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Checco Zalone e Letizia Arnò sul set di Buen camino
«Non fa più ridere». «Ha finito le idee». «Meglio i cinepanettoni di una volta». Non pochi giudizi critici hanno stroncato Buen Camino, ultimo lavoro di Checco Zalone. Non di questo parere il pubblico che sta accorrendo in sala in massa – proprio come accadeva con i cinepanettoni – per vedere il film.
Quale il motivo di questo atteggiamento? Perché non si sghignazza o le volgarità sono (quasi) assenti? Oppure perché i personaggi hanno un’evoluzione positiva e vengono evidenziati alcuni valori?
Che tipo di film è Buen Camino?
Per ponderare il giudizio occorre intendersi: a quale categoria si vuole iscrivere questo film? Restando nella metafora dei dolci delle feste, esistono sia i panettoni artigianali che quelli di fabbricazione industriale: entrambi hanno la loro ragione d’essere. Ebbene il lavoro ultimo dell’attore pugliese è un buon panettone industriale, e nel suo genere è di qualità.
Una commedia popolare che parla a tutti
È una commedia capace di parlare con successo, incassi alla mano, al largo pubblico, con ironia e leggerezza e, allo stesso tempo, di porre domande profonde su padri e figli, sul senso della vita e lo stile con cui la si conduce.
Un cinema industriale (e non è un difetto)
Un prodotto cinematografico industriale, dal budget imponente (28 milioni) in larga parte in rischio d’impresa, set in Sardegna e in Spagna, tre mesi di riprese, promozione martellante e multicanale. “Industriale” non è aggettivo con connotazioni negative: queste caratteristiche sono rare nel panorama italiano, un’eccezione se aggiungiamo anche i numeri degli incassi.
La trama, padre e figlia sul Cammino di Santiago
Buen Camino, diretto da Gennaro Nunziante, riunisce nuovamente la coppia creativa che ha segnato la commedia italiana degli ultimi anni, con Checco Zalone protagonista. L’espediente narrativo che muove il film è semplice: un padre ricchissimo nullafacente, immerso nel lusso pacchiano e nella mondanità sfrenata, per un moto d’orgoglio parte suo malgrado alla ricerca della figlia adolescente, Cristal («come lo champagne»), di cui si sono perse le tracce. Segretamente la ragazza ha deciso di intraprendere il Cammino di Santiago, alla ricerca di un senso più profondo alla propria esistenza, in fuga sia dal genitore impresentabile che da una madre ex modella in cerca di nuove velleità artistiche, nuovamente coniugata con un pedante regista “impegnato”, quasi uno sberleffo al cinema dotto che giudica dall’alto in basso proprio l’ultimo lavoro di Zalone. Rintracciata la figlia, Checco inizia controvoglia il “Cammino” a bordo di una delle sue sei Ferrari per convincerla a ritornare presto a casa. Ma lei non desiste e tappa dopo tappa il percorso diviene lo specchio in cui lo stesso protagonista è costretto a guardarsi, a confrontarsi con la sua vita e soprattutto con l’esistenza di Cristal: perché padri non si nasce ma si diventa.
Regia, ritmo e costruzione del film
Dal punto di vista produttivo e tecnico, Buen Camino è un film ben confezionato, con ritmo calibrato, una molteplicità di location, una colonna sonora originale retta da canzoni che vogliono divertire e che fungono da punto di approdo delle trovate pubblicitarie che hanno preceduto l’uscita del film. La trama procede per immagini e situazioni, per gag, più che per una linea narrativa articolata e coerente. Il film si regge sull’immagine simbolica del Cammino di Santiago, con le sue salite, le strade sterrate, gli ostelli, i compagni di percorso, i paesaggi.
Il Cammino di Santiago come metafora della vita
È la grande (e semplicistica) metafora della vita: camminare significa accettare la fatica, ascoltare la propria interiorità, mettere da parte la volontà di vivere in modo egoistico e utilitaristico, la convinzione di poter comprare tutto, per lasciarsi invece trasformare da questa avventura e dalla capacità di amare.
Spiritualità e riferimenti cristiani nel film
In un tempo in cui la dimensione spirituale nello spazio pubblico è ridotta all’esotico o a una generica ricerca personale, il film sceglie di parlarne in modo piano, concreto, accessibile, con riferimenti diretti all’esperienza cristiana. È un percorso che padre e figlia compiono in compagnia, con l’ausilio di guide, di punti di riferimento. Molte le figure consacrate che appaiono nel film, presentate secondo lo specifico proprio, non solo per avere in scena dei “caratteristi”.
