Lo stato Italiano torna a investire sull’arte. Questa volta non per organizzare mostre o convegni ma direttamente con l’acquisto storico di un’opera: Il Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini, realizzato da Caravaggio tra il 1599 e il 1603. Il dipinto apparteneva ad una collezione privata, e per acquistarlo lo Stato ha dovuto pagare 30 milioni di euro, dopo una trattativa tra i privati e il ministero della cultura durata un anno.

L’acquisto del dipinto non rappresenta soltanto una spesa record per il mercato dell’arte: è il recupero di un tassello fondamentale nel ventaglio di opere di Michelangelo Merisi, conosciuto con lo pseudonimo di Caravaggio. Il quadro sarà collocato nelle sale di Palazzo Barberini, dove già aveva rubato l’occhio nell’ultima mostra dedicata al pittore. L’opera rappresenta l’incontro tra due figure fondamentali del Seicento: Caravaggio e Maffeo Barberini, futuro Papa Urbano VIII.

La mostra di Caravaggio a palazzo Barberini. Roma, 6 marzo 2025 ANSA/MASSIMO PERCOSSI
La mostra di Caravaggio a palazzo Barberini. Roma, 6 marzo 2025 ANSA/MASSIMO PERCOSSI
La mostra di Caravaggio a palazzo Barberini. ANSA/MASSIMO PERCOSSI (ANSA)

Negli anni in cui il pittore realizzava l’opera, Maffeo Barberini era un intellettuale raffinato e curioso, di origini fiorentine. In quel periodo storico Roma è un concentrato di idee e correnti: Barberini ammira Galileo Galilei, sostiene l’Accademia dei Lincei e apprezzava il nuovo stile poetico proposto da Giambattista Marino. Esiste un legame tra la scienza galileiana e il naturalismo di Caravaggio: entrambi guardano il mondo senza il filtro della tradizione. Una volta salito al soglio pontificio (1623) sceglie una strada diversa. Sotto il nome di Urbano VIII, diventerà il patrono del Barocco più trionfale, affidando a Gian Lorenzo Bernini e Pietro da Cortona il compito di trasformare Roma in un teatro di gloria divina e familiare. Lo stesso uomo che ammirava il "vero" di Caravaggio e Galileo finirà per presiedere al processo contro lo scienziato e per celebrare un'arte che, al realismo, preferisce la meraviglia e l'illusione.

L’opera è considerata uno dei rari ritratti da attribuire certamente a Caravaggio. Infatti l’utilizzo della biacca (bianco di piombo) nell’iride tramite una pennellata che cattura la luce e conferisce allo sguardo di Maffeo un’intensità quasi ipnotica, è tipica di Merisi. Inoltre, a differenza dei suoi contemporanei, per l'incarnato Caravaggio non usa il cinabro, ma terre e bianco di piombo, ottenendo un effetto di pelle reale, vibrante, lontano dalla "porcellana" dei ritratti accademici.

La storia del dipinto è stata segnata da lunghi dibattiti attributivi. Per secoli è rimasto nascosto in collezioni private (tra cui quella della famiglia Corsini), spesso confuso con opere di Scipione Pulzone, un ritrattista più formale e "freddo". La svolta avviene nel 1963, quando il celebre storico dell'arte Roberto Longhi pubblica il saggio "Il vero Maffeo Barberini del Caravaggio", restituendo l'opera alla mano del Merisi. Da quel momento, la critica è concorde nel vederci la mano del maestro lombardo, nonostante l'opera sia rimasta quasi invisibile al pubblico fino alla recente mostra del 2024-2025.