Al tavolo del bar arrivano il panino e il bicchiere di birra che Beniamino Zuncheddu ha ordinato. Lui li osserva a lungo e poi inizia a mangiare e a bere con estrema lentezza, come quei sapori arrivassero al suo palato per la prima volta. «Ho passato più anni della mia vita in carcere che fuori e ora tutto mi sembra nuovo». Prende fra le mani un coltello e lo osserva. «Anche questo mi sembra nuovo. Io ero abituato a quelli che ci costruivamo di nascosto in cella e che nascondevamo appena sentivamo il rumore delle chiavi dei secondini. Per non parlare delle persone: ho lasciato i miei amici in paese che erano ragazzi e li ho ritrovati nonni. Non è facile abituarsi alla normalità: ci vuole tempo».

Tempo che a lui è stato rubato dal più clamoroso errore giudiziario della storia italiana che l’ha privato della libertà per 33 anni. Nel 1991 Beniamino era un giovane pastore sardo. Una sera, mentre si trovava con i suoi cari a guardare a Sanremo i conterranei Tazenda, un gruppo di poliziotti ha suonato alla sua porta e lo ha portato via. L’accusa era terribile: essere l’autore del triplice omicidio di tre pastori come lui avvenuto qualche giorno prima. Un quarto pastore, sopravvissuto alla strage, ha dichiarato di averlo riconosciuto e, sulla base di questo elemento, Zuncheddu nel giro di un anno viene condannato con sentenza definitiva all’ergastolo.

Attualità

Non solo Zuncheddu

Non solo Zuncheddu
Non solo Zuncheddu

Trascorrono 26 anni, dopo i quali un ergastolano, se ha dato prova di ravvedimento per i delitti commessi, può chiedere la libertà condizionale. Cinque avvocati che lo hanno seguito negli anni provano a convincerlo a seguire questa strada, ma lui non cede: «Ero innocente e ho sempre avuto fiducia che prima o poi la giustizia l’avrebbe capito. E poi, se ammettevo le mie colpe, come avrei fatto a tornare in paese? Per tutti sarei stato un assassino. Come avrei potuto vivere così?». Finché, all’ennesimo colloquio, si presenta un giovane avvocato, Mauro Trogu, che prende a cuore il suo caso e riesce, con l’aiuto determinante della nuova procuratrice Francesca Nanni, a ottenere un processo di revisione che, nel 2024, dimostrerà finalmente l’innocenza di Beniamino.

La sua storia è raccontata in Zustìssia, opera prima davvero riuscita dell’esordiente Francesco Piras, nelle sale dal 15 ottobre, con i bravissimi Fabrizio Ferracane nei panni di Zuncheddu e Michele Riondino in quelli dell’avvocato Trogu.

Fabrizio Ferracane (Beniamino Zuncheddu) e Michele Riondino (l'avvocato Marco Trogu) in Ziustìssia.
Fabrizio Ferracane (Beniamino Zuncheddu) e Michele Riondino (l'avvocato Marco Trogu) in Ziustìssia.
Fabrizio Ferracane (Beniamino Zuncheddu) e Michele Riondino (l'avvocato Marco Trogu) in Ziustìssia.

Avvocato che è anche lui presente oggi al bar accanto al suo assistito. «Prima di vederlo, pensavo anche io che fosse colpevole. Ma poi l’ho visto, ho studiato le carte del processo, ho capito che le cose non stavano così». Zancheddu ha trascorso i primi dieci anni di detenzione, a parte l’ora d’aria al mattino e alla sera, sempre in cella: «Come passavo le giornate? Giocavo a carte con i miei compagni. Ogni due mesi poi potevamo usare la “sala hobby”, dove ho imparato a fare modellismo. In particolare, costruivo degli oggetti usando gli stuzzicadenti. Ho costruito anche un grande galeone: tanto tempo ne avevo… Finché ho avuto la possibilità di fare dei piccoli lavori all’interno del carcere, come portare del caffè o dello zucchero ad altri detenuti. Così potevo parlare con altri compagni e sentirmi un po’ utile».

Zuncheddu con il suo avvocato durante l'intervista
Zuncheddu con il suo avvocato durante l'intervista

Zuncheddu con il suo avvocato durante l'intervista

Nel film, lei dice di essere devoto di santa Rita, la santa dei casi impossibili e delle cause disperate. «In realtà questo l’ho scoperto dopo. È andata così. Mentre lavoravo all’interno del carcere, ho notato un’immaginetta spuntare da un bidone della spazzatura: era di santa Rita. L’ho presa e l’ho messa in un quadro che avevamo nella sala giochi. Quando passavo di lì, le facevo l’occhiolino. Ma un giorno non l’ho vista più e allora l’ho cercata a lungo, finché non l’ho ritrovata».