L’avvocato Guerrieri nato dai romanzi di Gianrico Carofiglio, probabilmente nell’immaginario dello scrittore somiglia poco fisicamente alla spigolosa e imponente fisicità di Alessandro Gassmann che lo interpreta nella serie Tv in onda il lunedì su Rai uno: l’originale è più arruffato e meno scultoreo, ma somiglia ancora meno agli avvocati carichi solo delle granitiche rampanti certezze delle serie legali d’Oltreoceano dove la giustizia è una cosa manichea e gli avvocati difendono, vincendo sempre, solo innocenti nella migliore tradizione di Perry Mason.

Guerrieri no, è un uomo che ha imparato dalla vita anche sentimentale, tormentata, a coltivare l’arte del dubbio, a fare i conti con le proprie inquietudini che in genere sfoga con Sacco, il sacco da boxe che tiene in casa con il quale si allena e si confida. Ama i libri, e le incursioni notturne in una libreria/bar notturna di Bari che non esiste nella realtà, ma che tutti i lettori cercano da quando è apparso sulla scena Guerrieri, ormai sette romanzi fa, senza però incappare in una serialità ripetitiva.

La regola dell’equilibrio, che dà il titolo alla serie televisiva in corso, è forse tra i legal thriller all’italiana di Gianrico Carofiglio il romanzo più maturo, quello nel quale si affrontano i temi di spessore, i dilemmi morali, primo tra tutti quello dell’avvocato che deve decidere se accettare o meno l’incarico della difesa del magistrato accusato di corruzione.

Ma è solo uno dei filoni che la sceneggiatura della serie Tv riprende, perché la versione televisiva intreccia invece romanzi diversi, come casi che l’avvocato protagonista lavora in parallelo, mescolando personaggi di romanzi di epoche diverse: La regola dell’equilibrio, appunto; Ragionevoli dubbi e Le perfezioni provvisorie, titoli tutti che rimandano a un’idea di giustizia, che raggiunge le sue conclusioni attraverso il dubbio.

Guerrieri, che ha in comune con l’autore che lo ha creato alcuni dettagli biografici: l’esperienza della soggezione della violenza da strada da bambino che porta l’avvocato letterario verso la boxe e che ha portato lo scrittore da giovane alle arti marziali; la passione per la lettura; la città d’origine, una Bari molto riconoscibile, sembra risentire in parte del percorso professionale del suo pigmalione, che per anni è stato Pubblico ministero, prima di dedicarsi alla scrittura. Nel senso che, senza perdere di vista l’attenzione al migliore interesse del cliente, perché diversamente incapperebbe in svarioni deontologici, Guerrieri ha una visione di giustizia che sembra non prescindere mai dalla comprensione della verità – cosa che nell’ordinamento italiano è caratteristica del che Pm –: si direbbe che Guerrieri abbia bisogno di capire come sono andate davvero le cose per decidere se la senta o meno di assumere un mandato, ma anche per non scendere a patti con una coscienza che non lo lascia mai troppo in pace.

Si muove affrontando il suo ruolo con la consapevolezza che la verità ricostruita a posteriori conserva sempre dei punti oscuri e che non tutti i casi trovano la stessa granitica soluzione.

Ne esce una immagine di giustizia non taumaturgica, amministrata da esseri umani, in quanto tali imperfetti, ma realistica e plausibile, dalla quale si comprende anche che ha senso litigare in giudizio quando davvero ne vale la pena e che la realtà non vive soltanto di bianco e di nero ma di tante sfumature in cui non si vince solo vincendo la causa ad ogni costo con ogni mezzo, ma salvaguardando l’etica della propria professione, qualunque sia il ruolo che si ricopre, perché dal modo in cui si lavora passa l’immagine della persona che si è: nel caso dell’avvocato Guerrieri, una persona perbene, ma imperfetta, che sa anche far sorridere – lato ironico che forse nella versione televisiva si vede meno – , nel non prendersi troppo sul serio: una figura con la quale ci si può anche umanamente identificare, cosa che probabilmente spiega la fedeltà di tanti appassionati lettori.