I personaggi: Zalone, la figlia e le figure guida
Checco Zalone va oltre il suo personaggio solito, l’italiano meno che medio, impegnandosi in un processo di trasformazione e crescita positiva attraverso l’esperienza. L’attrice esordiente (e sorprendente) Letizia Arnò, nei panni della figlia, porta autenticità e spessore emotivo, incarnando una generazione in cerca di valori più profondi di quelli trasmessi dagli adulti. Beatriz Arjona, Alma, la misteriosa pellegrina e preziosa guida, introduce lo sguardo autenticamente materno e la profondità spirituale; incarna la possibilità che tutti vorremmo di un incontro capace di generare cambiamento.
Credibile per quanto irriconoscibile, Martina Colombari – per alcuni aspetti nel ruolo di se stessa – interpreta la madre della fuggitiva: ex modella alla ricerca dell’equilibrio familiare e di una più qualificante vita artistica.
Questo insieme di interpreti, non sempre adeguatamente esplorato sul piano psicologico, funziona bene nel contesto del film e contribuisce a dar voce a temi non banali.
Ironia, eccessi e rispetto della dimensione spirituale
Mentre le battute politicamente scorrette (a volte forzate) di Checco Zalone irridono senza censure anche i più solidi tabù (campi di concentramento, body shaming anche tricologici, 11 settembre, Gaza…) e qualche eccessiva insistenza sui guai urologici - per l’età del pubblico, che ci si attende? - pare essere rubata a una rubrica medica, la dimensione spirituale di Buen Camino è preservata e trattata con discrezione. Non c’è predicazione ma esperienza: la condivisione della strada, del silenzio e della fatica quotidiana diventano occasione di ascolto e di apertura al cambiamento. La riconciliazione tra padre e figlia non passa attraverso gesti eclatanti e definitivi, ma - come capita nella realtà - dalla presenza rinnovata di un genitore disposto a lasciarsi cambiare nella relazione.


Cinema, spiritualità e box office
A proposito di spiritualità: così come non si possono separare in una persona corpo e anima, tantomeno in un film si possono separare l’aspetto artistico da quello economico. Per quanto l’arte debba conservare la propria gratuità, il cinema per poter sopravvivere in sala non può ignorare il botteghino.
Questo successo commerciale sarà ricordato dai produttori e soprattutto dagli esercenti come l’evento capace di salvare i bilanci dell’intera stagione.
Preservare le sale cinematografiche, specialmente quelle monoschermo, non può essere solo una questione di finanziamenti pubblici e di coraggio dei gestori: serve anche un prodotto come questo, insieme alle apprezzate proposte d’essai e ai film di alta qualità artistica ma – ahi noi – spesso di bassa resa economica.
Incassi e successo al box office
Buen Camino ha saputo conquistare il pubblico sin dai primi giorni di programmazione, dominando il box office delle feste. Il film al 31 dicembre ha già superato i 30 milioni e, se questo trend continuerà, è destinato a battere i 50 milioni di incasso in Italia del precedente (e non perfettamente riuscito) Tolo Tolo. Un successo che dimostra come il cinema italiano possa ancora produrre film capaci di attrarre il pubblico senza rinunciare all’ambizione di proporre un messaggio positivo, elementi che insieme raramente oggi si incontrano nel panorama cinematografico nostrano.


Un giudizio finale: cinema popolare che fa riflettere
Non è perfetto questo film, non è né un trattato di pedagogia, né Vangelo, tantomeno è destinato a entrare nei manuali di storia del cinema.
Sta in una categoria differente: è cinema popolare (e anche qui l’aggettivo non è negativo), parla a molti (dispiace?), riempie le sale e suggerisce una riflessione su alcuni valori. È una nuova via della oltremodo celebrata commedia all’italiana: come è accaduto per quei film che ora consideriamo pilastri culturali del nostro comune sentire, anche al giudizio su quest’opera serve una giusta distanza temporale e meno schizzinosa superficialità, affinché se ne possa apprezzare il giusto valore.
Molte delle critiche mosse al film di Zalone sembrano essere le stesse allora rivolte a registi definiti a suo tempo leziosi e disimpegnati ma oggi venerati come maestri.
Le vette della settima arte stanno certamente altrove, ma passare 90 minuti piacevoli durante i giorni di riposo delle festività natalizie, maturando qualche buona riflessione e contribuendo alla sopravvivenza di presidi culturali fondamentali come sono le sale cinematografiche, non sono esperienze da buttare in questi tempi.







