primo Maggio?
«Saremo in pellegrinaggio a Concesio, la città natale di Paolo VI. Poi parteciperò al Capitolo della nostra Congregazione fino al 14 maggio. “Tessitrici di speranza per il mondo del lavoro” è il tema su cui lavoreremo: in tutti i territori e nei luoghi di lavoro in cui siamo presenti vogliamo portare speranza, sulla scia dell’Anno Santo di Papa Francesco. Speranza agli operai e ai titolari delle aziende. Su tutti grava la preoccupazione del futuro: si dorme poco. Dobbiamo accogliere queste difficoltà e rilanciare la speranza».







